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Ma quanto peserà Basilea 3 sul Pil? Le prime stime sono controverse, a settembre il bilancio ufficiale
di Giuseppe Chiellino
Il Sole 24 Ore
Mercoledì 4 agosto 2010

L'attuazione delle riforme previste dall'accordo Basilea 3 per rafforzare la struttura patrimoniale delle banche minaccia di produrre conseguenze pesanti sulla crescita del Pil e sull'occupazione nelle economie avanzate. In media, nei primi cinque anni con il nuovo regime (2011-2015), l'impatto sul Pil negli Stati Uniti, nell'Eurozona e in Giappone (il cosiddetto G3) sarebbe negativo per lo 0,6% l'anno rispetto allo scenario base. La più colpita sarebbe l'Europa che accuserebbe una mancata crescita di quasi un punto l'anno (-0,9%) contro il -0,4% del Giappone e il -0,5% degli Stati Uniti. Le stime sono contenute in un corposo report dell'IIF (Insitute of international finance, associazione mondiale delle grandi banche).
Si tratta, è evidente, di stime interessate che puntano - come ha notato l'economista Simon Johnson - a mettere sotto pressione i "decision maker" nel tentativo di incidere sull'assetto definitivo delle nuove regole di Basilea 3. In ogni caso, l'IIF prevede una perdita di 9,7 milioni di posti di lavoro nel G3 tra il 2011 e il 2015, con un impatto quasi nullo in Giappone (460 mila posti di lavoro in meno rispetto allo scenario base) ma molto più significativo in Europa (4,68 milioni) e negli Stati Uniti (-4,58 milioni). L'area euro dunque sarebbe la più colpita, sia in termini di mancata crescita che in termini di posti di lavoro. Tutto parte dagli effetti che le nuove regole sulla solidità patrimoniale delle banche - secondo lo studio - avrebbero sui tassi di interesse praticati dalle banche. Sempre nei primi cinque anni, nel G3 ballerebbero 132 punti base in più rispetto allo scenario base (169 in più negli Stati Uniti, 134 nell'eurozona e 76 in Giappone). La stretta del credito alle imprese e alle famiglie che ne deriverebbe avrebbe inevitabili effetti sull'economia reale.
Come è comprensibile, queste previsioni non sono accettate da tutti. «I leader del G20 probabilmente accantonerebbero Basilea 3 se credessero a questi numeri, che non sono neppure i più pessimistici se confrontati con il 6% di mancata crescita stimata dall'associazione bancaria francese», ha notato Doug Elliot della Brooking Institution. Lo stesso Elliot, tuttavia, non nega che mettere in sicurezza il sistema finanziario avrà un costo che si rifletterà sul credito e di conseguenza sulla crescita economica. Si tratta comunque di stime molto più basse. «Secondo i miei calcoli - afferma sempre Elliot - l'impatto dei nuovi requisiti di capitale delle banche sarà di circa lo 0,2%, prendendo come assnto un lungo periodo di transizione e senza considerare gli effetti delle regole di liquidità».
Un aumento dei tassi di interesse di questa entità, sottolinea Elliot, «avrebbe effetti molto contenuti sulla crescita dell'economia, considerando minimo l'effetto che produce l'aumento dello 0,25% dei tassi d'interesse da parte della Fed che è l'aumento più piccolo che fa normalmente la banca centrale americana».
Queste previsioni saranno comunque confermate o smentite dallo studio sull'impatto quantitativo delle nuove regole che il comitato di Basilea renderà pubblico a settembre. «Se il comitato di Basilea ha visto giusto - nota ancora Elliot - gli effetti sull'economia saranno ampiamente compensati dall'aver reso evitabili nuove, improvvise e diffuse crisi finanziarie».
Di parere molto diverso sono Samuel Hanson («promettente studente» di Harvard), Anil Kasyap (docente a Chicago) e Jeremy Stein (docente ad Harvard) che in un paper scritto per il Journal of Economic Perpsectives (A macroprudential approach to financial regulation) affermano che non c'è alcuna evidenza che l'irrigidimento dei requisiti di capitale per le banche produca significativi effetti negativi sul credito disponibile, sulla crescita economica e sull'occupazione. Lo studio, segnalato sempre da Simon Johnson in un articolo apparso su NYT.com's Economics, segnala anche altri due preoccupazioni. Innanzitutto il problema di Basilea 3 deve essere affrontato in una logica macroprudenziale nuova, preoccupandosi degli effetti di sistema che i comportamenti di ciascun istituto possono produrre o alimentare a livello macro. Il timore è che la necessità di adeguare i requisiti patrimoniali spinga le banche a cedere gli asset per adeguare i ratio. Le vendite forzate - nota Johnson - ci riporterebbero ad una situazione simile a quella del 2007-2008. In secondo luogo, lo studio afferma la necessità di impostare i requisiti di capitale per tipo e non, come oggi, per banca. «Se regoliamo le banche - commenta Johnson - le transazioni migreranno in aree più grigie del sistema finanziario».

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