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  :: Rassegna stampa - Documento

Lavoro, un italiano su due ha competenze obsolete, solo il 25% fa formazione
di Claudio Tucci
Il Sole 24 Ore
Sabato 30 gennaio 2021

L'Italia ha quasi 13 milioni di adulti con un livello di istruzione basso (categoria Isce 0-2, equivalente alla terza media), il 39% del totale dei 25-64enni (intorno ai 33 milioni di individui); si sale addirittura a più di un adulto su due (la stima oscilla tra il 53-59% dei 25-64enni) «potenzialmente bisognoso di riqualificazione» per via di competenze "obsolete", o che a breve lo diventeranno, a causa dell'innovazione e del cambiamento tecnologico in atto nel mondo del lavoro, oppure perché, nonostante la laurea, possiedono scarse capacità digitali, di alfabetizzazione e di calcolo.

Eppure, è questo il paradosso, si formano molto poco: in Italia, infatti, nonostante qualche progresso negli ultimi anni, la quota di adulti che partecipa ad attività di istruzione e di formazione è tra le più basse a livello internazionale: ci si attesta a un modestissimo 24% contro il 52% della media Ocse (indagini Piaac), e riguarda in netta prevalenza gli occupati (81%), che dichiarano di svolgere la formazione essenzialmente per motivi legati al miglioramento della carriera; di seguire corsi fuori dall'orario di lavoro, se si tratta di apprendimenti formali, o all'interno del proprio ufficio, per gli apprendimenti non formali.

Emergenza formativa
Non solo. I circa 13 milioni di adulti italiani con basso livello di istruzione rappresentano circa il 20% della popolazione adulta europea con un basso livello di istruzione (circa 66 milioni di individui totali); a testimonianza di un'emergenza formativa dai numeri piuttosto ampi che caratterizza, da tempo, il nostro Paese (e non è limitata ai soli studenti). Ma che rischia, ora, di produrre effetti pesanti su tessuto produttivo e intero Paese in vista della (auspicabile) ripartenza, uscendo (si spera presto) dalla pandemia.

Per tutti questi motivi, l'Italia dovrebbe puntare con forza a investire parte delle risorse del Recovery Plan sulla formazione continua. Non solo per affrontare il gap di competenze a sostegno dell'occupazione, ma anche per garantire la modernizzazione della Pa, la digitalizzazione dell'economia e il sistema di istruzione scolastica.

L'appello per il Recovery Plan
È l'appello sottoscritto da esperti appartenenti a diversi enti, tra cui Antonio Ranieri (Cedefop, Centro europeo per la formazione professionale), Sebastiano Fadda (Inapp), Giovanni Biondi (Indire), Giorgio Sbrissa (Evta, European Vocational Training Association), in una lettera aperta, pubblica da stamane, a istituzioni e politica con lo scopo «di non sprecare l'occasione» e realizzare «entro il 2025 l'obiettivo Europeo del 50% di adulti che partecipano in attività formative almeno una volta ogni 12 mesi». «Lo abbiamo imparato anche da questa crisi - è scritto nella lettera appello - reagire all'emergenza e costruire soluzioni sostenibili per il futuro richiede capacità e risorse propriamente umane e in primo luogo tutte le competenze - di base, trasversali, sociali, scientifiche e imprenditoriali - necessarie per affrontare l'incertezza e creare opportunità dalle nuove tecnologie, dall'allargamento degli scambi internazionali, così come dal vasto patrimonio di beni culturali e naturali di cui l'Italia dispone».

L'apprendimento permanente
Se è vero che «il Piano nazionale di ripresa e resilienza Next Generation Italia riconosce l'importanza dell'apprendimento permanente» è altrettanto vero, prosegue la lettera, che «l'efficacia di queste misure resterebbe tuttavia limitata in assenza di un sistema nazionale integrato per l'apprendimento permanente e il riconoscimento delle competenze della popolazione adulta».

Il messaggio è chiaro, e rappresenta un input forte al Governo, che seppur dimissionario, è impegnato ad attuare il Recovery Fund. Questo filone di finanziamento, infatti, rappresenta un'opportunità storica, «per creare nel nostro Paese - si legge ancora nella lettera - un vero e proprio sistema di formazione permanente in grado di dare accesso sistematico e opportunità di formazione e sviluppo delle competenze a tutti gli italiani, siano essi occupati stabilmente o in forme atipiche, in cerca di occupazione, liberi professionisti, creatori di proprie iniziative imprenditoriali, o fuori dal mercato del lavoro».

Allarme analfabetismo di ritorno
Il campanello d'allarme è serio: tra i 16 e i 65 anni, gli italiani con livelli molto bassi di "literacy" sono poco meno di 11 milioni, il 27,9% della popolazione di riferimento (indagini Piaac). Cosa significa? Che si tratta di cittadini che riescono, con difficoltà, a leggere testi brevi su argomenti familiari e a individuare informazioni specifiche, e, soprattutto, non sono in grado di associare testo e informazioni. Quasi un terzo (31,8%) di questi circa 11 milioni di persone ha un'età compresa tra i 55 e i 65 anni. A livello territoriale, più del 60% dei cosiddetti "low skilled" italiani si concentrano nelle regioni del Sud e del Nord-Ovest. Gli iscritti ai centri per l'istruzione per gli adulti (Cpia) sono oltre 163mila (dati Indire), ma queste realtà non riescono a decollare.

Pochi laureati in discipline Stem
Il quadro non è migliore tra i livelli di istruzione superiori. La popolazione di 25-64enni con un titolo di studio terziario (laurea), in Italia, è ferma al 19,6%, contro un valore medio europeo pari a un terzo (33,2% - monitoraggio Istat su dati 2019). L'Italia è in coda anche per i giovani laureati nelle discipline Stem (Science, Technology, Engineering and Mathematics), le più ricercate: nel 2019, il 24,6% dei 25-34enni ha una laurea in queste materie tecnico-scientifiche (il 37,3% sono uomini, appena il 16,2% sono donne).

«Siamo convinti che il nostro Paese sia oggi dotato delle capacità e risorse necessarie per realizzare questo salto di qualità strutturale - concludono i firmatari dell'appello -. Riteniamo sia necessario un tavolo di confronto sull'istruzione e formazione degli adulti, riavviando processi e coinvolgendo le reti esistenti».

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Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.


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