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Banche timide su Basilea 2
di Elio Silva
Il Sole 24 Ore
Lunedì 15 ottobre 2007

Abituate a stare sotto esame e, spesso, costrette a sedere sul banco degli imputati per lo scarso patrimonio piuttosto che per l'elevato indebitamento, le piccole e medie aziende hanno un sogno: essere guardate dalle banche con un occhio diverso, meno focalizzato sulle garanzie reali e più attento a valore d'impresa che potrebbero esprimere in termini di prodotto, innovazione e servizi. Una speranza che si rinnova da anni, ma che non sembra essersi concretizzata negli ultimi tempi: con l'entrata in vigore dei criteri di Basilea 2, infatti, oltre il 50% delle Pmi vorrebbe ricevere dagli istituti di credito maggiori informazioni in merito alle nuove regole, ma non ha avuto specifiche spiegazioni sul concetto di rating.
Sono queste alcune delle considerazioni che emergono da uno studio sui rapporti tra banche e piccole imprese, realizzato dall'Università Cattolica di Milano in collaborazione con Crif, gruppo leader nei sistemi di informazioni creditizie e nei servizi di supporto all'attività di banche, finanziarie e imprese.
La ricerca, coordinata da Marco Oriani, professore di economia degli intermediari finanziari al dipartimento di Scienze dell'economia e gestione aziendale della Cattolica, sarà presentata giovedì 18 in occasione di un convegno che avrà luogo nell'ateneo (Largo Gemelli 1, Milano, aula Pio XI, ore 10.30), e che vedrà direttamente a confronto rappresentanti del sistema creditizio, associazioni d'impresa e consorzi di garanzia.
L'aspetto di maggior interesse dell'analisi risiede proprio nell'ottica con la quale è stata condotta, prendendo a riferimento il punto di vista delle aziende, Sull'applicazione dei criteri di Basilea 2, in particolare, è emerso come le banche, pur essendo la fonte di informazione più "naturale", debbano lavorare ancora molto per migliorare il giudizio da parte delle imprese (vedi tabella sopra; ndr: non disponibile).
«I risultati della ricerca - spiega Oriani - indicano che le Pmi hanno cercato di adattarsi alle nuove regole, ma quando e se agiscono, tendono in gran parte a farlo di propria iniziativa. Non sembra, invece, così significativa la spinta delle aziende di credito ad accrescere, attraverso un rinnovato rapporto con gli imprenditori, l'efficienza finanziaria delle aziende clienti».
I cambiamenti attuati dalle aziende negli ultimi due anni per adeguare il proprio profilo creditizio riguardano soprattutto aspetti informativi: maggiore documentazione, utilizzo di nuovi software, personale dedicato. Meno evidenti gli interventi hard, quali aumenti di capitale e ristrutturazione dei debiti, che richiedono uno sforzo economico maggiore da parte del piccolo-medio imprenditore.
«Ciò potrebbe essere dovuto - afferma Oriani - sia a una vera e propria carenza di risorse finanziarie, sia all'avversione a inserire ulteriore patrimonio nel proprio business. Tuttavia le operazioni di aumento di capitale e di ristrutturazione del debito risultano in crescita, a indicare che chi meglio ha percepito i mutamenti in atto, e le logiche alla base della nuova regolamentazione, ha anche individuato più precisamente le leve su cui agire».
Ma è soprattutto sulla valutazione del merito di credito che il giudizio delle Pmi diverge da quello delle banche. La ricerca della Cattolica evidenzia, infatti, che le aziende, pur considerando importanti fattori quali il patrimonio, la situazione economica, il fatturato e la sua evoluzione, vorrebbero una più marcata attenzione verso informazioni aziendali di tipo qualitativo. In particolare, i dati indicano una (peraltro non vistosa) riduzione del ruolo che gli istituti di credito dovrebbero assegnare al livello di indebitamento e un miglior peso da attribuire, invece, alle garanzie personali offerte dai soci.
Ancora scarsa la conoscenza dei Sic, i sistemi di informazioni creditizie che consentono di "referenziare" le imprese. E all'orizzonte si profila un ulteriore problema: «Con l'applicazione sistematica delle regole di Basilea 2 - ricorda Enrico Lodi, direttore del Credit Bureau Services di Crif - i sistemi di valutazione delle banche italiane potrebbero essere meno precisi, non per mancati investimenti (al contrario, siamo all'avanguardia in questo campo), ma per l'indisponibilità di informazioni creditizie di fonte esterna, accessibili invece in altri Paesi».
Su un aspetto, nell'indagine della Cattolica, le Pmi concordano con le banche: è l'elevata considerazione per fattori quali la regolarità dei pagamenti e il volume d'affari svolto con gli intermediari. Anche in questo caso, però, emerge la richiesta di maggior peso per elementi relazionali, come la durata del rapporto di clientela. Una conferma della vecchia regola per cui la fedeltà andrebbe premiata.

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