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Istruzioni per l'imprenditore in cerca di crediti
di Guido Plutino
Il Sole 24 Ore
Lunedì 29 agosto 2005

Il problema principale da risolvere si chiama rating. Ottenere una buona valutazione - e mantenerla nel tempo - rappresenta infatti un obiettivo strategico, perché da questo dipende l'ottenimento del credito a condizioni più o meno convenienti. Ma come raggiungere questo risultato? Lo strumento giusto si chiama informazione. «L'aspetto principale del rating - spiega un rapporto di Antonio Taverna, partner di Pricewaterhouse-Coopers - è l'informativa. Trasparenza e integrità devono essere gli elementi guida di un rapporto costruito con le banche. D'altra parte, l'informazione richiesta dal mercato finanziario non è più il solo bilancio di esercizio. Il Comitato di Basilea ha indicato alcune informazioni minimali: redditività attuale e prospettica, struttura finanziaria, gestione del circolante, gestione finanziaria, fattori comportamentali e posizione competitiva. Ma non è da escludere che le banche richiedano informazioni più approfondite di queste: alcuni modelli prevedono l'utilizzo di decine e anche centinaia di parametri». Conclusione? «L'impresa - risponde Taverna - dovrà organizzare un'informativa strutturata e ne dovrà sopportare i costi, che potranno diventare significativi se la controparte avrà un atteggiamento "funzionaristico"». «La riduzione dell'opacità informativa è effettivamente una priorità per le imprese - concorda Lorenzo Bocchi, responsabile practice credit risk di Prometeia - e ciò significa non limitarsi alla reportistica di bilancio, che va comunque resa in modo completo e puntuale. Occorre completare questa con un'ampia informativa extra-contabile: per esempio, è opportuno comunicare i business plan e i piani strategici di sviluppo. La trasparenza informativa, infatti, porta immediati benefici nei rapporti creditizi. L'importante è che il flusso sia costante e non occasionale». Nella lista delle priorità delle imprese c'è anche un secondo punto importante: la riduzione della frammentazione delle fonti. «Attualmente - riprende Bocchi - le Pmi hanno in media da tre a sette partner finanziari. La situazione ottimale, pur senza arrivare al modello tedesco di Haus Bank, prevede la creazione di rapporti privilegiati con un numero più ristretto di interlocutori di qualità». Si tratta dunque di processi complessi, che richiedono investimenti piuttosto impegnativi (non certo dell'ordine di qualche migliaio di euro). Ma gli imprenditori possono fare da soli? «Gli strumenti disponibili sul mercato - risponde Bocchi - sono utili per fare un'autodiagnosi. Il vero investimento deve però indirizzarsi verso la formazione. Le imprese devono accresce le competenze di gestione delle risorse finaziarie. E' un salto culturale».
Un passaggio difficile. «Comunque - chiarisce Maria Pierdicchi, amministratore delegato di Standard & Poor's per l'Italia - l'imprenditore può cominciare a orientarsi utilizzando gli strumenti di autodiagnosi disponibili. Attenzione però: le metodologie standardizzate possono dare risultati fuorvianti. Ecco perché servono anche aiuti esterni, come consulenti e associazioni di categoria, per valutare meglio la situazione. Questo rappresenta certamente un onere, ma migliora la capacità di dialogo con le banche e, in conclusione, la propria situazione finanziaria, con evidenti benefici».
Orientarsi nel mare magnum delle offerte è tutt'altro che semplice e i criteri del prezzo basso e del marchio più o meno altisonante non sono affatto sufficienti. «Per scegliere un buon programma di autodiagnosi - suggerisce Alessio Balduini, director del gruppo risk solution Standard & Poor's - meglio seguire alcune linee-guida. I prodotti devono avere alle spalle un database già sperimentato, con almeno 120-150mila entità. Inoltre devono essere pensati, devono cioè consentire all'utilizzatore di fare confronti e valutare la sua distanza dalle medie di settore».

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