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Crisi economica? Servono banche sane e profittevoli per una crescita sostenibile del sistema imprenditoriale italiano
di Roberto Nicastro
Il Sole 24 Ore
Martedì 20 marzo 2012

La crisi economica dell'ultimo quinquennio ha avuto molteplici cause che vanno dagli effetti del danaro facile in molti settori dell'economia mondiale, a partire da Wall Street, all'inevitabile chiudersi del lunghissimo ciclo espansivo iniziato nei primi anni 90.
Se guardiamo al nostro paese, la crisi è stata ancora più grave, per l'onda lunga dei pesanti deficit pubblici degli anni 80 e il pesantissimo debito pubblico che ne è derivato, forse vera madre di tutti i nostri problemi.
In mezzo ad una crisi così acuta assistiamo invece preoccupati alla sempre più frequente tentazione di mettere sotto i riflettori in particolar modo le banche italiane. L'attuale sentimento di diffidenza verso la categoria si basa principalmente su luoghi comuni, mai realmente comprovati, che tendono a far dimenticare i molti elementi di forza espressi dalle banche italiane anche durante questa crisi economica. Intendiamoci, anche le banche hanno fatto i loro errori prima e durante questa crisi, come peraltro è successo a parecchi altri attori economici e istituzionali, ma i toni delle critiche sollevate sono spesso ingiustamente aspri.
Le principali accuse che vengono avanzate alle banche italiane sono quattro:
1- le banche italiane tesaurizzano la raccolta - anche quella proveniente dalla BCE - e non la impiegano a beneficio dell'economia
2 - le banche italiane sono troppo selettive
3 - le banche italiane guadagnano troppo e hanno livelli di ROE malsani per l'economia
4 - i costi medi dell'intermediazione bancaria e dei servizi bancari in Italia sono molto più alti che all'estero.
Vorrei proporre alcune riflessioni:
1.Tutti i circa 1600 miliardi di euro di depositi e obbligazioni bancarie raccolte in Italia sono impiegati in crediti alle famiglie, alle imprese e alle amministrazioni pubbliche. Anzi la raccolta bancaria non è sufficiente a coprire per intero gli stock creditizi verso l'economia reale italiana, che ammontano a quasi 2000 miliardi di euro. In passato, l'intero disavanzo di circa 400 miliardi veniva finanziato ricorrendo ai mercati finanziari internazionali all'ingrosso. Con la crisi di fiducia che ha colpito il debito sovrano dell'Italia e il conseguente prosciugarsi dei mercati all'ingrosso, le banche hanno dovuto attingere alla BCE, dapprima nelle forme di "emergenza" poi attraverso fonti più strutturali, con i cosiddetti LTRO a 3 anni. Le fonti BCE sono servite anche a compensare quote di risparmi e depositi italiani che negli ultimi mesi sono state sottratte alla nostra economia e canalizzate all'estero o verso beni rifugio. Al momento quindi la BCE ha fornito benzina in prevalenza per mantenere le posizioni: 250 miliardi, pari al 13% di quanto necessario rispetto agli attuali livelli di impieghi all'economia. Senza la BCE per esempio non sarebbe stato possibile rinnovare la "Moratoria". E'un problema nuovo, un problema essenzialmente di liquidità, nato nel 2011, effetto del rischio paese Italia e della crisi dell'eurozona. Con l'auspicato ripristino della fiducia sui mercati internazionali all'ingrosso, la crescita di sufficienti depositi stabili degli italiani, il rinnovo delle obbligazioni bancarie in scadenza, le risorse BCE diventano "aggiuntive" anziché "sostitutive" e permetteranno di accrescere (invece di semplicemente mantenere) gli stock creditizi esistenti. Le banche hanno bisogno e non vedono l'ora di poter erogare credito buono e abbondante
