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«Il credito non riparte». Le aziende riaccendono il duello con le banche
di Walter Galbiati
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 2 marzo 2015

«Difficile l'accesso al credito», dicono le imprese, «fondi a disposizione non ancora sfruttati», dicono le banche, con in mezzo le autorità europee e nazionali interessate a spingere gli uni verso gli altri nel tentativo di rilanciare la ripresa economica. L'ultima lamentela degli imprenditori arriva dalla Confapi. «Nonostante i tanto sbandierati segnali di ripresa, le piccole e medie imprese soffrono ancora, soprattutto a causa del perdurante congelamento dei canali di accesso al credito. Oltre il 30% delle aziende associate a Confapi Industria, che si sono rivolte al consorzio fidi, non potranno essere aiutate poiché sono a rischio collasso, alle prese, ad esempio, con insolvenze o concordati preventivi di importanti clienti. Di contro si registra un 20% di Pmi che si sono viste negare un aiuto da parte della banca, quando invece vi erano tutte le premesse per ottenere un finanziamento, che avrebbe potuto rigenerare l'impresa e darle nuovo slancio», ha attaccato Paolo Galassi, presidente di Confapi Industria. Prima di loro era stata la volta dell'Alleanza delle cooperative che nell'ultima rilevazione congiunturale, relativa al quarto trimestre 2014, ha sottolineato che il 25,2% degli associati si è visto richiedere garanzie ulteriori di carattere personale, mentre il 30% delle imprese che si sono rivolte alle banche non ha ottenuto alcun finanziamento o si è vista concedere importi inferiori. E le previsione per l'anno in corso sono dello stesso tipo. Eppure l'associazione dei banchieri non fa altro che ripetere che il credito c'è, basta solo chiederlo. Secondo i dati dell'Abi, comunicati in occasione del primo bilancio dell'iniziativa "Progetti investimenti Italia" per la domanda di credito delle Pmi sono ancora disponibili 4,6 miliardi di euro dei 10 miliardi disponibili per le piccole e medie aziende che puntano a fare investimenti in beni materiali e immateriali strumentali all'attività d'impresa. In particolare, al 31 dicembre 2014 sono state accolte 17.998 domande di finanziamento per un controvalore erogato di 5,4 miliardi di euro su un plafond complessivo di 10 miliardi. Secondo l'Abi, «l'utilizzo delle risorse messe a disposizione è un segnale importante nella prospettiva di ripresa della domanda di credito per investimenti e rilancio economico dell'Italia». L'iniziativa è in vigore da gennaio 2013 ed è stata prorogata al 31 marzo 2015 in base al nuovo "Accordo per il credito 2013" tra l'Abi e le altre associazioni di imprese. Per il 77% dei casi, le domande sono state relative a beni materiali, mentre per tipologia di impresa è emerso che il 42% dei finanziamenti è riferito a imprese del settore Industria, seguito da Commercio alberghiero (29%), Artigianato (6,7%), Edilizia (4,7%), Agricoltura (3,8%). Il resto è stato appannaggio dei Servizi (13,8%). Il corto circuito tra imprese e banche si verifica quando a chiedere il credito sono aziende in difficoltà, i cui rating sono giudicati troppo bassi per offrire quelle garanzie necessarie a rendere plausibile la restituzione del prestito. «Quell'attenzione all'uomo imprenditore tanto auspicata quanto necessaria è sempre più affievolita - ha spiegato Galassi - nascosta dal rating e da parametri di rischio troppo stringenti. Riceviamo purtroppo sempre più "no" che si trasformano in una condanna a morte per aziende che magari hanno alle spalle mezzo secolo di attività, spesso in difficoltà solo e semplicemente perché aspettano da anni di essere pagate». Il pessimismo che circola tra i piccoli imprenditori è confermato da un sondaggio di Unimpresa tra i suoi 122mila associati che non solo non vedono una ripresa imminente, come si augura la classe politica italiana, ma che identificano nella carenza di credito uno dei problemi fondamentali per le loro attività. «Per il 62% delle micro, piccole e medie imprese italiane, il 2015 non rappresenterà la svolta per il rilancio dell'economia. Non ci saranno - spiega il report - salti di qualità sul versante della produzione e nemmeno sul fronte dell'occupazione: i dodici mesi appena iniziati si preannunciano critici ed estremamente incerti con l'uscita dal tunnel della recessione ancora lontana. Più di tre Pmi su cinque ritengono la ripresa un vero e proprio miraggio». I motivi? «Problemi con le banche per la concessione di credito, difficoltà nel rispettare scadenze e adempimenti fiscali, ritardi dei pagamenti della pubblica amministrazione, mancati incassi da clienti privati, impossibilità di pianificare investimenti, scarsa flessibilità nel gestire l'occupazione nonostante la riforma contenuta nel cosiddetto Jobs Act». Là dove non è arrivato il governo italiano potrebbe però arrivare l'Europa. La scorsa settimana il vicepresidente della Commissione Ue ha presentato un "Libro verde", una consultazione rivolta a tutte le parti interessate per avviare un mercato unico dei capitali. «C'è bisogno di aprirci a nuovi capitali, oggi l'80% dei finanziamenti alle Pmi viene dalle banche e il 20% dal mercato dei capitali, in Usa è il contrario», ha detto Katainen. L'obiettivo è rimuovere le barriere agli investimenti transnazionali e abbassare i costi del credito nella Ue. Come dire che se non si riesce ad avere un rapporto con le banche è meglio aggirare lo scoglio.

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