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  :: Rassegna stampa - Documento

Banche, l'ombra di Basilea 3 sulla campagna dividendi
di Andrea Greco
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 21 febbraio 2011

Il fin troppo rapido accordo santificato dal decreto Milleproroghe sulle imposte differite forse sarà ricordato come il "calumet della pace" tra le istituzioni e i banchieri, o altrimenti come il viatico incoraggiante di un altro anno che sembra annunciarsi ai big della finanza come esercizio di penitenza in cerca di capitali, più che di gioioso smistamento degli utili d'azienda. Lo scopriremo tra qualche mese, quando alcune protagoniste del credito, anche in Italia - in ordine di grandezza, Intesa Sanpaolo, Unicredit, Monte dei Paschi, Popolare di Milano - avranno chiarito i dubbi della vigilanza e degli investitori sulla loro prospettica solidità patrimoniale. Intanto il governo, trasformando in legge indicazioni e pressioni in atto da mesi e crescenti, ha di fatto regalato al sistema una "ricapitalizzazione collettiva" che Bankitalia stima valere 16 miliardi di euro. Il meccanismo è semplice: la nuova norma consente di tradurre in credito d'imposta i crediti fiscali differite (deferred tax assets) relativi a svalutazioni su crediti e avviamenti. Le Dta diventeranno, quindi, capitale Core Tier 1 riconosciuto da Basilea 3. Il beneficio patrimoniale medio stimato dal coro degli analisti bancari è di 405-0 punti base, con particolari vantaggi per istituti come Mps e Banco Popolare.
Anche se si tratta di una buona notizia per tutti, e con costi ridotti per l'erario (144 milioni l'anno), i mugugni tra le prime file dei banchieri non si fermano; e non paiono del tutto campati per aria. Molti, dopo tre anni di fiera difesa del modello italiano - che ha oggettivamente contenuto le perdite su crediti del sistema a 38 miliardi di euro durante le turbolenze - non vorrebbero adesso finire mazziati, e trovarsi a dover pagare, in termini di maggior rigore contabile (vedi Basilea 3), bagordi fatti altrove.
Qualcuno, poi, ha la maligna sensazione che il rigorismo recentemente sposato da Mario Draghi abbia anche a che fare con l'ascesa del suo astro verso l'Eurotower: tra sei mesi andrà scelto il nuovo presidente della Bce, dopo l'uscita di scena di Axel Weber. Il candidato italiano appare di gran lunga come il più autorevole, ma sa benissimo che può farcela solo vincendo le ritrosie culturali e politiche dei tedeschi. Purtroppo, malgrado la tenuta dei conti pubblici italiani e il rispetto verso l'istituzione di vigilanza sotto la gestione Draghi, in Germania molti continuano a guardare alla Penisola come al paese delle cicale, e degli scandali.
Sarà tutto questo, sarà un certo pessimismo congiunturale che serpeggia a Via Nazionale, e che ultimamente ha visto il governatore confluire nella linea severa che da tempo Stefano Mieli ha impresso all'area vigilanza, ma la discussione tra Palazzo Koch e i banchieri sul loro patrimonio non è mai stata tanto attiva.
Sabato le parti si incroceranno a Verona al 17° congresso Assiom Forex, per la terza volta in pochi giorni. Tra messaggi coram populo e conversari privati, a febbraio Draghi ha già incontrato due volte i maggiori banchieri del paese. Sempre ha descritto con loro una situazione in cui la bassa crescita dell'economia nazionale e le scosse dei mercati penalizzano le banche italiane: «Le conseguenze ritardate della recessione del 2009 continuano a pesare sulla qualità degli attivi bancari - riportava una nota ufficiale - e i crediti deteriorati sono cresciuti nel 2010, anche se meno che nel 2009».
