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  :: Rassegna stampa - Documento

Lehman, il crac degli "altri" che piegò le banche italiane
di Andrea Greco
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 10 settembre 2018

«Il sistema bancario italiano è più solido di quello di altri Paesi. Ci ha salvato che in alcune banche italiane non si parli l'inglese, ma si parli con le imprese». Quando, in quel caldo 17 agosto 2008, il ministro del Tesoro Giulio Tremonti sfoggiò la centesima boutade per dire come si stava nell'Italia bancaria, il treno lanciato di Lehman Brothers stava per trovare il suo muro, e la crisi dei mutui subprime Usa avvampava da un anno con diverse vittime già al passivo. Dieci anni dopo, è drammaticamente evidente come l'economista lombardo ci avesse "preso a metà": solo per la parte di analisi, non nelle conclusioni.
Illusioni. Perché se il non parlare l'inglese ha riparato gli istituti dalle iniziali, dirette conseguenze della crisi finanziaria più grave del secolo, quel dialogo talora morboso con le imprese indebitate ha prodotto disastri tardivi e paradossali. Tali che a pagare più cara la spaccata della turbofinanza di Wall Street sia stato il comparto creditizio più tradizionale e paludato dell'Occidente, e che per rimediare oggi si trovi più finanziarizzato di prima.
La ricostruzione
All'apice della crisi "degli altri", che tra il 2007 e il 2008 erose due terzi della capitalizzazione di settore, forzò gli attori a svalutazioni miliardarie e avvicinò a zero la liquidità delle grandi banche d'affari, gli istituti italiani stavano riparati e coperti. Pochi titoli tossici e securitizzati, quindi piccole perdite dal crac Lehman; leva finanziaria sul patrimonio tra le più basse d'Europa (e circa metà rispetto a quota 30 dei più scalmanati banchieri Usa); minore interconnessione sui mercati grazie a una raccolta fondata sui conti correnti, meno instabili rispetto alla carta commerciale proposta ai grandi investitori. Fu la fase del grande mantra: «Le banche italiane sono solide». Lo ripetevano un po' tutti, anche più di Tremonti: dal governatore di Bankitalia Mario Draghi al successore Ignazio Visco (novembre 2011), senza dire dei banchieri stessi. Così, mentre la Casa Bianca imparava dall'errore di aver lasciato fallire Lehman, e spargeva subito dopo 1.200 miliardi di dollari tra Aig e l'intero sistema creditizio, nazionalizzato per risanarlo con pugno di ferro; mentre paesi Ue come Germania, Francia, Belgio, Olanda, Spagna, Irlanda ottenevano il nulla osta di Bruxelles per 4.500 miliardi di aiuti alle loro banche (parecchie malmesse); l'Italia si recitava il mantra allo specchio e lo declinava. Niente ricapitalizzazioni nel primo triennio: meglio vendere bond subordinati agli sportelli, fino a 60 miliardi che destabilizzeranno il paese nel 2016. Niente bad bank statale: Via Nazionale, con retaggi storici da prima della classe, non voleva smuovere troppa polvere, e trovò sponda nel governo Monti timoroso di trovarsi la Troika a Roma. Nel 2011, quando la crisi finanziaria aveva flagellato l'economia e minato la fiducia degli investitori sulla rimborsabilità del debito pubblico, il castello crollò e s'innescarono le due micce della crisi "a modo nostro": la spirale maligna tra spread sul Btp e capitale delle banche (che ne sono i primi compratori e videro falciati pezzi di patrimonio in breve) e quella, pure viziosa, tra crediti e sofferenze. Quando un paese vive due recessioni appaiate e brucia un decimo del Pil e il 25% del prodotto industriale, un ceto bancario che impiega il 130% di quanto raccoglie non può cavarsela con i mantra o con il timor di Dio; e non è casuale se il 10% di Pil venuto meno rassomigli, come cifra, ai 160 miliardi di aumento delle sofferenze bancarie lorde durante la crisi, fino al picco di 200 miliardi.
Tempestività nell'agire
