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Sindaco o revisore unico, questo è il problema. Perché non conviene andare a risparmio e rischiare l'impresa
di Massimo Talone (ODCEC di Milano; Associato AIDC, Associazione Italiana Dottori Commercialisti; socio accreditato AIFIRM, Associazione Italiana Financial Industry Risk Managers)
Dicembre 2019

Pubblicato sul sito www.linkedin.com in data 14 dicembre 2019.

* * *

A pochi giorni dall'entrata in vigore dell'art. 379 del nuovo Codice sulla crisi d'impresa e l'insolvenza (16.12.2019), che obbligherà molte società di capitale alla nomina dell'organo di controllo e all'eventuale adeguamento dello statuto (se non si è già provveduto come buon senso e sana gestione aziendale avrebbe richiesto), si pone per gli imprenditori "l'annoso" e "amletico" problema della scelta tra il sindaco (unico o collegio) e revisore (unico).
Ovviamente nel paese de "adda passa 'a nottata" tutti i soggetti interessati, imprenditori e professionisti in primis, ma anche banche e società di revisione, hanno ritenuto opportuno ridursi all'ultimo momento utile per il recepimento del dettato normativo, "snobbando" allegramente il pur rilevante periodo di vacatio legis (quasi undici mesi dall'approvazione del decreto legislativo n. 14/2019) saggiamente previsto dal legislatore della Riforma.
Ma al netto della culturale propensione del popolo italico ad affidarsi alla "divina provvidenza", nella vana quando illusoria speranza di un provvidenziale rinvio (parola non prevista nel lessico calvinista del legislatore europeo che ha imposto le "regole del gioco" con la direttiva n. 1023/2019), si tratta ora di capire se, nelle more della inutile attesa, le società avranno interesse a nominare, quale organo di controllo interno, un sindaco (o collegio sindacale) o un revisore unico, come pure prevede il novellato art. 2477 del codice civile.
Invero, su "brillante" consiglio di molti miei colleghi, pare di capire che, la stragrande maggioranza delle PMI opterà per il revisione unico, motivando la propria "furbesca" quanto "incosciente" scelta sull'interesse a contenere le spese (poche migliaia di euro) e limitare gli obblighi di controllo al "minimo indispensabile" ovvero ai soli aspetti contabili e di bilancio.
Diciamo subito che il sottoscritto ritiene la scelta "sbagliata", "inopportuna" e sostanzialmente "controproducente" sia per gli imprenditori che la fanno che per i professionisti che l'accettano.
Ma poiché nel Diritto come in Economia, ad ogni "tesi" deve seguire una "motivazione" su base razionale, sistematica e probatoria, mi accingo a dire la mia sulla questione.
Innanzitutto, come da prassi, partiamo dall'analisi sistematica del dato normativo.
L'articolo 14 del Codice sulla crisi e l'insolvenza che disciplina i nuovi obblighi di segnalazione imposti agli organi di controllo equipara la figura del sindaco con quella del revisore, seppure nei limiti circostanziati dell'oggetto della norma (sistemi di allerta interna) e specificando che tale funzione è da intendersi "ciascuno nell'ambito delle proprie funzioni".
Costoro, non appena nominati (attenzione, non alla decorrenza posticipata dell'inizio del primo futuro esercizio sociale come pure "autorevole dottrina" va predicando), avranno l'obbligo di verificare che l'organo amministrativo:

a) valuti costantemente, assumendo le "idonee iniziative" (con spirito "proattivo" e non meramente "reattivo") se l'assetto dell'impresa è adeguato ai sensi e per gli effetti del novellato artico 2086 del Codice civile;
b) valuti sempre costantemente (quindi, non in modo meramente episodico e "a consuntivo" una volta all'anno in sede di approvazione del bilancio d'esercizio) se persiste l'equilibrio economico-finanziario, stato per il quale i principi di Economia Aziendale prevedono sempre una valutazione ex ante di tipo forward-looking.
c) Quindi, valuti periodicamente il "prevedibile andamento della gestione", adempimento che non può prescindere, nel rispetto degli adeguati "assetti organizzativi, amministrativi e contabili" di cui all'art. 2086 del Codice civile, da un formalizzato processo di pianificazione e controllo aziendale, correttamente recepito dal modello di corporate governance e parte integrante del processo di risk governance, così come prescritto dall'art. 2381 del Codice civile.

