Rassegna stampa

«Rinuncio al macchinone ma preferisco assumere un dipendente in più»

di Christian Benna

Il Corriere della Sera

Giovedì 29 aprile 2021

Alle 17 in punto cala il sipario su fabbriche e uffici. Si spengono le luci, tacciono i macchinari, neri gli schermi dei pc: arrivederci a domattina. Perché alla Reynaldi, azienda di Pianezza (Torino) che produce cosmetici per conto terzi, straordinari e smanie da workaholic non sono graditi. Anzi sono vivamente scoraggiati. «Il bene più prezioso è il tempo. Sfido chiunque a dimostrare il contrario. Per me il tempo della vita, lo stare in famiglia, coltivare interessi e passioni, sono elementi di competitività anche per l'impresa», afferma Marco Piccolo, 46 anni, imprenditore e ceo dell'azienda. «Ecco perché cinque anni fa ho scelto di trasformare Reynaldi in una Società Benefit. Perché ero e sono convinto che il profitto non sia un obiettivo primario, ma è una conseguenza naturale per una azienda che vuole produrre valore oltre a oggetti e servizi».

Reynaldi è stata tra le prime società in Italia a diventare Benefit, inserendo nel nuovo statuto una «formula magica»: ovvero «creare un valore condiviso e un impatto positivo sulle persone, la società e la natura». Per Marco Piccolo la sostanza del successo è tutta in questa frase. «Ma non fatemi passare per un buono. Preferisco parlare di business, di migliori performance, di circolo virtuoso tra capitale e lavoro». La fabbrica Reynaldi lavora su un turno solo. E non perché manchino gli ordini. «Mi prendo il lusso di scegliere con chi lavorare, solo con aziende sostenibili». Produrre in un solo turno riduce i volumi delle commesse, ma «garantisce più tempo libero ai miei collaboratori», fa risparmiare (meno energia utilizzata), e «ci spinge ad avere una organizzazione più efficiente». Secondo Marco Piccolo le persone soddisfatte sono lavoratori migliori. «Sembra banale ma nei sacri testi del management non se ne parla. Lavorare meglio in minor tempo significa risparmio economico e più produttività». L'orario di lavoro senza straordinari ha allungato la progressione dei ricavi. L'azienda cresce in media del 27 per cento l'anno. Nel 2019 del 47 e perfino del 50 per cento, oltre 6 milioni di euro. Un solo dipendente nel 2000, oggi ne ha 60. «Preferisco assumere un nuovo dipendente che far lavorare un'ora in più i miei collaboratori». Lo stabilimento di Pianezza oggi si estende per 7.500 metri quadrati. Il risultato è che l'organizzazione del lavoro così concepita ha fatto lievitare i profitti. E l'imprenditore torinese, che è anche rappresentante di Confindustria Piemonte per la Csr, ha rispettato quanto scritto nel nuovo statuto anche in busta paga. L'imprenditore ha deciso di distribuire il 30 per cento degli utili ai dipendenti. «Più che un incentivo è un riconoscimento al lavoro svolto. Il rispetto delle persone, del loro tempo e delle loro famiglie, è valore aggiunto per una azienda. Perché sono gli addetti a fare l'azienda». Certo, dividere il profitto ha un prezzo per l'azionista. «Non mi posso permettere un'auto di lusso. Ma preferisco guidare una vecchia Fiat Idea e avere addetti felici che salire ogni giorno su una Ferrari e lasciarmi alle spalle dipendenti frustrati». Il tempo è il bene più prezioso. E vale denaro. Ma il business è anche questione di spazio. Alla Reynaldi non si vuole dare spazio allo stoccaggio rifiuti. «Realizziamo detergenti e skin care con il 97 per cento di scarti di lavorazione. L'economia circolare è la più grande opportunità che ci è capitata. E adesso lanciamo una startup per recuperare gli scarti delle mele e farci creme di bellezza».


Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.


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