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Moneta digitale, meno evasori e costi ma in Italia gira ancora troppo cash
di Andrea Frollà
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 16 ottobre 2017

Forse siamo semplicemente destinati a vivere in una marea di contante. Forse i pagamenti digitali non riusciranno mai a rompere il legame che unisce le banconote e gli italiani. E forse nemmeno la carica dei Millennials servirà a minare le fondamenta dell'ecosistema cash in Italia. Tutti questi dubbi, ampiamente leciti, vengono a chiunque osservi l'Italia dei pagamenti digitali e non. Fra trend negativi, come l'aumento del contante in circolazione, e numeri positivi (ma non abbastanza) sul fronte e-payment, parlare di cashless society in Italia può sembrare una follia. Ma quei forse lasciano qualche speranza a cui è bene aggrapparsi, visti i vantaggi che una vera trasformazione digitale garantirebbe. In Italia le transazioni digitali, rileva l'Osservatorio Mobile Payment & Commerce, sono in costante aumento (190 miliardi di euro nel 2016, +9% anno su anno) e valgono oggi un quarto dei consumi. La stragrande parte (160 miliardi) passa dai Pos tradizionali, la restante da pc, tablet, smartphone e terminali contactless. Una performance che si inquadra in un contesto europeo dove, secondo i numeri della Bce, i pagamenti no-cash sono aumentati dell'8,5% fra 2015 e 2016 con un'impennata dell'uso di carte.
Non siamo messi così male, verrebbe da pensare. Invece sì: per quanto positiva, la corsa digitale non basta a contrastare la diffusione del contante, che continua a godere di un'ottima salute. A certificare questo trend è anche l'ultimo aggiornamento dell'indice di sviluppo della cashless society elaborato dal Forum Ambrosetti, che vede l'Italia guadagnare una posizione nella classifica UE a 28 e piazzarsi al 24° posto. Superare Ungheria, Grecia, Bulgaria e Romania non è però un risultato da poter sbandierare con troppa fierezza. Non va meglio restringendo l'analisi alla cash-intensity, cioè al rapporto tra valore del contante in circolazione e Pil: il nostro Paese, con oltre 180 miliardi (dati Bankitalia), conquista la sconfortante 25esima posizione su 131 economie mappate e il 2° posto nell'Unione europea. La velocità di diffusione dei pagamenti elettronici migliora ma, avverte il report, non basta a colmare il divario con i Paesi più virtuosi come quelli del Nord-Europa. I benefici di una transizione verso la cashless society farebbero molto comodo alle nostre politiche economiche, sempre alle prese con cinghie strette e calcoli al centesimo. Si può citare il più evidente, ossia la possibilità di far emergere l'economia sommersa: un aumento del 10% annuo nelle transazioni elettroniche per almeno 4 anni consecutivi, stima il Forum Ambrosetti, ridurrebbe il sommerso di almeno del 5%. Cifre importanti se si considera che le stime del transato extra-radar in relazione al Pil spaziano dal 13% dell'Istat al 30% dell'Eurispes. Un altro vantaggio, difficile da percepire ma altrettanto rilevante dal punto di vista socio-economico, è la riduzione del costo di gestione del contante. Una voce che, secondo la Banca d'Italia, pesa sulle tasche della filiera per circa 10 miliardi di euro all'anno. Allineandoci alla media UE si potrebbero risparmiare 1,5 miliardi l'anno. Ci sono poi l'incremento del ciclo dei consumi, grazie allo stimolo digitale sulle attività economiche, l'aumento della sicurezza delle transazioni, favorito dai continui investimenti degli operatori del settore spinti in particolare dalla nuova direttiva Psd2, e più in generale, ma non meno importante, la spinta all'innovazione e alla digitalizzazione del Paese. Non a caso l'inserimento dell'e-payment fra i pilastri di una strategia digitale di lungo periodo è ciò che ha permesso negli ultimi 4 anni a Paesi come l'Irlanda, la Polonia, l'Australia e la Francia di imboccare la strada della cashless society. Anche se, spiegano gli esperti del Forum Ambrosetti, a questo passaggio di inclusione strategica è necessario accompagnare altro, a partire da una chiara governance della trasformazione digitale del settore dei pagamenti cui spetta il compito di trovare un equilibrio fra gli interessi dei vari stakeholder. Altrettanto importante è la declinazione concreta delle buone intenzioni, che deve includere il giusto mix di obblighi e incentivi, senza dimenticare l'importanza delle azioni di moral suasion e di repressione (quest'ultimo punto è uno dei più delicati, come dimostra il caso delle cosiddette "sanzioni Pos" che in Italia non riescono a vedere la luce). E un peso lo ha pure l'attività di ingaggio e sensibilizzazione di cittadini e imprese, traducibile nelle declinazioni più disparate e originali (vedi le lotterie degli scontrini). Sul fronte pubblico bisogna ammettere che l'Agid e il Team di Diego Piacentini si stanno impegnando. Ma, come accade quando c'è di mezzo il digitale, da soli possono ben poco. «È necessaria la collaborazione di tutti gli operatori del settore. Le competenze vanno messe a sistema. Il rischio di un digital gap è dietro l'angolo, anche e soprattutto per via degli Over-the-top che sono sinonimo di innovazione — sostiene Maurizio Pimpinella, presidente dell'Associazione italiana istituti di pagamento e di moneta elettronica —. Servono formazione ed informazione sui pagamenti elettronici. C'è bisogno di una campagna di informazione istituzionale che parta dalla Presidenza del Consiglio: noi come associazione siamo pronti a fare la nostra parte. Anche l'educazione finanziaria e la normativa a supporto del digitale sono basilari». In questo contesto, aggiunge Pimpinella, la PA può essere il vero driver: «Un pagamento su due in Italia è verso la Pubblica amministrazione. Quando tutti saranno nelle condizioni di pagare un tributo dalla poltrona di casa significherà non solo che le normative per l'innovazione sono state recepite, ma anche che ne è stato fatto un utilizzo consapevole e socialmente rilevante per gli italiani».

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