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«Troppi debiti con le banche, le imprese cerchino capitali sul mercato»
di Alessandro Graziani
Il Sole 24 Ore
Mercoledì 8 luglio 2020

«Le aziende europee devono pensare per tempo a riequilibrare lo stato patrimoniale dei loro bilanci. I debiti contratti per tamponare la fase d'emergenza della crisi non sono la soluzione per il medio termine. In molti casi è necessario rafforzarsi finaziariamente e questa è l'occasione per aprirsi al mercato dei capitali e fare ricorso a private equity, a fondi cosiddetti di permanent capital e a fondi di credito. Prendendo a esempio il meglio dell'esperienza degli Usa, ma evitandone gli eccessi e le distorsioni». Igino Beverini, deputy head di Lazard in Italia, è convinto che per molte imprese europee e italiane sia arrivato il momento di una svolta sul versante finanziario. È possibile andare oltre al tradizionale debito bancario e alle ipotizzate ricapitalizzazioni di Stato. «Molti imprenditori, anche in Italia, stanno pianificando di ricapitalizzare perché credono nella loro azienda, però non sempre le risorse sono sufficienti - spiega Beverini - ma sul mercato internazionale esiste una pluralità di operatori con una variegata tipologia di strumenti finanziari che sono disponibili a investire nelle aziende italiane».

Il rischio, secondo il banchiere di Lazard, è che le imprese europee escano in ritardo dalla crisi mentre negli Usa le ristrutturazioni sono già in corso grazie alla maggiore reattività del sistema economico e finanziario, all'efficacia di strumenti come il Chapter 11, alla rapidità nell'individuare nuovi modelli di business. «In Europa, lo tsunami del Covid è stato affrontato in modo analogo dai vari Paesi: all'emergenza liquidità si è giustamente risposto con il supporto dei Governi. Interventi necessari per stabilizzare la situazione. Ma ora le imprese, che hanno aumentato il debito, devono da subito iniziare a programmare il futuro».

Non siamo ancora in una fase di incertezza, tra rischi di seconda ondata e settori che hanno riaperto solo in parte?

«Non c'è tempo da perdere, già da ora le aziende devono definire il nuovo punto di equilibrio dei propri bilanci agendo sui costi e tenendo conto del fatturato perso - è l'opinione di Beverini - ma soprattutto devono definire il nuovo business plan pluriennale e, sulla base degli obiettivi, riequilibrare la situazione patrimoniale e finanziaria. Sarebbe un grave errore ridurre gli investimenti per via di una squilibrata leva finanziaria».

E per ridurre la leva finanziaria, meglio non contare troppo sulla disponibilità delle banche a convertire i crediti in capitale perché a differenza delle crisi precedenti, le garanzie statali sui prestiti potrebbero indurre le banche europee a comportamenti diversi dal passato. E un elevato numero di aziende, soprattutto nei settori più in crisi, rischia il default. Per tutta questa serie di motivi, a giudizio di Lazard è tempo che le imprese aprano il capitale.

Ma non esiste un rischio Italia che frena l'arrivo di capitali esteri?

«Per quello che vediamo noi, il combinato tra la ricerca di rendimenti da parte dei fondi e l'attrattività di molte imprese italiane che esportano in tutto il mondo non frena affatto l'interesse dei fondi esteri».

Se finora molte aziende in Europa e in Italia non si sono aperte al mercato dei capitali, è anche per il timore di una certa finanza spericolata?

«Vero. E i timori possono essere molti, ma la crisi obbliga a fare i conti con la realtà. Le aziende hanno bisogno di capitali. E oggi stiamo discutendo di rafforzamenti patrimoniali e riduzione della leva finanziaria. Esiste una vasta tipologia di strumenti che permettono di rafforzare la dotazione patrimoniale delle aziende, con investitori di minoranza o prestiti ibridi o di tipo mezzanino, lasciando la maggioranza all'imprenditore, o comunque consentendo una governance in continuità manageriale. Per dare un'idea, esitono in Europa oltre 250 miliardi di euro in dotazione a fondi di private equity, permanent capital ed altri investitori finanziari istituzionali, inclusi quelli di matrice italiana. Se parliamo invece di fondi di credito, sempre a livello europeo si parla di oltre 90 miliardi di euro da investire in questo ciclo. Vi sono quindi tutti i presupposti per finanziare in maniera adeguata il sistema industriale europeo post Covid».

La quotazione in Borsa può essere una soluzione altrettanto efficace?

«Lo è e molte aziende ci stanno pensando. Ma si tratta di un processo che richiede tempo. L'intervento dei fondi, in molti casi, può essere proprio come un ponte verso la quotazione. L'essenziale è non perdere tempo perché da inizio 2021 possono scattare tanti default aziendali per cause finanziarie. E molti possono essere evitati, se e quando vi siano un modello industriale e un business plan adeguati».

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