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Piccolo è ancora bello purché però sia 4.0
di Giovanni Ajassa (*)
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 6 novembre 2017

Chissà se Dick Thaler ha mai scritto di piccole imprese italiane. Il caso delle Pmi, della loro problematica presenza in scenari che sembrano privilegiare dimensioni sempre più grandi, ben si presterebbe all'indagine anti-conformista del nuovo Premio Nobel dell'economia. Un approccio secondo cui prima di fare prescrizioni sul dover essere utile è spendere qualche energia nel cercare di descrivere ciò che è. Prima dei modelli vengono i comportamenti, con tutte le loro anomalie e "quasi-razionalità". Per le leggi della fisica il calabrone non dovrebbe volare. Con ali troppo piccole, la portanza non sarebbe sufficiente a vincere la forza di gravità. Eppure il calabrone vola grazie a qualcos'altro che il modello non ha previsto. Così anche le piccole imprese italiane. In passato a spingere il volo delle nostre PMI era quella rete locale di economie esterne e di conoscenza tacita e condivisa rappresentata dai tradizionali distretti industriali.
Oggi che tutto diviene globale e digitale serve qualcos'altro. Eppure, nonostante le difficoltà, molte piccole e medie imprese italiane continuano a volare. Al di là dei modelli, sono proprio le evidenze pratiche a indicare come internazionalizzazione e innovazione stiano diventando i propulsori, piuttosto che i problemi, dei nuovi percorsi di sviluppo delle nostre PMI. Primo punto, l'internazionalizzazione. Il luogo comune teorico dice che con la globalizzazione dei mercati, con l'allungamento delle distanze, le piccole imprese sono tagliate fuori. I dati raccontano una storia diversa. Si guardi, ad esempio, il terzo capitolo del bel "Rapporto sulla competitività dei settori produttivi" curato dall'Istat dove si legge che in Italia ci sono circa tredicimila imprese definite "global" in quanto impegnate in attività di export ed import in almeno cinque grandi aree extra-europee. La dimensione media di questi tredicimila campioni di mobilità internazionale è di soli 35 addetti, ben al di sotto della soglia che identifica il limite superiore della piccola impresa. Piccolo può, quindi, essere anche globale. Alle 180mila micro e piccole imprese esportatrici italiane fa capo un quarto dell'export nazionale. Non è poco. Proiettando i consuntivi dei primi otto mesi di quest'anno è ragionevole ipotizzare che le esportazioni italiane nel loro complesso possano nel 2017 avvicinarsi al massimo storico di 450 miliardi. Di questi, oltre un centinaio verranno dal tessuto delle piccole imprese. I piccoli calabroni hanno, evidentemente, imparato modi nuovi per volare. Magari integrandosi nelle catene globali del valore e valorizzando la qualità italiana nei circuiti delle multinazionali estere. Insieme, costruendo nuovi percorsi per fare innovazione. Secondo punto, l'innovazione. Proiettando in avanti i dati diffusi dal MISE sulla situazione del primo semestre, a fine 2017 il numero delle piccole startup innovative iscritte nell'apposito registro potrebbe raggiungere le ottomila unità, più del doppio di quante se ne contavano solo tre anni fa. Grazie anche ad incentivi e semplificazioni, anche in Italia comincia ad attecchire un eco-sistema di rapporti tra le piccole startup e le grandi imprese secondo lo schema della open-innovation, l'innovazione aperta. Si tratta di primi passi, a volte incerti e sicuramente parziali se confrontati a quanto fatto in altro paesi, come giustamente rileva una bella indagine curata di recente dall'AIAF, l'associazione italiana degli analisti e consulenti finanziari. Nel 2016 gli investimenti nelle startup sono ammontati a 180 milioni di euro in Italia contro 1,4 miliardi della Francia. Abbiamo ampi spazi di miglioramento da conseguire lavorando anche fuori dei nuovi eco-sistemi, riducendo i tempi troppo lunghi della giustizia civile e migliorando i livelli di tutela della proprietà intellettuale delle innovazioni. Cose che permetterebbero di attirare più "venture capital", anche dall'estero. Piccolo può tornare a essere bello, posto che riesca ad essere innovativo ed internazionale. Dipende dalle imprese, ma anche dalle istituzioni. Per dirla con Dick Thaler, servirebbe una spinta gentile, un "nudge", per consolidare e accelerare il cambiamento.

(*) = Direttore Servizio Studi Bnl, Gruppo Bnp Paribas.

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Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.


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