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E il risk manager irrompe sulla scena
di Guido Plutino
Il Sole 24 Ore
Lunedì 5 luglio 2004

La data ufficiale di avvio è il 1° gennaio 2007, ma Basilea 2 è già ben presente al centro della scena. Eppure è tanto importante quanto relativamente sconosciuto, specialmente tra chi dovrebbe invece saperne di più: le piccole e le medie imprese. Sta già modificando, infatti, il delicato rapporto tra aziende e mondo del credito, andando a colpire il punto forse più debole delle aziende: la finanza d'impresa.
L'accordo riguarda i requisiti patrimoniali delle banche e stabilisce nuovi parametri per gli accantonamenti a fronte dei crediti. Gli istituti classificheranno la loro clientela in base a nuovi rating più stringenti e sofisticati. Ciò spaventa molti imprenditori e non è difficile capire perché: più accantonamenti significa maggiori costi per le banche, quindi meno credito e a costi più elevati per le imprese.
Non è uno scenario futuribile. Basilea 2 prevede un regime più conveniente per le aziende di credito che potranno dimostrare di essersi comportate in modo virtuoso. Ma per fare questo occorre addurre come prova tre bilanci conformi ai nuovi criteri. Ciò significa, in pratica, che in molti casi le maglie del credito sono già state strette dall'inizio del 2003.
Per limitare gli effetti restrittivi sull'erogazione di risorse fresche, la mossa più importante per le piccole aziende è imparare a parlare con le banche, individuando un linguaggio comune. Per questo la vera variabile strategica, a fianco della struttura commerciale, diventerà la finanza d'impresa: cioè la capacità di valutare la propria solvibilità, di definire bilanci preventivi anche con scadenze più brevi rispetto all'anno e di realizzare un sistema di reporting per rendere conto alle banche creditrici della situazione aziendale.
Naturalmente è anche questione di professionalità e di strumenti e - come sempre in questi casi - le difficoltà di alcuni rappresentano opportunità per altri. È il caso del risk manager, figura per la quale si aprono scenari di grande interesse. Ma è anche il caso di chi offre strumenti di "autodiagnosi" per valutare gli equilibri finanziari dell'impresa e determinare il rating. Un settore che negli ultimi tempi sta vivendo una stagione molto vivace.
Del resto, lo spazio di mercato non manca. Secondo una ricerca Unioncamere su un campione di 7.860 Pmi italiane, meno dell'1% delle aziende è in possesso di requisiti sufficienti per ottenere un rating A, solo il 17,5% per un rating BBB, mentre il 65% ha bilanci che verrebbero classificati con BBB- o BB (situazione critica) e il 16,5% rientra nelle categorie B e CCC (in pratica, rischia di essere escluso dal credito). Sono dati che fanno intuire quali conseguenze potrebbe avere l'accordo Basilea 2 se applicato in modo rigido e senza correttivi che tengano conto del particolare tessuto produttivo italiano.
«È necessario un passaggio culturale - commenta Roberto Cappelletto, professore ordinario di Finanza aziendale all'Università di Udine - e questo fortunatamente si è già avviato. Lo dimostrano le recenti aperture del mondo bancario dopo le proposte avanzate da UniCredit e lo conferma anche la risposta del mondo imprenditoriale, che esprime una domanda crescente di formazione e di strumenti d'intervento: ci si sta rendendo conto che capitalizzare le imprese è ormai una questione di vera e propria sopravvivenza».
Tra gli strumenti più innovativi c'è un metodo di autodiagnosi messo a punto da Phedro Consulting. Si chiama "Analisi della dinamica economico-finanziaria" ed è stato utilizzato negli ultimi 15 anni da banche e consulenti per elaborare circa 150mila bilanci. «Poggia sul principio di analizzare le imprese sulla base dei flussi finanziari e non delle semplici scadenze - aggiunge Cappelletto, che è anche responsabile del comitato scientifico di Phedro Consulting -, dando quindi una valutazione dinamica. L'esame corretto del ciclo monetario, inoltre, è perfettamente in linea con quanto previsto dagli Ias (i princìpi di bilancio) recentemente approvati a livello internazionale».

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