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  :: Rassegna stampa - Documento

Basilea 2, svolta per banche e assicurazioni
di Massimo De Felice e Franco Moriconi
Il Sole 24 Ore
Domenica 17 ottobre 2004

Si è tenuto ieri presso la Scuola Normale di Pisa un incontro su Basilea 2 e le nuove regole contabili, presieduto da Antonio Maccanico. L'intervento che pubblichiamo ha aperto i lavori.

I documenti di Basilea 2, Solvency 2 e degli International Accounting Standards (IAS) stanno segnando un punto di svolta importante nella gestione di banche e assicurazioni. Il punto di svolta è importante anche perché è insidioso: riguarda il valore e il rischio, due concetti che sono familiari a chi tratta di impresa ma che richiedono dottrina e tecnologia non sempre diffuse, per essere controllati adeguatamente.
Cambia la dimensione dei problemi. Dover parlare del rischio impone un cambiamento formidabile di linguaggio, rispetto agli usi della gestione ordinaria: per trattare dei fatti dell'impresa non si può più utilizzare soltanto il linguaggio contabile basato sulla rilevazione dell'accaduto, sul dato a consuntivo, e perciò caratterizzato a grandezze "a un sol valore".
Il rischio impone di considerare tutti i valori possibili nelle date future e di attribuire a ciascuno di questi valori la probabilitò che si verifichi: a esempio non si parlerà più del fatturato o dell'utile tra un anno, ma si dovrà considerare la distribuzione di probabilità a un anno del fatturato o dell'utile.
Inoltre viene meno un altro dei capisaldi della logica contabile: il poter "procedere per somma". In generale, il rischio del "tutto" non si può calcolare sommando la rischiosità delle parti: la rischiosità di un portafoglio titoli, o di contratti derivati, o di mutui o di polizze non è data "semplicemente" dalla somma delle rischiosità dei singoli contratti componenti; molto conta la "forza" della relazione tra i contratti.
Aver posto il rischio come categoria base del controllo d'impresa cambia quindi in modo strutturale il modo di guardare alle grandezze caratteristiche della gestione, perché aumenta il numero di "dimensioni" da tenere sotto controllo: almeno per l'effetto del tempo (il futuro) e almeno per il peso delle influenze reciproche tra le grandezze (le correlazioni). Inoltre poiché tutto dipende dalle probabilità assegnate ai valori possibili in futuro sale in primo piano il ruolo di chi assegna queste probabilità e i mezzi per esplicitare e giustificare le opinioni su cui le probabilità si basano.
Il rischio pesa sui profitti. Per via dei regolamenti, dalla rischiosità dei contratti dipende il capitale "assorbito" a garanzia dei contratti; poiché il capitale assorbito ha un costo, il rischio finisce col pesare sugli utili e sul valore d'impresa.
E' inevitabile quindi che produzione e controllo diventino fasi inscindibili della gestione. Ne consegue che il "sistema di gestione" dell'impresa non può essere tecnicamente più debole del sistema di controllo.; anzi le richieste della vigilanza spingono le banche e le assicurazioni a utilizzare per la gestione modelli con più alta capacità di approssimazione rispetto alle misurazioni standard dei regolamenti, per poter controllare l'"equità" e la convenienza dei costi regolamentari e farla entrare tra le variabili decisionali.
E' questo un cambiamento molto rilevante per la cultura e per la prassi d'impresa: che tocca la progettazione dei prodotti, la composizione dell'offerta, il controllo dei margini di profitto, le politiche di incentivazione, le politiche di riposizionamento; e quindi - in modo profondo - l'organizzazione dei mezzi, dei presidî tecnici e dei processi della produzione.
Tutto dipende dal modello. Per parlare adeguatamente di valori e di rischi è necessario che l'impresa - il capo impresa - individui un modello di riferimento. Il modello è quindi uno strumento di lavoro, perciò è difficile poter svincolare l'uso del modello dalla responsabilità ultima di chi governa l'impresa. I modelli hanno la stessa utilità e lo stesso ruolo delle carte geografiche: servono a orientare, con l'approssimazione adatta all'uso, e quindi non conviene neanche eccedere in preciisone.
Nei documenti di Basilea 2 e di Solvency 2 si auspica di utilizzare un modello unico, per le finalità di controllo verso la vigilanza, per le attività tattiche del giorno-per-giorno, per la pianificazione e per le scelte strategiche.
La scelta del modello unico è motivata da indiscutibili fattori tecnici: primo tra tutti l'esigenza di "consolidare" valori e esposizioni al rischio, tra attivo e passivo, tra imprese interne al Gruppo.
Ma il modello unico richiede - a chi governa l'impresa - la forza di gestire sacche di "resistenza professionale" ancorate alle vecchie logiche del determinismo, propagandate ancora e paradossalmente "best practice": si pensi nelle assicurazioni alle tecniche di profit test e ai calcoli dell'embedded value basate sullo "scenario" deterministico.
Proprio per questo è essenziale che il modello - e quindi il sistema di gestione - possa fornire rappresentazioni con diverse scale di approssimazione, da utilizzare per i diversi scopi: tavoli di negoziazione, uffici che progettano i prodotti, responsabili delle linee di business, responsabili delle reti di vendita, consiglio di amministrazione, collegio sindacale, analisti.
Tecnologia e cultura d'impresa. Per essere utilizzato in modo efficace il modello deve avere la forma tecnologica di un data system: un sistema informatico composto da archivi di dati, da algoritmi e motori di calcolo; e deve basarsi su una tecnologia di alto livello.
Lascia perplessi l'andazzo su cui si sta piegando il mercato per cui da una parte c'è chi chiede "robustezza" al sistema gestionale per soddisfare gli standard di certificazione e la "IAS compliance", e dal'altra si definiscono di best practice soluzioni tecnicamante deboli.
I motori di calcolo diventano invece uno strumento didattico efficace: il guardare dentro ai motori, vedere all'opera le argomentazioni della logica finanziaria e le formule risolutive, gli algoritmi, è la via maestra per arrivare a possedere i modi del passaggio dal "come si pensa" al "come si fa".
L'alta tecnologia può quindi realizzare una circolarità virtuuosa: il data system come strumento centrale dell'"assetto organizzativo" che ne garantisce l'utilizzazione. E' una soluzione da considerare anche perché risponde a una preziosa circolare della Banca d'Italia - del 1996, ma ancora molto attuale -, ove si individuava essenziale per la gestione il "grado di compatibilità che deve sussistere tra ambiente, strategia e risorse umane e tecniche disponibili" e si segnalava che "un assetto organizzativo inadeguato è alla base di gran parte delle situazioni di difficoltà individuate nell'esercizio dell'azione di vigilanza".
Per tutto questo - dopo Basilea 2 e Solvency 2, e con gli IAS - il mercato dovrà valutare la banca e l'assicurazione anche per le qualità del patrimonio di dati e di algoritmi con cui darà forma al suo sistema di gestione.

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Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.


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