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  :: Rassegna stampa - Documento

Mps, cosa fare perché non si ripeta
di Rainer Masera
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 12 dicembre 2016

A partire dagli anni 80 e fino alla crisi del 2007-08 si è assistito negli Stati Uniti e in Europa a un processo di deregolazione delle banche, accompagnato dall'assioma che nel nuovo ambiente competitivo la banca doveva essere considerata fondamentalmente come un'impresa. La vigilanza doveva essere basata su principi generali e ancorata ai sempre più complessi e sofisticati modelli di Basilea sul capitale minimo collegato agli attivi ponderati per il rischio. La crisi ha imposto di riconsiderare questo approccio, ma permane l'impostazione della banca-impresa. In assenza di separatezze strutturali, si sono fatte sempre più cogenti e pervasive le regole sul capitale, sulla liquidità, sulla trasformazione delle scadenze. Anche i requisiti di corporate governance sono stati resi più stringenti per contenere i rischi e sollecitare la creazione di valore sostenibile per tutti gli stakeholders. Si è affermato il principio che i l taxpayer non deve essere l'ancora di salvezza per gli errori della banca-impresa. Si è contenuto l'azzardo morale costruendo un sistema rivolto a internalizzare le perdite (bail in).
Questi comuni indirizzi sono stati declinati in modo diverso in Europa e negli Stati Uniti. Al di là dell'Atlantico si è in primo luogo, già dal 2008, accompagnato il processo con un forte sostegno pubblico, e in particolare con garanzie alle cartolarizzazioni dei prestiti sia in bonis, sia non performing delle banche. Si è adottato un approccio proporzionale nell'applicazione delle nuove regole, anche per salvaguardare il nesso tra piccole-medie banche e il credito alle piccole-medie imprese. Si è adottato un mix più efficace tra la politica monetaria e quella fiscale. In sintesi, si è posta maggior attenzione per evitare che la calibrazione microprudenziale delle regole non avesse effetti indesiderati a livello macro (fallacia di composizione). L'Europa ha fatto passi importanti nell'alveo dell'Unione Bancaria, ma con ritardi, indecisioni e con politiche economiche non adeguate. In particolare il disegno del sistema del bail in mostra contraddizioni e crepe: l'Italia le sta sperimentando. L'esasperata enfasi sui vincoli di capitale (one-size-fits-all) in un'economia europea che stenta nell'uscire dalla deflazione e nel manifestare una solida ripresa ha implicato gravi costi per la crescita. Soprattutto non si è adeguatamente tenuto conto che, in condizioni di ristagno, continui aumenti di capitale (oltre a neutralizzare gli impulsi espansivi di politica monetaria) non rappresentano una condizione nè necessaria, né sufficiente, per la durevole solidità della banca-impresa.
Gli aumenti "forzosi" di capitale dilatano il divario fra il ritorno della banca e il costo del nuovo capitale, sospingono, in un circolo vizioso, ben sotto l'unità il rapporto prezzo-libro, ingenerando sfiducia e dubbi sullo stesso libro, che pure è il cardine degli standard di Basilea. Al di là dei necessari presidi di capitale di rischio, ciò che occorre è che la redditività sostenibile di medio periodo sia ricondotta su valori superiori al costo complessivo dell'indebitamento. È questa la vera condizione per creare valore. Altrimenti le immissioni di capitale fresco finiscono con il procrastinare e amplificare i problemi. Resta comunque vero che la responsabilità prima per il rilancio sostenibile della banca-impresa sta agli azionisti, all'assemblea e più direttamente al consiglio di amministrazione e al management (scelto dal CdA). Questa lunga premessa appare necessaria per inquadrare correttamente le problematiche che il Mps, le autorità e le banche italiane sono oggi chiamate ad affrontare. Cinque secoli di storia del Monte sono stati distrutti da errori e cattiva gestione; gli aumenti di capitale sono stati dissipati. Piani industriali irrealizzabili avevano accompagnato le iniezioni di mezzi freschi. Il valore Mps nonostante le continue trasfusioni di mezzi è dell'ordine di 700 milioni.
La Banca d'Italia ha formulato critiche serrate al meccanismo di bail in. Sottolineo due incongruenze delle norme europee, per non parlare delle opacità e della compatibilità con le regole sugli aiuti di stato. Un pilastro dell'esercizio dovrebbe essere il sistema comune di assicurazione dei depositi che invece non è stato definito. I depositi sono la componente principale della moneta: non deve venir meno la certezza sul loro valore nominale. Un secondo cruciale elemento sta nella definizione delle regole sul capitale (Mrel) per consentire alle banche di assorbire le perdite in caso di bail in. Solo nei giorni scorsi l'Eba ha fornito al riguardo indicazioni quantitative, in base alle quali occorre l'emissione di quasi 300 miliardi da parte delle banche europee. Entrambi questi elementi non sono ancora stati attuati, eppure da essi dipende il buon funzionamento del BRRD. In conclusione, l'applicazione troppo meccanicistica delle regole (comunque incomplete) di bail in ha sospinto verso l'alto il costo del funding delle banche e ingenerato effetti prociclici. Il caso Mps è emblematico: gli aumenti di capitale possono essere inutili o addirittura dannosi se non si assicura la condizione sopra ricordata: redditività sostenibile superiore al costo del debito.
Al momento di scrivere questa nota appare che l'attuale aumento di capitale possa avvenire a condizioni "di mercato", dopo che la Consob ha approvato la conversione dei bond subordinati in mano al pubblico retail. Di per sé si tratta di un passo positivo. Ma questo scenario non può indurre a procrastinare ancora un intervento pubblico, concordato con Bruxelles e Francoforte, che preveda l'attivazione di garanzie per eventuali inoptati degli aumenti di capitale di molte banche che soffrono nel rispettare gli aut aut della seconda torre di Francoforte. Occorre trovare forme idonee, anche con sostegno pubblico, per assorbire in parte le perdite dei piccoli obbligazionisti subordinati. Occorre che si crei un sostegno ai prezzi dei distressed assets, per evitare che le perdite da vendite forzate generino una spirale viziosa con l'esigenza di nuovi aumenti di capitali. Il modello evocato per far fronte a evidenti fallimenti di mercato non deve essere visto necessariamente come un nuovo onere per il contribuente. Anzi, come dimostra l'esperienza degli Stati Uniti, può generare utili, ma occorre trovare un management per le banche che facciano ricorso ai nuovi meccanismi qui auspicati capace e indipendente, non condizionato da retaggi superati. Molti giovani banchieri italiani che operano con successo, anche sulle piazze di Londra e di New York, rispondono a questi requisiti.

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