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  :: Rassegna stampa - Documento

Basilea III, ecco il vero stress-test
di Marcello De Cecco
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 13 settembre 2010

La settimana che si è appena chiusa ha visto parecchia turbolenza nel mondo delle banche, su entrambe le sponde dell'Atlantico. Oggi il Comitato di Basilea deve presentare una proposta per la riforma del concordato di Basilea, nella versione Basilea II, sostituendolo con quello che è ormai da qualche anno chiamato Basilea III. In vista di questa scadenza tutti gli interessati hanno cominciato da tempo ad agitarsi per ottenere vantaggi ed evitare costi dal nuovo concordato, in un crescendo naturalmente giunto al culmine la scorsa settimana.
Lo hanno fatto anche approfittando delle notizie poco favorevoli che provenivano dal mondo delle grandi banche irlandesi e di un articolo del Wall Street Journal, che con grande tempestività accusava lo stress test cui furono in primavera sottoposte le banche europee di aver in qualche modo addolcito la pillola, sottraendo molti crediti dubbi al calcolo della solvibibilità delle stesse banche.
Il governatore della Bundesbank, Axel Weber, ha ritenuto opportuno dichiarare che, con l'escamotage di ritardare l'entrata in vigore di Basilea III fino al 2012 e poi di applicarlo gradualmente nella bellezza di dieci anni, l'accordo stesso può essere accettato anche dalle banche tedesche. Il caso di questo accordo è infatti assai peculiare. La Germania, che si fa paladina tra i paesi dell'Unione Monetaria della contabilità pubblica in ordine, e pretende che chi ha i conti pubblici in ordine guidi le danze, quando si passa all'indebitamento privato si schiera nel campo contrario: si oppone alla trasparenza dei bilanci bancari, si arrende molto a malincuore agli stress test e cerca di sottrarsi ad una loro applicazione rigorosa.
D'altro canto le autorità economiche americane, che non hanno mai applicato alle loro banche le regole contenute nell'accordo di Basilea II, sono malgrado ciò presenti e vocianti nel Comitato che deve stilare la proposta per Basilea III e insistono perché le nuove regole sui coefficienti di capitale siano rigorose e applicate in soli cinque anni. Gli uomini del Presidente Obama hanno dichiarato che questa volta applicheranno l'accordo anche alle loro banche, ma parecchi in Europa hanno espresso scetticismo a riguardo.
Vogliono che da parte americana l'impegno abbia la stessa fermezza di quello che costringerà le banche europee a stare ai patti, una volta che essi siano firmati.
Senza scendere in dettagli parecchio complicati, basterà dire che Basilea III cerca di rimediare ad una conseguenza negativa di Basilea II, la diminuzione di circa il trenta per cento dei coefficienti di capitale che la sua applicazione comportò per le grandi banche. Molti credono che anche da questo derivò la espansione abnorme degli attivi bancari negli anni del grande boom.
I nuovi accordi stabiliscono, almeno per quanto si è potuto apprendere dai giornali, un notevole aumento dei coefficienti di capitale più liquidi, in particolare sotto forma di capitale ordinario, che le banche devono in ogni momento esibire. Per ottemperare alle nuove norme, le banche dovranno chiedere grandi fondi ai mercati, emettendo azioni.
Le autorità finanziarie e monetarie europee, incluse quelle tedesche, tra cui il già citato governatore Weber e il suo vice, Zeitler, che presiede il Comitato di Basilea e presenterà le proposte oggi, insistono nell'affermare che le richieste non saranno alla fine esorbitanti. Ma le grandi banche, in particolare alcune, sostengono il contrario.
La Commissione di Bruxelles, nella persona di Michel Barnier, il commissario competente sull'argomento, contribuisce anch'essa ad addolcire i toni. Barnier sostiene in una intervista allo Handelsblatt che i termini della concorrenza tra banche europee e americane non saranno modificati a danno delle prime, perché le nuove norme finanziarie approvate negli Stati Uniti hanno fortemente ristretto le capacità espansive delle banche americane, specie quelle più grandi e in particolare le banche di investimento.
