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  :: Approfondimenti - Documento

Confidi: trasparenza, costi della garanzia e rating
di Alessandro Simonini
Maggio 2006
1. I diritti delle imprese e la trasparenza del mercato
Da qualche anno siamo abituati a leggere nelle pubblicità sui prodotti acquistabili a rate, i tassi di interesse comprensivi delle spese (TAN e TAEG) e da ottobre 2004 anche sui mutui bancari possiamo avvalerci dell'ISC (indice sintetico di costo). Questi dati consentono ai consumatori ed alle imprese di districarsi nella giungla delle offerte commerciali partorite dalla infinita fantasia dei responsabili del marketing, e permettono un confronto immediato tra prodotti/servizi altrimenti tra loro difficilmente confrontabili. Ovviamente, questi parametri non esauriscono gli elementi di valutazione, ma semplicemente consentono un confronto diretto sui costi reali.
Nel mercato del credito agevolato dai Confidi purtroppo siamo ancora molto lontani da questi obiettivi di trasparenza ed efficienza, ma la strada è obbligata, e sicuramente aiuterà non poco a migliorare la qualità anche di questi servizi.
Il problema riveste una notevole importanza in quanto i modi di operare dei Confidi sul territorio italiano sono molti e diversificati; commissioni attualizzate, cauzioni sotto forma di quote di capitale sociale cooperativo, cauzioni non specifiche a copertura di ogni insolvenza dei soci, diritti di segreteria e molte altre forme. Il tutto sempre condito da un allettante tasso convenzionato. Ma quanto costa effettivamente l'operazione con garanzia Confidi? A volte molto a volte poco... e qui nasce il problema. I Confidi virtuosi e che operano correttamente sul mercato devono veder riconosciuto questo merito attraverso un indice che consenta loro di dimostrare ai soci i vantaggi delle operazioni da loro promosse a scapito dei Confidi più cari, il tutto a favore del mercato.
Indipendentemente dal modo di operare dei singoli Confidi, bisognerebbe che questi riuscissero a produrre un indice sintetico di costo comprensivo di ogni movimento richiesto.

2. Contributi in conto interessi o garanzie?
Gli istituti di credito forniranno credito ad un prezzo che tiene conto del merito di credito del debitore e del garante nelle dovute proporzioni (Basilea 2, art. 198); è quindi facile intuizione che un garante per essere efficace debba avere un merito di credito migliore rispetto al debitore. Quello che interessa davvero alle imprese non è il costo annuo della commissione del garante, ma il costo complessivo del finanziamento, garanzia inclusa. Vediamo un esempio: supponiamo che un garante possa spuntare un tasso convenzionato dalla banca al 3%, e un'impresa al 7%; supponiamo ora che il garante decida di fornire una copertura di garanzia del 50% del finanziamento. Il tasso complessivo teorico è dato da un 5% (3% sul 50% coperto da garanzia ed il 7% sul restante); supponiamo ora che la garanzia costi l'1% all'anno; l'impresa quindi pagherà il finanziamento il 6% (5% alla banca e 1% al Confidi), risparmiando un 1% rispetto al 7% che poteva spuntare da sola.
Se abbiamo capito bene le regole del gioco possiamo ora cercare di immaginare cosa succederebbe se:
• il merito di credito del garante fosse peggiore che nell'esempio (il risparmio per l'impresa diminuirebbe e/o il livello delle commissioni del Confidi);
• il merito di credito dell'impresa fosse peggiore che nell'esempio (il risparmio per l'impresa aumenterebbe e/o il livello delle commissioni del Confidi);
• se la percentuale di garanzia aumentasse (il risparmio per l'impresa aumenterebbe e/o il livello delle commissioni del Confidi).
Cerchiamo ora di capire quale è l'impatto dei contributi in conto interessi. Questi ovviamente abbassano il costo complessivo dell'operazione, ma questo avviene in modo sempre conveniente per l'impresa?
Se il merito di credito dell'impresa è "sufficientemente" basso, il risparmio che si genera con la garanzia è superiore al costo di un contributo in conto interessi; se l'impresa invece può contare su un rating relativamente buono, il risparmio generato da un contributo lo possiamo immaginare più ampio rispetto a quello generato da una garanzia.
Quello che però dobbiamo assolutamente valutare è l'impatto delle commissioni richieste per rilasciare garanzie al solo fine di concedere un abbattimento in conto interessi, per evitare aberrazioni. Qui la trappola è nascosta e sottile ma infida; immaginiamo ad esempio che il livello delle commissioni sia tale da portare il costo complessivo del finanziamento al di sopra del tasso che l'impresa potrebbe spuntare da sola (questo perché l'impresa ha un buon rating), e che questo sia compensato da un contributo in conto interessi. In questo caso infatti, il Confidi, per la parte che eccede il tasso di mercato libero, non farebbe altro che trasformare in commissioni una parte dei contributi, togliendo vantaggi all'impresa. Vediamo un esempio: l'impresa può spuntare un 5% da sola alla banca, il confidi un 3%, la garanzia è del 50% ed il livello delle commissioni all'1,5%; in questo caso l'impresa pagherebbe il finanziamento ad un tasso del 4% (3% sul 50% garantito, 5% sul resto), più una commissione del 1,5% per un totale di 5,5%. A questo punto un contributo di 1,5% in conto interessi sarebbe percepito dall'impresa solo come un contributo dell'1% mentre il restante 0,5% andrebbe solo a vantaggio del Confidi.
Tecnicismi a parte, la sostanza dei ragionamenti sopra esposti è semplice: i costi dei Confidi devono essere chiari a trasparenti per fornire alle imprese i parametri di valutazione minimi che consentano loro di scegliere, aprendo la competizione anche sul mercato del credito agevolato dai Confidi, in modo che questi possano focalizzare la loro attività a tutto vantaggio delle imprese, enfatizzando la creazione del valore economico. Questo cruciale passaggio richiede inoltre di ridiscutere con gli enti promotori ed erogatori di contributi i meccanismi che ne regolano i comportamenti e le scelte, costruendo una nuova governance più consapevole ed attenta alle esigenze di un mercato moderno ed evoluto nel quale i diritti delle imprese e la trasparenza dei comportamenti sono condizioni e valori sempre più richiesti.