A guardare dietro, è mancata tempestività nell'ammettere i problemi, premessa metodologica di base per affrontarli e nel caso superarli. Altra virtù rimasta in tasca ai banchieri tricolori è stata la capacità di mobilitare il ceto politico per difendersi dai pericolosi mutamenti di cornice normativa che la crisi finanziaria - pagata da tutti i Pantaloni del mondo - preparava. Nuovi lacci e lacciuoli, controlli e vincoli a futuri interventi statali nel credito. Ma quando nell'agosto 2013 a Bruxelles fu sdoganato il principio del bail in, poi votato nell'europarlamento e a Roma per far pagare agli investitori privati prima e più che agli Stati le crisi (addirittura con effetto retroattivo), gli italiani giocavano all'impiccato. Quando nacque l'Unione bancaria, che dal novembre 2014 prese in carico i maggiori prestatori europei avviando una prassi quasi malfidente di controlli e test di sforzo, le banche italiane si fecero trovare impreparate: piene di crediti in panne e fragili nel patrimonio. Sono le premesse dello scoppio ritardato per cui da fine 2015 - a sette anni da Lehman e otto dall'avvio della crisi subprime - è esplosa la crisi tricolore: prima le quattro piccole bad bank e i loro investitori (anche in bond), poi il quasi crac Mps schivato dallo Stato, in sequenza lo sfacelo delle due ex popolari venete e la vendita a zero di tre Casse del centro Italia al Credit Agricole. Così il contribuente italiano ha versato il suo obolo bancario: una ventina di miliardi, pochi e tardivi rispetto ai rivali di Usa e Europa. Che difatti frattanto hanno rilanciato prima e meglio i loro settori bancari e le economie.
La crisi bancaria
«In Italia la crisi bancaria è arrivata più tardi, ha necessitato di molti meno quattrini pubblici e ha prodotto più cambiamenti che nel resto d'Europa - è la sintesi istituzionale di Antonio Patuelli, presidente dell'Abi e di Cariravenna -. Basti dire che prima della crisi c'erano 800 banche, mentre al 31 dicembre 2018 i gruppi saranno 110». Anche le riforme dei governi Renzi e Gentiloni, sulle popolari e sulle Bcc, hanno contribuito: e anch'esse sono un portato "lento" della crisi. Più lento ancora, perché come spesso avviene nel paese le critiche e le resistenze, finite nel caleidoscopio giudiziario, le hanno lasciate incompiute. Da completare sono anche i due "compiti a casa" dei banchieri italiani post crisi: la discesa su livelli fisiologici (5%) del rapporto tra sofferenze e attivi, che vede allinearsi le banche medie e minori; il giro di fusioni atteso dal 2019, per ovviare con la scala al fatto che il modello di piccola banca commerciale ha ormai una redditività vicina a zero. Che la crisi abbia sconvolto il mestiere del resto è fuori discussione. Un'elaborazione sui bilanci bancari decennali, svolta per Repubblica dal sindacato autonomo Fabi, illustra i cambiamenti in atto. Sul lato dei costi, la dieta dei tagli e delle chiusure ha messo fuori gioco 5mila sportelli e 60mila bancari. Per le entrate, lo schianto dei tassi Bce ha azzerato il margine d'interesse sui depositi e piallato quello sui crediti (nonché i volumi dei prestiti, dapprima eccessivi), mentre centinaia di miliardi prestati gratis dalla Bce sono stati investiti in Btp e loro buone cedole. In parallelo le entrate da servizi, come le commissioni sul risparmio che hanno il pregio di non consumare capitale, sono decollate, riportando gli utili 2017 del settore, dopo vari anni rossi, oltre i 20 miliardi, quasi sui livelli pre-Lehman. Forse è una soglia fisiologica, ma attenzione: sono utili molto diversi, e per ironia della sorte ben più "finanziari" rispetto a 10 anni fa. «Le pressioni commerciali sono aumentate - dice il segretario generale della Fabi, Lando Maria Sileoni -. Prima venivano spinti i prodotti finanziari ad alto rischio e dannosi per la clientela, oggi vengono proposti prodotti solo finanziari come gli assicurativi che garantiscono alti guadagni alle banche. È cambiato lo spartito, ma non la musica». Sarà un aspetto da tenere a mente, non appena la Bce smetterà di regalare il denaro e i banchieri italiani dovranno pagarlo caro sui mercati.

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