Ma non basta.
L'organo di controllo, revisore o sindaco, avrà "l'obbligo di segnalare "immediatamente" allo stesso organo amministrativo l'esistenza di fondati indizi della crisi".
Fin qui i "nuovi compiti" assegnati dal Codice agli organi di controllo la cui entrata in vigore è stata (opportunamente) posticipata di 18 mesi dalla data di pubblicazione del decreto legislativo n. 14/2019 (vale a dire, al 15 agosto 2020).
Ma in concreto, in cosa consisteranno questi "nuovi compiti"?
Proviamo a declinare la norma in termini operativi e senza tanti passaggi "esegetici".
Innanzitutto, il sindaco/revisore dovrà, prima dell'accettazione dell'incarico valutare il proprio rischio professionale e per farlo non potrà esimersi dall'effettuare un risk assessment iniziale della società che gli intende conferire l'incarico.
In particolare, se revisore, ai sensi del principio di revisione ISA 315 e dell'allegato documento CoSo Report (L'identificazione e la valutazione dei rischi significativi mediante la comprensione dell'impresa e del contesto in cui opera) o, se sindaci, della norma 3.4 (Vigilanza sull'adeguatezza e sul funzionamento dell'assetto organizzativo) e della norma 3.6 (Vigilanza sull'adeguatezza e sul funzionamento del sistema amministrativo-contabile), sarà tenuto a valutare, in funzione e considerazione della dimensione aziendale, ciclo di vita aziendale e complessità della gestione operativa (principio di proporzionalità):

a) l'adeguatezza del modello di corporate governance;
b) l'adeguatezza della struttura organizzativa, in termini di funzioni aziendali, procedure formalizzate, processi operativi e risorse umane dedicate;
c) l'adeguatezza del complessivo sistema informativo aziendale (non solo quindi solo il sistema gestionale ERP ma anche il complessivo sistema di reporting di contabilità generale, industriale e tesoreria).
d) L'adeguatezza del complessivo sistema di pianificazione e controllo con particolare riferimento alla gestione di tesoreria e ai processi formalizzati di pianificazione aziendale.
e) I processi interni di gestione dei rischi aziendali (RAF - quadro integrato di gestione dei rischi), con particolare riferimento a quelli economico-finanziari ed al rischio di crisi e d'insolvenza, come espressamente richiesto dal Codice.

Dovrà poi, sempre e a prescindere da ogni limite dimensionale ed operativo, procedere ad una prima valutazione dei così detti "trigger event" della crisi d'impresa, effettuando un adeguata verifica dei principali indicatori segnaletici di crisi (ad esempio, adottando il protocollo e modello valutativo proposto nel Quaderno SAF n. 71).
Qualora, dall'adeguata verifica iniziale degli eventi rilevanti segnalatori di una situazione di crisi aziendale (anomalie rilevanti), il revisore/sindaco dovesse ritenere, in base al suo ragionevole e professionale convincimento ed esclusiva responsabilità, che ci siano già gli estremi per una segnalazione di allerta interna all'organo amministrativo, egli dovrà provvedere anche ad una prima analisi di approfondimento (diagnosi del rischio).
Quest'ultima dovrà essere effettuata quanto meno sul base storica (ma è vivamente consigliata anche quella prospettica dell'anno in corso), comparando gli ultimi quattro bilanci d'esercizio (tre rendiconti finanziari) integrando la base dati, riclassificata e normalizzata secondo schemi operativi e finanziari, con le risultanze delle segnalazioni in Centrale dei Rischi richiesta per un orizzonte temporale equivalente (48 mesi fino all'ultima disponibile).
Una volta ottenuto l'incarico, egli dovrà procedere ad una review (revisione limitata) da effettuarsi secondo i corretti e appropriati principi di revisione con riguardo ai seguenti aggregati contabili di valore (KPI, Key performance Indicator):

a) Autofinanziamento netto (inteso quale capacità potenziale di generare un reddito economico nel medio-lungo periodo);
b) Capitale circolante operativo (ovvero ciclo attivo, passivo e magazzino, KPI fondamentale per comprendere la dinamica generatrice o utilizzatrice di liquidità);
c) Posizione finanziaria netta (intesa semplicemente quale somma algebrica tra debiti finanziari a breve e medio-lungo termine al netto della liquidità in cassa e sui conti bancari);
d) Patrimonializzazione effettiva (inteso quale capitale di rischio a presidio delle perdite inattese e ragionevolmente stimabile sottraendo al valore del capitale netto contabile (a fronte di una procedura formalizzata di impairment), le immobilizzazioni immateriali non calcolate al fair value, le rivalutazioni di valori dell'attivo (fabbricati) e il valore delle partecipazioni (immobilizzazioni finanziarie) quando il loro profilo di rischio risulta talmente elevato da reputare ragionevole azzerarne il valore economico.

Dovrà, infine, verificare la corretta imputazione delle voci di entrata e uscite di cassa nel budget di tesoreria, da predisporre, a cura degli amministratori, su un orizzonte possibilmente di 12/18 mesi come la prassi bancaria richiede distinguendo tra entrate/uscite (no flussi di cassa che non c'entrano nulla):

a) relative a fatture emesse, altamente probabili soprattutto nel "quanto" più che nel "quando" (scadenzario incassi/pagamenti);
b) relative a fatture da emettere su ordini già acquisiti, mediamente probabili soprattutto nel "quanto" più che nel "quando" (scadenzario incassi/pagamenti);
c) relative a ordini da emettere, prudentemente moderatamente probabili soprattutto sia nel "quanto" che nel "quando" (previsione vendite/acquisti su base forecast).