3. Il rating e le microimprese
Molte, troppe volte mi capita di leggere dei timori delle piccole e piccolissime aziende a proposito di Basilea 2 e molte volte, pur non consenziendo, ho taciuto perché le conclusioni degli articoli erano improntate a un'incentivazione della trasparenza e stabilità dei rapporti tra banche e imprese. Questo è bene; molti danni sono stati fatti dalla recente politica dei crediti delle banche, che hanno cercato la spersonalizzazione, ma danni sono stati fatti anche da parte dei clienti, che hanno utilizzato le banche come negozi finanziari. Ora però è tempo di fare chiarezza, perché i cambiamenti imposti da Basilea 2, specie per i Confidi, richiedono alcuni punti fermi.
Per il segmento di clientela retail, le banche utilizzeranno delle ponderazione più vantaggiose rispetto a quelle delle Pmi, che a loro volta sono più vantaggiose di quelle del segmento corporate. E' facoltà della banca definire il limite di fatturato e di esposizione complessiva del cliente, per considerare una certa esposizione come retail, ma obbligatoriamente il fatturato dovrà essere al di sotto dei 5 milioni di euro l'anno e l'esposizione complessiva inferiore a 1 milione di euro.
Le banche che sceglieranno il metodo standard per calcolare il requisito di capitale, nel fare credito al segmento retail, dovranno avere il 6% del credito in patrimonio di vigilanza, almeno per le quote non garantite (oggi: l'8%). Le banche che sceglieranno il metodo dei rating interni, che nella sezione retail non distingue tra Foundation e Advanced, dovranno classificare vari pool di esposizioni e a questi fare i rating, e cioè stimare la probabilità di insolvenza (PD) ed anche la quota di credito che si perde in caso di insolvenza (LGD).
Ma cos'è un pool di esposizioni? E' un campione di imprese omogeneo secondo una qualche classe e sufficientemente numeroso . Non ci sono vincoli particolari nel costruire i pool, la banca può fare quello che vuole. Immaginiamo quindi che le banche potranno fare pool di esposizioni del tipo: "negozi dei centri storici dei capoluoghi", "fornai dell'Emilia-Romagna", "strutture alberghiere della riviera romagnola", ecc. I dati all'interno dei pool avranno una valenza statistica, e cioè non verranno analizzati i bilanci, ma i dati storici delle insolvenze e delle perdite, a prescindere dalla presenza dei bilanci.
Le stime così ottenute verranno messe in queste formule:

• Correlazione: (R) = 0,15
• Requisito patrimoniale: (K) =

 R0,5
LGD*N*[(1-R)-0,5*G(PD)+ -----
*G(0,999)]-PD*LGD
(1-R)0,5


• Attività ponderate per il rischio = K × 12,5 × EAD

Da notare che N(X) rappresenta la funzione di distribuzione cumulativa di una variabile casuale nominale standard e G(Z) rappresenta la funzione di distribuzione cumulativa inversa di una variabile casuale normale standard (funzioni che in Excel sono, rispettivamente, DISTRIB.NORM.ST e INV.NORM.ST).

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Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.


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