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  :: Rassegna stampa - Documento

E' giusto che lo Stato salvi Mps
di Marcello Esposito
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 12 dicembre 2016

Gettare la spugna non è un atto di codardia sportiva. Può consentire al pugile di salvare la vita e magari preservare una seconda chanche per il futuro. Nel caso di Mps si è aspettato anche troppo e ha fatto bene la Banca Centrale Europea ad evitare un inutile prolungamento dell'agonia. Un mese in più non sarebbe servito a nulla e avrebbe al contrario peggiorato una situazione che appariva già totalmente compromessa la scorsa estate, con la pubblicazione dei risultati dello stress test condotto dall'Eba. Quanto sarebbe costato alla Tesoreria del Mps ottenere finanziamenti interbancari sufficienti per compensare i deflussi della clientela privata e chiudere l'anno con livelli di liquidità minimamente accettabili? In una banca, ancor di più che in altre imprese economiche, la dimensione temporale è centrale nella funzione di produzione e quindi per definire le modalità e i costi di un intervento esterno di salvataggio.
Nell'intermediazione tra risparmio e investimento, le banche trasformano la dimensione del tempo e della liquidità. La sola base su cui può appoggiarsi la leva finanziaria è la fiducia dei clienti nella solidità della banca. Se essa viene meno, la leva finanziaria agisce al contrario, i flussi si invertono e la banca collassa. Meglio quindi intervenire subito, in maniera radicale, piuttosto che rischiare di doverlo fare dopo, quando le possibilità di un recupero "industriale" sono azzerate. Mps non può essere lasciata fallire, con buona pace di chi nei talk-show urla contro gli aiuti alle banche. Salvare Mps con l'intervento pubblico, come le quattro banche regionali e le due venete, vuol dire salvare i risparmiatori e le aziende che hanno i loro conti lì. Una soluzione di mercato abborracciata sarebbe stata peggio, perché solo la presenza dell'azionista pubblico può restaurare la fiducia dei clienti nella Banca ed evitare che l'emorragia di liquidità trasformi rapidamente il Montepaschi in una gigantesca e irrecuperabile "bad bank". E non bisognava certo aspettare l'esito del Referendum costituzionale per avere più di un dubbio sulla soluzione di mercato.
Basta ricordare le condizioni che erano state poste dai "privati" per garantire l'aumento di capitale: Mps avrebbe dovuto vendere tutti i suoi crediti in sofferenza ad un prezzo del 50% più elevato rispetto a quello di mercato e gli obbligazionisti subordinati avrebbero dovuto accettare in massa la conversione in azioni. Per non parlare del nocciolo duro del nuovo azionariato, quegli investitori istituzionali che avrebbero dovuto giudicare, in base alla durata del governo in carica, la redditività di un investimento così rilevante come quello nella banca più antica del mondo. Un'altra motivazione a favore di un intervento immediato sta nelle favorevoli condizioni di mercato, per come determinate dalle dinamiche del debito pubblico e dall'ombrello offerto dalla Bce con l'estensione del QE fino a tutto il 2017. Il salvataggio di Mps non rappresenta un pericolo per la tenuta dei conti pubblici italiani, se non viene caricato di significati meta-politici che non ha e che non deve avere. I 15 miliardi di euro che dovrebbero essere necessari per ricapitalizzare Mps e ripulirla dai crediti in sofferenza non rappresentano un problema in sè: alla notizia della decisione della Bce di non concedere più tempo a Mps, la variazione dello spread dei Btp sui Bund è stata indistinguibile dal semplice rumore statistico che ne caratterizza la serie storica. Ma non sarà sempre così.
Il 2017 si presenta come un anno politicamente impegnativo per l'Europa. Tutti e tre i maggiori paesi dell'Eurozona, Italia compresa, affronteranno passaggi elettorali delicatissimi, dove i partiti tradizionali si scontreranno con forze populiste e anti-europeiste. E tutto questo avverrà con una Amministrazione americana che si spera non mostri le preferenze geopolitiche rivelate durante la campagna per le Presidenziali. Meglio, decisamente meglio evitare qualunque rischio di strumentalizzazione politica di una crisi bancaria, che ne renderebbe la soluzione ancor più difficile di quanto già non sia. Ed intervenire quando i mercati sanno di avere ancora per 12 mesi la Bce pronta ad acquistare quasi 800 miliardi di obbligazioni, di cui quasi un centinaio attribuibili all'Italia. Le regole, introdotte con la Banking Union, della "condivisione dell'onere" di un salvataggio pubblico prevedono (almeno) l'azzeramento degli azionisti e degli obbligazionisti subordinati prima che lo Stato intervenga. I risparmiatori retail a cui è stata collocata un'obbligazione subordinata senza che fossero consapevoli del rischio potranno chiedere un ristoro totale o parziale della perdita subita. E a ben pensarci, se i rimborsi sono limitati a chi effettivamente era inconsapevole, non è poi così sbagliato che il contribuente intervenga. È una questione di responsabilità e la politica con la "p" minuscola non c'entra nulla. Le authority che dovevano vigilare sulla solidità della banca e sulla correttezza del processo di collocamente hanno fallito nel caso di Mps. Ma quelle authority non vengono da Marte, sono le stesse che ci hanno salvato, come risparmiatori, da altre situazioni forse ancora più pericolose e comunque sono espressione della comunità a cui come contribuenti apparteniamo. La politica con la "p" maiuscola, piuttosto che recriminare sul passato, dovrebbe quindi concentrarsi sul futuro per capire cosa fare per evitare che situazioni simili si ripetano. Le occasioni e gli stimoli, anche di origine europea, non dovrebbero mancare. Magari iniziando a chiedersi se e come stiamo recependo la MiFID 2, la direttiva europea che dovrebbe aumentare le tutele a favore dei risparmiatori.

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