Forse non è fuori luogo cercare di motivare la ostilità dei banchieri alle nuove norme con considerazioni sia macro che microeconomiche. Notiamo innanzitutto che le prospettive delle economie occidentali, in particolare le maggiori tra loro, sono oggi parecchio meno rosee di quel che molti avevano prospettato all'inizio dell'anno.
La ripresa in America e in Europa si è affievolita per la fine della riaccumulazione delle scorte e per il graduale peggioramento delle prospettive della domanda interna, specie negli Stati Uniti, determinato dalla necessità da parte dei cittadini americani di far fronte alla montagna di debiti pregressi aumentando il risparmio. Quest'ultimo è passato dallo zero all'otto per cento del Pil negli ultimi due anni, ed è tutta domanda per beni di consumo che se n'è andata. Si prevede che resterà a quel livello almeno fino al 2012. Queste cifre sono note anche alle imprese americane, e la loro disponibilità a investire o persino a procurarsi capitali circolanti dal sistema bancario, è scemata di conseguenza.
In questo contesto le banche si sono trovate a dover sanare i propri bilanci essenzialmente ricorrendo di nuovo a quelle operazioni di trading e di speculazione ad alto rischio ma ad elevato profitto che le avevano messe nei guai causando anche la crisi mondiale. Dato che sono proprio quelle operazioni ad essere penalizzate dalle nuove regole di Basilea, le loro prospettive di profitto ne soffrono.
Le banche, specie quelle proiettate internazionalmente, prevedono dunque un intensificarsi della concorrenza sui mercati nei quali esse operano. Per questo si guarda con tanta preoccupazione alle condizioni di concorrenza differenziali che una possibile non applicazione delle nuove regole da parte americana comporterebbe.
Si capisce, nel clima di maggior concorrenza che ci si aspetta tra le due sponde dell'Atlantico, anche perché da parte americana si cerchi di rispondere alle lagnanze europee facendo circolare calcoli, come quelli pubblicati dal WSJ la settimana scorsa, che seminano dubbi sulla attendibilità degli stress test delle banche europee.
Non è fuori luogo nemmeno aggiungere, come hanno fatto varie autorità monetarie e finanziarie, che quel che veramente le banche sia in Europa che negli Usa sembrano temere, è la penalizzazione delle quotazioni delle loro azioni sui mercati indotta dalla compressione delle loro prospettive di profitto. E con quotazioni sacrificate il compito della ricapitalizzazione al quale saranno chiamate dalle nuove regole diviene certamente più arduo.
La turbolenza bancaria recente ha contribuito non poco a rendere ancora più difficile il ritorno a livelli di stabilità da parte delle principali valute mondiali. Lo yen, in particolare, che è la valuta del paese che per anni è stato al centro del carry trade, l'arbitraggio senza copertura tra tassi di interesse sui vari mercati internazionali, si è nei mesi scorsi rivalutato fino a raggiungere oggi quotazioni rispetto al dollaro che non si vedevano da molti anni.
Anche nei confronti dell'euro lo yen si è fortemente rivalutato. I giapponesi che prestavano sui mercati internazionali, nella prospettiva che i tassi di interesse in America ma anche in Europa resteranno bassi ancora per parecchio, e che, per l'affievolirsi delle speranze di ripresa duratura di quelle economie, poco di positivo ci sarà da attendersi dai mercati di borsa, trattengono i propri capitali in patria e gli stranieri, che la pensano come loro, non si indebitano più in yen per investire altrove. Così lo yen sale senza requie, e l'aspettativa che tale dinamica continui provvede a farlo salire anche di più, ma contribuisce anche a spegnere ulteriormente gli ardori delle borse americane ed europee. Lo stesso vale per i mercati dei minerali e delle merci agricole, queste ultime solo sostenute dalle disavventure della agricoltura russa.
E' facile dunque prevedere che, nelle proposte che il Comitato di Basilea presenterà oggi, prevarrà la somma cautela di Weber e Zeitler sugli ardori per conto terzi degli americani. "Adelante, ma con juicio", come raccomandava Ferrer nei Promessi Sposi. La montagna partorirà un topolino, abbastanza grosso da poter essere esibito, come richiesto, alla riunione del G20 di Seul del prossimo dicembre, ma abbastanza piccolo da non preoccupare le banche tedesche e quelle europee che con esse concordano.

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