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Se la ripresa si ferma a Basilea. La "cura da cavallo" di Basilea 3
di Marco Panara
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 29 marzo 2010

Per l'economia meno credito e a prezzi più alti, per le banche più capitale e dividendi più bassi. Se vogliamo tenerci alla larga da crisi come quella che stiamo attraversando il prezzo che dobbiamo pagare è salatissimo. Jean Laurent Bonnafé, direttore generale di BNP Paribas ha indicato le cifre: 400 miliardi di euro di nuovo capitale per le banche e mille e 500 miliardi di nuova raccolta con l'emissione di titoli a medio e lungo termine. I numeri dell'economista Rainer Masera, non sono molto diversi: «A livello globale le banche dovranno raccogliere 500 miliardi di dollari di nuovo capitale e mille miliardi con l'emissione di obbligazioni». E il conto di Basilea III.
«L'impatto delle nuove regole proposte dalla Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea che dovrebbero entrare in vigore nel 2012 ha detto Bonnafé in una intervista a Le Monde è di 6 punti di crescita del pil. Se l'Europa facesse questa scelta ci dovremmo aspettare due anni di forte recessione o quattro di crescita nulla».
«Non vorrei che la cura uccidesse il paziente è la preoccupazione di Masera il rischio con i requisiti che Basilea III propone, è di rendere troppo onerosi per le banche i nuovi requisiti di capitale in una fase in cui l'economia è debole. Le banche devono sostenere l'economia, e un eccesso di vincoli potrebbe impedirglielo».
Secondo Morgan Stanley, che ha analizzato gli effetti della nuova regolamentazione in un report del 27 gennaio scorso, «le banche aumenteranno i tassi e ridurranno ulteriormente il credito, che in Europa nel 2010 crescerà meno dell'1 per cento».
Il "new normal" per le banche, la finanza e le imprese in generale si comincia a intravedere: l'economia che ci aspetta prevede più capitale e meno debito, a tutti i livelli, a cominciare da quello centrale, le banche, che dovranno utilizzare meno l'effetto leva per passare alle aziende quotate e non, che dovranno abituarsi a puntare un po' di più sul capitale di rischio e un po' meno sui debiti. Perché indebitarsi sarà per tutti più difficile e più costoso.
«L'obiettivo fondamentale di Basilea III è da condividere dice l'economista Marco Onado perché le versioni precedenti, ovvero Basilea I e II erano piene di buchi. E, per inciso, bisognerebbe riflettere su come mai ce ne fossero tanti. Lo sforzo ora tende a rimediare a quelle debolezze ed a imporre un limite all'indebitamento complessivo di ciascuna banca, regola sacrosanta che la Banca d'Italia aveva previsto nell'applicazione di Basilea I e che poi è stato lasciato cadere perché l'Europa non l'aveva recepito nella sua direttiva». Il problema dell'impatto preoccupa però anche Onado: «Bisogna evitarlo, e infatti si parla di una adeguata fase di transizione. Ma stiamo attenti a quello che ci raccontano le banche, perché quando dicono che la nuova regolamentazione avrà un costo elevato ci dicono soltanto metà della verità: l'altra metà è che i profitti a due cifre di prima della crisi erano drogati dalla bolla del debito, e quelli se vogliamo un sistema stabile è bene che si rassegnino: non li rivedranno più».
Sull'Italia tuttavia la nuova regolamentazione potrebbe avere un impatto meno pesante che altrove: «La limitata operatività nel campo della finanza innovativa e nella negoziazione dei prodotti di credito strutturati ha detto l'11 marzo scorso in un'audizione alla Camera il vice direttore generale della Banca d'Italia Giovanni Carosio induce a prevedere che l'impatto dell'inasprimento sui requisiti sul trading book risulterà in media contenuto per le banche italiane. E l'introduzione del leverage ratio non dovrebbe comportare conseguenze importanti». Concetto ribadito due giorni dopo in un intervento a Perugia dall'altro vice direttore generale di via Nazionale, Ignazio Visco: «A fronte di una leva, misurata dal rapporto tra il totale dell'attivo e il patrimonio di base, pari a 34 per le principali banche europee nel giugno scorso, i maggiori gruppi italiani misuravano in media un valore di 24».
