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Basilea 2, è in regola solo un'impresa su tre
di Morya Longo
Il Sole 24 Ore
Sabato 17 maggio 2008

Solo un'impresa italiana su tre ha le carte in regola per Basilea 2. Il verdetto arriva da uno studio effettuato da Dun&Bradstreet, gruppo quotato a New York che gestisce la più grande banca dati di informazioni commerciali del mondo. Analizzando 448mila imprese italiane sotto i profili della redditività, dell'efficienza, della liquidità, della solidità e dello sviluppo, Dun&Bradstreet è arrivata alla conclusione che solo il 33% delle imprese made in Italy è in regola con i parametri quantitativi di Basilea 2. Una su tre. Il 46% delle aziende riceve invece una valutazione media, cioè è in regola solo parzialmente, mentre il 21% è tutt'oggi ben lontano dal raggiungimento degli obiettivi richiesti. Ma se questa può non sembrare una novità (altri studi realizzati in passato hanno dato più o meno questi risultati), la vera sorpresa arriva dall'elenco delle Regioni con le imprese più o meno virtuose: la Campania svetta al primo posto con il 53% delle aziende in regola, il Trentino chiude la classifica con solo il 39%. «Munnezza a chi?» direbbe una nota pubblicità.
Gli accordi di Basilea 2 sull'adeguatezza patrimoniale delle banche, entrati in vigore a inizio 2008, hanno l'obiettivo di rendere gli istituti maggiormente sensibili al controllo dei rischi. Quando erogano un credito a un'impresa, quindi, le banche devono prima stimare la sua rischiosità (assegnando un rating) e poi calibrare il tasso d'interesse. Di conseguenza, le imprese con un basso rating - dunque a maggior rischio di insolvenza e fallimento - sono costrette a pagare tassi d'interesse più elevati. La domanda che in tanti si sono posti, già anni prima che entrasse in vigore Basilea 2, era: le imprese italiane, solitamente piccole, hanno rating alti o bassi? Molti studi, in passato, hanno evidenziato che mediamente hanno voti bassi: già nel 2004 l'agenzia di rating Eu-Ra stimò che solo il 20,86% delle imprese italiane aveva un rating elevato (investment grade).
Ma Dun&Bradstreet ha fatto un'analisi più ampia rispetto al semplice rating. Ha infatti elaborato un punteggio quantitativo determinato da cinque variabili importanti nella valutazione di ogni impresa: la redditività (dunque la performance del core business o la capacità di copertura degli oneri finanziari), l'efficienza (la capacità di rientro dagli affidamenti bancari o il grado di ammortamento), la liquidità (cioè la solvibilità immediata e a breve), la solidità (il livello di indebitamento e la capacità di rimborso del debito) e lo sviluppo (dunque l'andamento dei ricavi e del cash flow).
Ebbene: delle 488mila società italiane analizzate, in rappresentanza praticamente di ogni settore, solo il 33% è risultato in regola con questi parametri quantitativi. Non solo. La situazione si fa ancora più nera se si guardano le piccole e medie imprese: solo il 28% di quelle con un fatturato compreso tra 10mila e 50mila euro possono infatti stare tranquille. Le imprese un po' più grandi stanno invece meglio, dato che è in regola il 41% delle aziende con ricavi superiori ai 50 milioni. Morale, conclude lo studio: «Il recepimento e l'adeguamento ai dettami di Basilea 2 è basso per le realtà di piccole dimensioni e medio per quelle più grandi».

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