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Chi ha paura di Basilea 3?
di Donato Masciandaro
Il Sole 24 Ore
Domenica 11 ottobre 2009

Bisogna puntare a Basilea 3. E' il segretario al Tesoro Usa Timothy Geithner che lo dice. Ma quanto è probabile che alle parole seguano i fatti? Una riforma davvero incisiva della regolamentazione finanziaria ha oggi tanti nemici, più o meno dichiarati.Ma cosa dobbiamo intendere per Basilea 3? Se la scuola della crisi finanziaria ci ha insegnato qualcosa, dobbiamo valutare qualunque proposta globale delle regole finanziarie sulla base della capacità di contribuire a tre pilastri fondamentali.
Il primo pilastro è rappresentato dalla necessità di definire mercati regolamentati per ogni tipo di transazione finanziaria significativa, a partire dai mercati dei prodotti derivati. L'innovazione finanziaria ha consentito alle banche e alle imprese di creare su base bilaterale contratti disegnati ad hoc per gestire o assumere le forme più diverse di rischio finanziario. I cosiddetti contratti derivati hanno avuto un sviluppo formidabile: in aggregato, il loro valore teorico ha raggiunto dimensioni che sono dieci volte più grandi dei tradizionali mercati dei cambi. La diffusione dei contratti derivati bilaterali ha avuto però un effetto aggregato indesiderato: l'incertezza circa la produzione e la distribuzione del rischio tra i diversi settori e i diversi paesi. Deficit di informazione e dubbi sulla solvibilità delle controparti si sono intrecciati in una spirale viziosa.
Occorre allora creare mercati regolamentati dei derivati: gli strumenti di gestione del rischio devono essere standardizzati, al fine di migliorare le informazioni e consentire la creazione di stanze di compensazione, che garantiscano l'affidabilità degli scambi. Le proposte di creazione di mercati regolati per i derivati - avanzate sia negli Stati Uniti che nell'ambito dell'Unione Europea - hanno però i loro bravi oppositori: sono quelle banche e quelle imprese che sottolineano i rischi della standardizzazione in termini di efficacia degli scambi - gli abiti su misura sono meglio di quelli preconfezionati - e di loro efficienza - i costi della regolamentazione.
Il secondo pilastro è costituito dalla necessità di avere regole contabili comuni. La crisi finanziaria ha trovato un potente carburante nella possibilità che in diversi contesti istituzionali - Stati Uniti ma non solo - è stata concessa alle banche e alle imprese di sviluppare le cosiddette attività fuori bilancio, che hanno rappresentato un catalizzatore di quell'incertezza sulla distribuzione del rischio prima ricordata. Ancora oggi l'esigenza di capire cosa c'è nel perimetro del bilanci delle banche non può considerarsi superata, soprattutto in alcuni paesi, ma questo crea nei fatti ulteriori attriti nei confronti dell'armonizzazione. In generale, la differenziazione delle regole contabili può consentire forme diverse di arbitraggio regolamentare, che distorcono la concorrenza internazionale. Inclusi i criteri su cui si regge la vigilanza.
Il terzo pilastro riguarda appunto la riforma della regolamentazione prudenziale, che deve comprendere non solo chi deve essere controllato, ma anche come controllare, per evitare che le regole accentuino, invece di correggere, le distorsioni che poi sfociano in situazioni di crisi. Le distorsioni riguardano l'incentivo a diventare banche troppo grandi o comunque importanti dal punto di vista sistemico, come pure ad avere condotte procicliche. Occorre procedere almeno in due direzioni.
Da un lato occorre modificare i coefficienti di capitale, dall'altro lato, occorre ampliare il numero degli indicatori, almeno con l'introduzione di coefficienti di liquidità. Ma anche la revisione in qualità e quantità dei requisiti prudenziali trova degli oppositori, in generale nel sistema bancario, e su specifici aspetti anche con contrapposizioni tra banche, di tipo diverso o di paesi diversi.
Esiste allora un concreto pericolo: che non accada nulla. E' vero - come sostiene Mario Draghi, presidente del Financial Stability Board - che una riforma profonda della regolamentazione finanziaria richiede gradualismo. Il rischio è che il gradualismo tecnico diventi suo malgrado il cavallo di Troia per i gattopardi, sia essi taluni banchieri, o taluni politici, o gli uni e gli altri alleati. Sarà un caso, ma un sondaggio svolto nelle due ultime settimane tra professionisti della finanza americana (250 risposte) ha rilevato che l'87% di essi ritiene che alla fine non accadrà sostanzialmente nulla al disegno delle regole. Aspettative razionali?

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