Una delle novità di Basilea III è infatti il leverage ratio, ovvero il livello massimo assoluto che ciascuna banca non può superare in rapporto al suo patrimonio di vigilanza, il famoso Tier 1. Un'altra novità è un vincolo alla liquidità a breve e a medio termine. Anche qui, poiché la Banca d'Italia da tempo poneva paletti simili, non dovrebbero esserci problemi tanto che per esempio Unicredit, e non c'è da dubitare che la situazione degli altri istituti sia sostanzialmente differente, ha potuto dichiarare che a fronte dei suoi impieghi con durata superiore all'anno la raccolta con scadenza oltre i dodici mesi è pari al 99 per cento, e per quelle superiori a cinque anni la copertura è pari al 90 per cento.
Dove però per le banche italiane si prevede qualche dolorino è la nuova definizione del capitale di vigilanza, nel quale sarà ammesso solo il capitale ordinario tangibile più gli utili non distribuiti e dedotte le partecipazioni di minoranza, gli interessi di minoranza nelle banche controllate e i crediti fiscali. L'esclusione del capitale cosiddetto 'ibrido' non preoccupa poiché in Italia ce n'è poco, e se anche ibridi dovessero essere considerati i Tremonti Bonds, poiché vanno a scadenza nel 2013 si dà per certo che il problema cadrebbe nella fase transitoria. L'eclusione delle azioni delle azioni di risparmio e privilegiate riguarda essenzialmente Intesa San Paolo, che ne ha per quasi 900 milioni di euro, e per le quali si prevede una transizione lunga.
Il capitolo più dolente è quello delle deduzioni. Una sim che preferisce non essere citata sull'argomento ha fatto i conti per sette banche: Unicredit, Intesa, Ubi, Banco Popolare, Popolare di Milano e Credem. Il risultato è che tutte insieme si troverebbero con qualcosa come 25,2 miliardi di euro di Tier 1 in meno, 11 dei quali Unicredit, 8 Intesa, 2,2 il Banco Popolare e circa 1,4 ciascuna Ubi e Popolare di Milano. Tutto questo naturalmente se la proposta di Basilea passasse così com'è, cosa ritenuta da tutti assai improbabile.
E infatti nella cittadina svizzera è già cominciata la battaglia delle lobby e delle banche centrali per portare l'acqua al proprio mulino, uno scontro dalla sintesi difficile, perché i sistemi bancari europei sono assai diversi tra di loro e quindi differenti sono gli interessi che si cercherà di tutelare. Per l'Italia il primo punto sono i crediti fiscali: «Assume una valenza fondamentale la computabilità ai fini del patrimonio di vigilanza delle poste relative alla fiscalità anticipata ha detto il presidente dell'Abi Corrado Faissola nell'audizione alla Camera del 16 febbraio in larga parte generata dalla peculiarità del sistema fiscale». In particolare il problema di cui parla Faissola è il limite allo 0,3 per cento degli impieghi per gli accantonamenti per sofferenze che le banche italiane possono dedurre dalla loro denuncia dei redditi, il resto diventa un credito ammortizzabile in 18 anni. Non sono cifre di poco conto, per i sette istituti indicati si tratta di quasi 9 miliardi di euro che con la versione attuale di Basilea III scomparirebbero dal Tier 1 penalizzando le banche italiane a fronte di quelle degli altri paesi che hanno normative fiscali diverse. Si ritiene tuttavia che questa cifra possa essere ridotta a un quarto o addirittura a un decimo nella versione finale.
Il secondo capitolo è quello delle partecipazioni di minoranza. Parliamo delle partecipazioni assicurative, da Intesa Vita ad Axa Mps Vita, ma anche delle partecipazioni di Intesa in Telco o in Alitalia e delle altre banche in varie società. Complessivamente sono oltre 5 miliardi che anche in questo caso si conta di dimezzare (anche con l'aiuto delle banche francesi che hanno i portafogli gonfi di partecipazioni).
Infine ci sono gli interessi di minoranza. E' una questione complessa: fino ad oggi su una banca ha una partecipazione del 51 per cento in una controllata porta nel suo capitale di vigilanza il 100 per cento di quella partecipazione, così come nel calcolo del suo attivo rientra il 100 per cento dell'attivo della partecipata. Basilea III proporrebbe di portare solo il 51 per cento del patrimonio mantenendo invece dall'altra parte dell'equazione il 100 per cento dei rischi. La proposta è di portare correttamente la quota detenuta da tutte e due le parti: se è 51 per cento del capitale sia anche il 51 per cento dei rischi.
La partita su tutto ciò è appena cominciata e l'esito lo conosceremo a fine anno. Ma anche se le nuove regole entreranno in vigore nel 2012 il loro effetto, comunque esse saranno, si comincia a sentire sin d'ora: le banche in attesa di conoscere il loro destino conterranno il credito e ne aumenteranno i costi. E uscire dalla crisi sarà un processo più lungo e difficile.

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