Difficile sfatare lo scenario, e al di là della sua eventuale "campagna elettorale" restano diverse giustificazioni all'attivismo preoccupato del governatore sui vigilati. Nei recenti incontri sono emerse alcune chiare indicazioni. Che anche in Italia si va assimilando la riforma di Basilea 3 a una richiesta di maggiori capitali delle banche, specie le più grandi. Che ci sono segnali e iniziative nella giusta direzione ma molto resta da fare, anche perché il grandfathering che permette di accostarsi alle regole con gradualità (c'è tempo fino al 2018) appare ormai vanificato dalle frenetiche attese dei mercati, cui già numerosi importanti player hanno opposto ricapitalizzazioni "preventive". Che alla preoccupazione sul Core Tier 1 si vanno affiancando ansie sorelle, con nuovi focus sulla liquidità e il funding. Bankitalia ritiene che chi curerà al meglio, fin d'ora, l'accesso a un mercato interbancario tornato a mostrare qualche tensione (il giallo del finanziamento d'emergenza per 16 miliardi chiesto settimana scorsa alla Bce ne è una spia) e il rinnovo dei finanziamenti tramite emissioni, avrà poi minori problemi di deficit patrimoniale.
I banchieri italiani, dal canto loro, non vorrebbero mai vedere la propria vigilanza scavalcare in severità il Comitato di Basilea, né vedersi costretti a ricapitalizzazioni difficili, dati i prezzi stiracchiati dei titoli - il settore in Borsa tratta al disotto del valore di libro tangibile - e le fiacche prospettive reddituali. C'è il rischio di dover applicare un forte sconto per convincere gli azionisti di mercato a sottoscrivere nuovi titoli (l'unico istituto che ha ricapitalizzato, il Banco Popolare, ha emesso a 1,77 euro, la metà dei prezzi di Borsa). Per i soci stabili, in larga parte di Fondazioni bancarie, il rischio invece è di scontrarsi con la loro ritrosia a sborsare soldi freschi - e in alcuni casi, come Unicredit e Mps, sarebbe un dejà vu - in una fase di tensione dei loro patrimoni, e di scarso rendimento delle partecipate bancarie.
Qui l'Acri, col tipico piglio di Giuseppe Guzzetti che la guida, ha giocato a smarcarsi d'anticipo: «Il Comitato di presidenza Acri ribadisce che le Fondazioni operano da sempre con forte senso di responsabilità, con logica lungimirante volta anzitutto a favorire il rafforzamento patrimoniale delle banche partecipate, mai forzando il loro management per la distribuzione eccessiva di dividendi. In tal senso le Fondazioni respingono fermamente ogni illazione tendente a rappresentarle come azionisti esosi».
Non saranno esosi, ma sono senz'altro messi in difficoltà da anni di dividendi bancari ridotti, che assottigliano le erogazioni sui territori. Così, quasi inevitabilmente, la stagione dei bilanci che vedrà fino a tutto marzo diffondere i conti d'esercizio e le proposte di dividendo, si trasformerà in tira e molla tra le attese legittime degli azionisti e la difficile gestione delle riserve. Con in mezzo, ancora una volta, la Banca d'Italia, che in diverse occasioni pubbliche e private sta raccomandando ai banchieri di distribuire, se proprio, dividendi "simbolici" a valere sul 2010. In qualche istituto si ragiona sull'aggettivo e su come declinarlo, anche perché già l'anno scorso i dividendi furono piuttosto "simbolici" (per le due big di Piazza Cordusio e Ca' de Sass, nell'ordine dei centesimi di euro); ma pare che adesso debbano esserlo ancor di più. Del resto, gli analisti stimano che basterebbero due anni di dieta dei dividendi per risolvere i problemi creati da Basilea 3 alle banche italiane. Ipotesi impopolare, però.
Nell'ambiente, si racconta che per alcuni istituti, come Mps e Bpm, il pressing di Bankitalia su questi argomenti stia assumendo toni perentori, forcing psicologico che mette sotto stress manager e azionisti. Sono tra i principali indiziati dagli investitori alle prossime mosse. Lo si evince anche dall'ampio studio di Mediobanca, titolo "Non ci sono affari fino agli aumenti", che controtendenza ha giudicato outperform il settore (perdendosi la positiva rotazione di gennaio), suggerendo che tempestivamente, già prima degli stress test di giugno - si immagina più severi che l'anno scorso - i primi sette gruppi bancari italiani possano colmare un fabbisogno di capitale stimato in 22 miliardi. Lo studio, firmato dal capo dell'ufficio londinese Antonio Guglielmi, avrebbe trovato lettori attenti e concordi dentro la vigilanza.

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