Quindi, verificare che il DSCR (Debt Service Coverage Ratio), calcolato su un orizzonte temporale previsionale di almeno 6 mesi come prescritto dall'art. 13 del Codice, sia superiore ad uno.
Fin qui i "compiti iniziali minimali" che dovranno svolgere i revisori o i sindaci in sede di primo controllo della situazione aziendale al fine di assolvere fedelmente i compiti assegnati dalla legge ed esimersi da eventuali responsabilità patrimoniali, in concorso con gli amministratori, per culpa in vigilando ex art. 2407, 2° comma del Codice civile.
Detto ciò, perché è quanto meno inopportuno se non addirittura "altamente sconsigliabile" per il professionista accettare un incarico di semplice revisore unico senza adeguata preparazione in materia di revisione legale, analisi finanziaria e diagnosi del rischio d'insolvenza (come, ad esempio, prevede opportunamente, il Sarbanes-Oxley Act statunitense individuando la figura dell'Audit Committe Financial Expert)?
Per la semplice ragione che la legge e le norme di comportamento professionale (ISA e Norme sui sindaci emanate dal CNDCEC) assegnano ruoli, e quindi strumenti operativi e legali, significativamente diversi.
Sul piano operativo il sindaco è tecnicamente un "controllore interno", un organo cioè insignito dei più ampi poteri di vigilanza sulla gestione, neutrale ed indipendente, la cui funzione non è meramente "reattiva" (intervengo quando mi accorgo dell'accadimento lesivo dell'equilibrio economico-finanziario e della perdita patrimoniale) ma eminentemente "proattiva" (intervengo prima che si produca l'evento lesivo dell'equilibrio economico-finanziario e della perdita patrimoniale).
Il suo è un ruolo di "contrasto" e di "contraddittorio propositivo" che deve imporre, se necessario, anche un atteggiamento conflittuale con l'organo amministrativo, nell'interesse della società, a tutela della base occupazionale e a salvaguardia della continuità operativa aziendale.
A conferma di questa tesi egli, quale organo sociale, può convocare d'urgenza l'assemblea dei soci e, novità significativa introdotto dal nuovo Codice, può ora anche presentare d'iniziativa istanza di liquidazione giudiziaria quando, in estrema ratio, in presenza di reiterata inerzia dell'organo amministrativo o di atti in palese violazione di legge o dell'interesse dei terzi (banche, erario, fornitori, dipendenti), ritenesse opportuno decretare "la fine dei giochi".
In altri termini, la legge gli concede "l'onore e l'onere" di avere il "coltello dalla parte del manico".
Di tutto questo non può disporre il revisore unico.
Questi, innanzitutto, non è un organo sociale e quindi il suo ruolo e le sue attribuzioni anche di controllo non possono che limitarsi agli aspetti contabili e di bilancio.
Egli non "vigila sulla gestione" ed il suo è un ruolo meramente "reattivo" non avendo né titolo ne strumenti per una azione "proattiva".
Inoltre, non essendo un organo sociale, non può nemmeno godere della "garanzia di ultima istanza" per esimersi da un'eventuale responsabilità patrimoniale poiché non può presentare istanza di liquidazione giudiziale.
In altri termini per lui vale la regola inversa rispetto al sindaco poiché "il coltello" dalla parte del manico ce l'ha l'imprenditore e non lui.
Tutto questo si risolve in un notevole aggravio di responsabilità reso ancora più oneroso per il professionista che accetta l'incarico di revisore unico per i limiti legali ed operativi legati al suo ruolo.
Se poi si aggiunge, a queste già più che sufficienti motivazioni, che i professionisti che in questi giorni stanno accettando inconsapevolmente l'incarico di revisore unico, sono per lo più dottori commercialisti ed esperti contabili con scarsa se non nulla conoscenza applicativa dei principi di revisione (provate a domandare per esempio se conoscono il principio ISA 315 o l'ERM CoSo Report 2017 o ancora il principio di revisione ISRS 4400) e delle tecniche di analisi e valutazione del rischio economico-finanziario (diagnosi del rischio, analisi del budget di tesoreria e calcolo del DSCR e valutazione forward-looking e multi-scenario del piano aziendale), la situazione che si sta producendo è davvero preoccupante.
Ma poi, invero, ai signori imprenditori converrà, per poche migliaia di euro risparmiati, mettere a repentaglio la loro impresa e, come fanno gli struzzi in caso di pericolo, nascondere la testa sotto la sabbia e far finta che sia "tutto a posto!"?
Ai posteri l'ardua sentenza.

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Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.


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