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C'è un rischio costi dietro il rating
di Guido Plutino
Il Sole 24 Ore
Lunedì 29 agosto 2005

In una confusione di dati e previsioni sono cominciate le grandi manovre in vista di Basilea 2, l'accordo che dal 2007 modificherà profondamente le modalità di concessione del credito. Vi partecipano soggetti disparati, coinvolti in vario modo in un cambiamento che per il momento offre almeno due certezze: la prima è che si tratta di un fenomeno di grande rilevanza; la seconda è che, salvo correttivi, rischia di fare vittime. La confusione deriva invece dalle troppe e contrastanti risposte alle domande fondamentali che ogni piccola o media impresa si pone in questi mesi. Le nuove regole porteranno a una stretta creditizia? Si trascineranno dietro un aumento di costi per le aziende?
Standard & Poor's ha avviato un Osservatorio sulla qualità creditizia delle piccole e medie imprese. E' stato prodotto un primo report (in base a dati 2005) sulla probabilità di insolvenza di 1,2 milioni di Pmi in Francia, Germania, Regno Unito e Spagna. Del campione italiano fanno parte circa 120mila aziende non quotate. «I dati sulla probabilità di insolvenza a livello settoriale - spiegano gli analisti - presentano alcune interessanti caratteristiche. A livello aggregato, il settore ingrosso e commercio al dettaglio ha la più bassa probabilità di insolvenza in Italia, pari allo 0,67%, mentre il settore prodotti di consumo e tessili occupa l'ultima posizione con la probabilità più elevata, pari all'1,09%».
• Le ricerche. Un quadro positivo che riceve diverse conferme. La prima da un'indagine di Unioncamere che ha esaminato oltre 11mila piccole imprese italiane con un volume d'affari medio di 800mila euro, attive in diversi settori. Secondo la valutazione dell'indice di rischiosità, oltre il 10% delle aziende considerate rientra nella fascia d'eccellenza, la maggior parte si inserisce in una situazione intermedia (il 54% ha un indice di affidabilità definito "buono") e solo il 29% mette in luce criticità. La valutazione è completata dall'esame della forma societaria: ditte individuali e società in nome collettivo risultano le più affidabili, mentre quelle in accomandita semplice si trovano all'estremo opposto. Una seconda conferma proviene da Roma: secondo uno studio Fedart Fidi-Unioncamere su un campione di 800 imprese artigiane, il 47% delle aziende dispone di ottimi fondamentali e rientra in una fascia dell'eccellenza.
L'elenco, parziale, degli ottimisti è completato da uno studio di Pricewaterhouse-Coopers: con l'applicazione di Basilea 2 per le Pmi italiane si renderanno disponibili almeno 53 miliardi di crediti in più, allontanando dunque lo spettro di una chiusura del rubinetto dei prestiti.
Tra le buone notizie non manca però un elemento che fa suonare il primo campanello di allarme. Anche se le risorse saranno abbondanti, l'adozione di criteri di valutazione più selettivi e la riduzione dei margini discrezionali da parte da parte delle strutture commerciali delle banche lasciano immaginare giorni difficili per i clienti più indifesi, come appunto le piccole aziende. Non per niente il trattamento da riservare alle piccole imprese fa parte dei punti ancora aperti. Italia e Germania, le nazioni con il maggior numero di Pmi, stanno infatti attuando pressioni affinché questi soggetti vengano considerati come clienti retail e nno corporate. Se ciò dovesse effettivamente avvenire, gran parte delle aziende italiane verrebbe risparmiata dalla necessità di sottoporsi all'esame del rating individuale.
• Visione ottimistica. Stando a queste considerazioni, dunque, ci sarebbero abbondanza di risorse e clienti affidabili. Una visione ottimistica affascinante, che non scioglie però un dubbio piuttosto insidioso: se le cose stessero effettivamente così, le banche dovrebbero mettersi in fila davanti alla porta per prestare i soldi alle aziende. Peccato che la realtà quotidiana, come sa ogni piccolo imprenditore, è ben diversa.
Secondo una ricerca sul microcredito realizzata dalla Camera di commercio di Milano, nel capoluogo lombardo due imprese su tre non trovano banche disposte a finanziarle. Si tratta, in particolare, delle aziende con meno di 50 dipendenti, un universo che rappresenta il 27,4% dell'occupazione e un quinto del fatturato totale milanese. Tra le imprese più penalizzate figurano quelle attive nel commercio, nelle costruzioni e nell'agricoltura. L'unico motivo di soddisfazione deriva dalla riduzione del costo del credito, diminuito in media di un terzo tra il 2000 e il 2003. L'Abi ridimensiona però i timori relativi all'accesso al credito da parte delle Pmi. Stando ai dati dell'Osservatorio permanente banche-imprese costituito dall'Abi e da 11 associazioni d'impresa, i finanziamenti alle imprese agricole, artigianali, commerciali e industriali sono cresciuti nell'ultimo anno del 2,2 per cento.
Eppure le preoccupazioni si moltiplicano. Uno scricchiolio arriva dal Nord-Est. Nel periodo compreso tra marzo 2004 e marzo 2005 il rischio di credito ha mostrato un trend crescente. E' quanto emerge dai dati della quinta edizione dell'Osservatorio Crif decision solutions - Nomisma dedicato alla finanza dei piccoli operatori economici. L'analisi evidenzia che la prudenza delle banche nei confronti delle nuove iniziative sembra giustificata dal fatto che il rischio delle Pmi nuove nate è significativamente più alto di quello delle aziende già avviate, quantomeno nei primi 12 mesi di attività.
L'accesso al credito rappresenta dunque una corsa a ostacoli che porta spesso le piccole imprese a reperire le risorse necessarie all'avviamento attraverso il canale del credito personale e finalizzato. In altre parole, pur di ottenere velocemente il finanziamento, si è disposti a sostenere oneri più elevati.
In questa situazione di debolezza diffusa, nella quale le piccole imprese evidenziano una condizione di particolare sofferenza a causa della loro gracilità organizzativa, l'accordo di Basilea 2 rischia di fare la parte dell'elefante nella cristalleria.

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Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.


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