2.Pur ancora nel mezzo di una crisi economica e di liquidità senza precedenti, quasi l'80% delle domande di credito riceve risposta positiva dal sistema bancario. Ovviamente ciò vuole anche dire che una domanda su cinque riceve invece un diniego, in un contesto tra l'altro di minor domanda di credito. Un fenomeno maggiore che in passato, e questo giustifica la acuta, diffusa e comprensibile preoccupazione sul tema. Qui occorre però anche ricordare che i soldi prestati all'economia sono in stragrande prevalenza depositi e risparmi dei cittadini italiani che la legge e il buonsenso impongono di gestire con "sana e ragionevole prudenza". Forse in passato di credito se ne è dato troppo, fatto che sta che da nessuna parte come in Italia le banche hanno pagato la crisi con circa 20 miliardi di perdite, quasi interamente su crediti alle PMI e alle famiglie. Queste perdite tra l'altro spesso non sono neppure deducibili (e questo è un unicum in Europa).
3.Nel periodo 2011-2013 le previsioni di ROE per il settore bancario sul mercato italiano si attestano intorno al 2 e il 3%. E'tanto o poco? Questo valore si confronta con un livello di redditività richiesto da chi investe in azioni bancarie italiane attorno al 12%. Quindi se non migliora è del tutto insufficiente ad attrarre nuovo capitale privato o nuovo autofinanziamento, che è invece necessario per dare nuovi crediti secondo Basilea. Pertanto se i livelli di redditività delle banche italiane rimarranno questi o peggioreranno, non solo si deluderanno milioni di azionisti retail che hanno creduto nelle banche italiane, ma non si genereranno o attrarranno nuovi capitali e la carenza di credito per l'economia italiana assumerà connotazione endemica. Senza banche in salute non ci può essere nuovo credito e sviluppo economico del paese, è un'affermazione in teoria scontata ma nei fatti spesso messa in discussione.
4.La forbice o differenza tra tassi attivi e passivi che si colloca oggi attorno al 3% è fortemente scesa negli ultimi anni ed è ai più bassi livelli d'Europa. Come pure il fatturato "bancario" per famiglia è in fondo alla classifica europea, anche in relazione al minor indebitamento delle famiglie italiane. Il prezzo medio dei conti correnti bancari si è più che dimezzato negli ultimi 10 anni. Parecchi servizi sono poi prestati sottocosto. Anche le banche hanno le loro numerose "tratte dei pendolari" ovvero servizi o segmenti di clientela per i quali i costi di produzione superano (spesso abbondantemente) i ricavi. Per le banche italiane prodotti come i mutui vengono oggi erogati con costi e rischi (di rifinanziamento) visibilmente superiori ai tassi applicati; analogo discorso si può fare per la distribuzione dei titoli di stato. I milioni di clienti che fanno un uso non elettronico della banca generano costi spesso multipli dei ricavi praticati; in parecchi piccoli comuni i ricavi bancari non coprono i costi operativi degli sportelli. Le banche garantiscono in piena responsabilità sociale servizi ampiamente sotto costo alle fasce di clientela più "deboli" e spesso senza che ciò sia riconosciuto. Molte banche stanno perseguendo con determinazione il recupero dell'efficienza e il taglio dei costi. Molti bilanci bancari lo testimoniano. Ma per un settore in cui il personale e la rete filiali rappresentano ancora la maggior parte delle voci di costo, nessun intervento drastico è aritmeticamente possibile senza tensioni occupazionali e discontinuità in taluni servizi oggi prestati sottocosto alla collettività.
Con la stagione delle privatizzazioni le banche italiane avevano avviato un periodo di recupero di redditività e di accumulo di importanti riserve. Questo - aggiunto all'attenta vigilanza della Banca d'Italia - ha permesso in questa situazione di crisi di sostenere l'economia senza gravare sui contribuenti italiani, caso quasi unico in Europa, dove invece gli interventi dello Stato nelle banche sono stati pesanti. Oggi, anche sotto la pressione di 250 provvedimenti normativi negli ultimi 5 anni, siamo arrivati all'estremo opposto. L'esito della discussione in corso sui provvedimenti legislativi in ultima analisi determinerà il senso di marcia: possiamo avere banche sotto attenta pressione e vigilanza, ma sane e in condizione di perseguire una "giusta" redditività e promuovere lo sviluppo del credito all'economia, oppure banche strutturalmente "povere" e impossibilitate a dare nuovo credito.

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Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.


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