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Direct lending, così fondi ed enti previdenziali saltano le banche e prestano soldi alle imprese
di Paola Pilati
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 16 luglio 2018

Può offrire rendimenti dal cinque al dieci per cento. Un risultato che neanche le più azzardate obbligazioni high yield (alto rischio, bassi rating) riescono a ottenere. È il direct lending, il prestito diretto, cioè senza l'intermediazione di una banca, la nuova cuccagna dei mercati. Deloitte, che ne traccia la crescita, registra un più 32 per cento di affari conclusi in Europa nel 2017 rispetto al 2016, con un'accelerazione nell'ultimo trimestre con un più 51 per cento. E anche l'Italia si sta svegliando: da quando (con un decreto del 2016) fondi pensione e casse previdenziali, oltre che le fondazioni bancarie, sono autorizzati ad utilizzare questo strumento finanziario, fiumi di nuova liquidità si preparano ad andare a caccia di aziende meritevoli di un prestito.
Effervescenza
Lo testimonia Mercer, la società di consulenza che ogni anno compie un sondaggio sulle scelte dei grandi investitori istituzionali: in quello appena pubblicato, l'85 per cento degli operatori italiani è deciso a mettere soldi sui mercati privati. Anche se i big hanno appena iniziato a spostare su questi strumenti la propria macchina di investimento e non hanno ancora messo in campo tutte le munizioni, un indicatore dell'effervescenza nel settore – basato su dati campione e limitato ai prestiti fatti da privati – viene da P2Plending Italia, che, per quello che riguarda solo i prestiti tramite piattaforme, segnala un volume di 126 milioni di euro nel primo trimestre 2018, il doppio di un anno fa.
Ma nel decollo del direct lending (chiamato anche private debt) la differenza la faranno appunto gli investitori istituzionali, che gestendo masse di denaro imponenti perché destinate alle pensioni dei propri assistiti, o alle attività delle fondazioni bancarie, possono mettere sul piatto ben altre cifre, facendo prevedere un mercato potenziale tra i 20 e i 30 miliardi.
La Fondazione Cariplo si è già attivata. «Siamo entrati in un ciclo di graduale crescita dell'inflazione», ragiona Gian Luigi Costanzo, consigliere d'amministrazione con delega per la gestione del patrimonio, «per cui i titoli obbligazionari governativi a tasso fisso e a lungo termine non sono più una carta vincente. Così abbiamo spostato le risorse dai governativi, che rappresentavano un terzo del totale, al comparto dei titoli illiquidi, di cui il direct lending è quota importante».
Su otto miliardi di portafoglio complessivo, la Fondazione Cariplo ha ridotto i governativi dal 33 al 7-10 per cento, e ha deciso di puntare un miliardo nell'"illiquid yield" che include tutta la famiglia dei titoli non immediatamente liquidabili, di cui 600 milioni solo nel direct lending. Un investimento graduale, che è stato affidato alla società di gestione Quaestio, che ha scelto un pool di cinque gestori, ognuno dei quali ha la missione di individuare una quindicina di società a cui dare il prestito.
Che tipo di società sono le candidate ideali al direct lending? Innanzitutto chi non può bussare al canale bancario. «Le banche faticano a concedere nuovi crediti per i vincoli di capitale che hanno l'obbligo di rispettare», dice Costanzo, «inoltre spesso si tratta di aziende con business plan complessi, che le banche faticano a capire, mentre sono più comprensibili ai fondi specializzati in private debt». «Oppure sono aziende medio-piccole, non quotate, che per crescere hanno bisogno di capitali e non solo non trovano ascolto in banca, ma non possono neanche emettere obbligazioni», aggiunge Giorgio Fano, gestore finanziario di Eurofer, il fondo pensione negoziale dei lavoratori Fs, che parte dedicando al direct lending il 5 per cento circa del patrimonio.
E le banche non soffrono la concorrenza? «No, perché sono costrette, proprio per il costo del capitale, a ridurre i prestiti a medio lungo termine», chiarisce.

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