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Bisogna addolcire gli standard di Basilea 3
di Adriano Bonafede
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 27 giugno 2011

«I nuovi standard di Basilea 3 potrebbero comportare nel breve termine una revisione al ribasso della crescita del credito. Se così fosse, potrebbe determinarsi un effetto negativo rilevante sulle Pmi europee, e italiane soprattutto, che sono estremamente dipendenti dal credito bancario». Non si è nascosto dietro un dito la scorsa settimana Giuseppe Mussari, presidente dell'Abi, nel corso di un'audizione al Senato in commissione industria nell'ambito di un'indagine conoscitiva sull'accesso al credito e sugli strumenti di finanziamento delle imprese, con particolare riguardo alle Pmi. Il problema del credito per le piccole e medie imprese esiste, eccome. «Considerato che le Pmi - ha aggiunto Mussari - sono meno rischiose delle imprese di maggiori dimensioni poiché caratterizzate da una minore asset correlation, l'Abi, d'intesa con le principali associazioni imprenditoriali di categoria (Alleanza delle cooperative italiane, Confindustria, Rete Imprese Italia), ha avanzato una proposta relativa all'introduzione di un moltiplicatore (il "pmi supporting factor") da applicare nel calcolo dei risk weighted asset per i prestiti alle pmi, tale da compensare l'incremento quantitativo del requisito patrimoniale minimo». In parole povere, si tratterebbe di introdurre un fattore correttivo in grado di evitare che proprio le imprese più bisognose di credito bancario vengano penalizzate dai nuovi, più stringenti criteri di Basilea 3. Negli anni di crisi, comunque - ha ricordato Mussari - non vi è stato alcun fenomeno di credit crunch per l'Italia, «la cui situazione è peraltro migliore di quella registrata in molti altri stati membri dell'unione europea. Allo stesso tempo siamo consapevoli che i dati macro ed aggregati possono nascondere particolari situazioni di crisi. Non sono, comunque, mai mancati - ha sottolineato il presidente dell'Abi - nel biennio 2008-2009, anni contraddistinti da una contrazione del Pil di oltre 6 punti percentuali, i finanziamenti bancari alle imprese, che hanno segnato un tasso di crescita medio del periodo di oltre il 6%». La novità di questi ultimi tempi è stata la creazione di "fronte comune" fra banche e associazioni imprenditoriali. Un fatto abbastanza insolito, visto che queste ultime entità sono sempre state contrapposte agli istituti di credito. «Ci stiamo muovendo tutti insieme - dice Claudio Giovine, responsabile dipartimento Politiche industriali della Cna, la principale confederazione delle imprese artigiane - perché c'è un rischio concreto che con Basilea 3 il credito alle imprese più piccole venga ridotto, e questo farebbe male all'intero sistema paese, visto che l'Italia ha una quota di microimprese più alta di quella di qualsiasi altro paese europeo». Le banche e le confederazioni imprenditoriali italiane stanno cercando alleanze a livello europeo per convincere la Commissione ad accettare il correttivo che non metta fuori gioco le piccole e medie imprese: «Già stiamo correndo il rischio che i tassi salgano - dice Giovine - Se poi dovessero anche scendere i volumi di finanziamenti erogati alle Pmi, allora sarebbe davvero un guaio. Va chiarito che non vogliamo assolutamente bloccare i criteri di Basilea 3, vogliamo solo evitare che a pagarne le conseguenze siano soprattutto le imprese più piccole e meno strutturate. Quelle che, comunque, rappresentano un rischio minore per le banche». Banche e imprese italiane cercheranno di portare a livello di Commissione europea l'idea che la crisi finanziaria non è stata in effetti generata dagli istituti di credito commerciale bensì dalle banche d'investimento. Non è giusto, quindi, che a pagare siano proprio le banche che sostengono l'economia reale.

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