Approfondimenti

Banca responsabile per erogazione abusiva del credito all'impresa in crisi

di Antonio Nicotra e Marco Pezzetta

Luglio 2021

Pubblicato sul sito www.eutekne.info in data 1 luglio 2021

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Con l'ordinanza n. 18610, depositata ieri, la Corte di Cassazione affronta in modo sistematico ed estremamente circostanziato i temi della concessione "abusiva" del credito da parte degli intermediari finanziari alle imprese in crisi, della conseguente responsabilità delle banche nei confronti dell'impresa debitrice e dei creditori, oltre che della legittimazione del curatore fallimentare a procedere in giudizio a tutela della prima e dei secondi.

Molteplici gli spunti e i riferimenti forniti dai giudici di legittimità. Da un primo punto di vista vengono puntualizzati i termini dell'illecito dell'operatore bancario che, simmetricamente alle responsabilità dell'imprenditore, ex art. 218 del RD 267/42, concede o rinnova incautamente linee di credito in favore dell'imprenditore insolvente o in crisi. Dal sistema normativo nel suo complesso (ove rileva la disciplina primaria e secondaria di settore, oltre gli accordi internazionali) emerge la rilevanza per l'ordinamento dell'obbligo di valutare con prudenza, da parte dell'istituto bancario, la concessione del credito ai soggetti finanziati, in particolare ove gli stessi versino in difficoltà economica.

L'attività di concessione del credito da parte degli istituti bancari, non costituendo un mero "affare privato", concorre, ove "abusiva", a integrare un danno sia per il patrimonio dell'impresa finanziata, giacché il reiterato o nuovo finanziamento ne diminuisce la consistenza patrimoniale e ne incrementa le perdite, generate dalla continuazione dell'attività, sia per tutti coloro che "in una visuale macroeconomica, ... siano entrati in affari col finanziato".

Occorre però comprendere quale sia il discrimine fra l'erogazione del credito fisiologica, anche nei confronti dell'impresa in crisi e quale, invece, quella patologica, foriera di danni e responsabilità. In tal senso i giudici di legittimità forniscono interessanti profili di riflessione, evidenziando non tanto il dato formale della sussistenza di procedura di risoluzione della crisi di impresa, quanto, pur al di fuori di essa, la necessità che sia l'esame di un progetto oggettivo, ragionevole e fattibile, a consentire ex ante (in sede di istruttoria e deliberazioni) una informata e consapevole valutazione da parte della banca circa la capacità del debitore di superare la crisi o, almeno, di permanere sul mercato, grazie al finanziamento concesso o rinnovato.

In estrema sintesi, il confine tra finanziamento meritevole e finanziamento abusivo finisce per basarsi, essenzialmente, sulla ragionevolezza e fattibilità dei piani aziendali di risanamento.

La Cassazione richiama opportunamente i principi insiti nel dettato dell'art. 2449 c.c. previgente alla riforma del diritto societario, che imponeva il divieto di "nuove operazioni" dopo il verificarsi di una causa di scioglimento della società, sul presupposto che ove le nuove operazioni (poste in essere grazie al capitale di debito "abusivamente" concesso) siano foriere di perdite, come accade quando i piani di risanamento non sono stati redatti o sono irragionevoli o infondati, la scelta di sostenere finanziariamente l'impresa in crisi è censurabile, giacché il patrimonio netto di liquidazione (gone concern) è ragionevolmente superiore a quello di funzionamento (going concern).

Al verificarsi dei profili di responsabilità ora accennati, spetta al curatore la legittimazione ad agire, sia a tutela dell'impresa che del ceto creditorio nel suo complesso. A questo riguardo, infatti, occorre considerare che, una volta aperto il concorso, i creditori – ex artt. 51 e 52 del RD 267/42 – non possono più agire individualmente in via esecutiva o cautelare sul patrimonio del fallito. Per questo motivo, le azioni del curatore verso l'intermediario finanziario che abbia abusivamente concesso credito si rappresentano come azioni di massa, volte alla ricostituzione della garanzia patrimoniale, ex art. 2740 c.c., di cui tutti creditori potranno beneficiare.

La responsabilità della banca verso il fallito, peraltro, sarà "contrattuale" (a seconda dei casi, ex art. 1337 c.c., ovvero ex art. 1218 c.c.), mentre, verso il ceto creditorio, opererà in via "extracontrattuale" ai sensi dell'art. 2043 c.c. (se del caso in concorso con quella degli organi sociali).

La Corte di Cassazione precisa, infine, che la responsabilità in capo alla banca, che abbia concesso abusivamente il finanziamento, può sussistere in concorso con quella degli organi sociali di cui all'art. 146 del RD 267/42, in via di solidarietà passiva ai sensi dell'art. 2055 c.c.; a tal fine, non è necessario l'esercizio congiunto delle azioni verso gli organi sociali e verso il finanziatore, trattandosi di mero litisconsorzio facoltativo.

L'art. 1227 c.c., inoltre, non può essere invocato dalla banca per ridurre la sua responsabilità quando il curatore agisca per la massa, posto che non assume rilievo la circostanza che la società – a mezzo dei suoi amministratori – abbia contribuito nell'illecito con l'abusivo ricorso al credito (dovendosi altrimenti riferirsi all'intero ceto creditorio).


Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.


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