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Cna: «Sospendere per sei mesi Basilea 2»
di Luida Grion
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 2 novembre 2009

No, cara Confindustria, non è vero che c'è un milione di aziende a rischio. La crisi c'è ed è molto grave, ma secondo Ivan Malavasi, presidente della Cna appena riconfermato per un secondo mandato, quelle stime sono esagerate e diffonderle è stato quanto meno «poco cauto». Ciò non vuol dire che l'economia non sia a rischio, precisa. Anzi: «Se si continua con la politica degli annunci qui finisce che le aziende che chiuderanno saranno molte più di quel milione annunciato». Però, assicura, «passando subito dalle parole ai fatti il crollo si può evitare. Ma il passaggio deve avvenire ora, utilizzando quel poco che c'è nel piatto».
Presidente Malavasi, cominciamo dalle cifre: lei dice che Giuseppe Morandini leader delle piccole imprese di Confindustria ha esagerato, quante sono allora le aziende a rischio?
«Tante: dai nostri calcoli quelle che possono chiudere entro la fine dell'anno sono 50-60 mila, il che vorrebbe dire che perderemmo 500 mila posti di lavoro, una enormità. Non siamo al tracollo sociale che implicherebbe una stima come quella fornita da Confidustria, ma la gravità resta eccezionale e i tempi per frenarla sono strettissimi, bisogna agire subito».
Proprio intervenendo alla vostra assemblea il governo ha lanciato la proposta di una riduzione dell'Irap. Ora ferve il dibattito su come farla e se farla, lei da che parte sta?
«Da quella di chi dice che il dibattito non si deve proprio fare. Va fatto il taglio, subito, magari piccolo, ma con effetto immediato. I risultati si devono vedere adesso, non quando la crisi sarà bene o male superata e chi ora soffre sarà già morto».
Visti i problemi di bilancio e visto che i soldi non ci sono lei che taglio farebbe?
«Stringiamo i denti, troviamo un miliardo e riduciamo l'imposta solo per le aziende con meno di 15 dipendenti».
Basterebbero per salvare le 60 mila aziende?
«No di certo, ma ci sono almeno altri tre interventi immediati previsti dal mio piano di salvataggio rapido».
Quali?
«Innanzi tutto bisogna agire sull'accesso al credito: da quando la crisi è iniziata abbiamo visto due cose concrete e ben fatte. L'intervento sugli ammortizzatori sociali, in particolare sulla cassa integrazione in deroga, e il salvataggio delle banche. Opere meritorie, solo che ora anche le banche dovrebbero fare la loro parte e invece vedo che ancora non la fanno. Non possiamo chiedere loro di gettare il cuore oltre l'ostacolo e di finanziare imprese a rischio, ma devono indubbiamente allargare i cordoni della borsa».
L'Abi ha proposto la moratoria sui debiti, non basta?
«No, l'iniziativa è stata ottima, ma non vincolante e non sufficiente. Si deve agire sul credito. E per favore: niente sterili dibattiti sulle modifiche da introdurre a Basilea 2 . Ci sono voluti otto anni per varare quelle regole, ce ne vorranno altri otto per modificarle, nel frattempo troppe aziende saranno scomparse. Dobbiamo essere pragmatici: sospendiamo Basilea 2 per sei mesi. Mettiamo via quei quattro indici in base ai quali oggi si decide se finanziare o meno una piccola impresa e troviamo una formula alternativa. Non dico di tornare al vecchio direttore di banca che conosceva vita e miracoli di te e della tua impresa, ma le attuali regole di certo devono cambiare ed essere riadattate al momento, altrimenti si nega una possibilità di salvezza alle aziende che potrebbero farcela».
Non crede che, imprese a parte, la vera emergenza sia quella che riguarda il reddito fisso?
«Ne sono convinto, infatti nei punti da attuare subito c'è quello riguardante l'ulteriore detassazione degli straordinari, la detassazione del secondo livello contrattuale e la detassazione delle tredicesime. Sono scelte obbligate e non più rinviabili».
E come si finanziano? Tutte sulle spalle dello scudo fiscale?
«Quella misura non mi è piaciuta, quanto meno il rientro non doveva essere garantito ai capitali anonimi dietro a quali c'è il forte rischio che si nasconda il malaffare. Ma ora che la strada è segnata è inutile fare polemiche. L'importante e che si eviti la corsa all'accaparramento di quei fondi per altro ancora incerti e si decida piuttosto di utilizzarli solo a vantaggio di imprese e famiglie. Solo così si terrà fede a quell'importante slogan scandito proprio dal premier Berlusconi: "non lasceremo indietro nessuno". E' così che s'era detto, è così che si dovrà fare».
Tasse e credito a parte che fine a fatto la vostra storica lotta alla burocrazia?
«E più in auge che mai: resta una delle emergenze, un mostro da combattere. Ora è ancor più inaccettabile che si debbano attraversare nove livelli decisionali prima di arrivare ad una autorizzazione, dopo costi e tempi insopportabili. Lo snellimento ormai è improrogabile».
Nel vostro piccolo anche voi avete le vostra burocrazie: sono ormai passati tre anni da quando, durante il «Patto del Capranica», Cna, Confcommercio, Confartigianato, Confesercenti e Casartigiani avevano promesso una rappresentanza comune. Cosa è stato fatto?
«Poco purtroppo, ma contiamo di recuperare entro la fine dell'anno. Fatta salva l'autonomia delle organizzazioni, su temi come il credito e il fisco non possiamo più permetterci di andare in ordine sparso. Unendoci rappresentiamo oltre due milioni di imprese: dovranno ascoltarci».

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