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  :: Rassegna stampa - Documento

Vigilanza, non scordiamoci della Consob
di Massimo Giannini
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 30 ottobre 2017

«Nella Consob ci sarà bisogno di più ingegneri e meno avvocati». L'8 maggio a Palazzo Mezzanotte, Giuseppe Vegas dettava il suo "testamento". Ora, il 15 dicembre, scade il suo mandato non rinnovabile. Dopo aver risolto nel più pasticciato dei modi la successione in Bankitalia, il governo deve decidere chi piazzare al vertice dell'organo di vigilanza sui mercati. In quali mondi pescare? Ingegneri o avvocati? Economisti o magistrati? Un altro pasticcio. Finito un po' in ombra dietro la montagna di polemiche innescate dall'assalto di Renzi a Palazzo Koch, il "custode" di Borsa non è meno responsabile in parole, opere, azioni e omissioni intorno alle crisi bancarie degli ultimi anni. Se a Via Nazionale il Pd invoca "discontinuità sostanziale", a Piazza Verdi dovrebbe esigere "rottamazione totale".
Tra Montepaschi e le altre quattro "banchette" messe in risoluzione, per non parlare delle popolari venete, sono tante le sviste della Consob, che sono costate miliardi ai contribuenti e milioni ai risparmiatori. Dov'erano i commissari mentre Giuseppe Mussari intossicava Siena con il veleno dei derivati Santorini e Fresh? Dov'erano mentre Visco scriveva ai vertici di Etruria una lettera di fuoco il 5 dicembre 2013, in cui parlava di "degrado irreversibile" dell'istituto? Perché questi rilievi non finirono nel prospetto informativo autorizzato dalla Consob (che pochi giorni dopo accompagnò la nuova emissione di obbligazioni) perché "non assumono in ogni caso un'entità tale da pregiudicare il mantenimento dei requisiti prudenziali"? E perché nel 2012, per le obbligazioni subordinate, la Consob smise di accludere ai prospetti informativi gli "scenari probabilistici", con i quali si spiegava ai clienti quanto fosse alta la probabilità di perdere parte del capitale investito (30, 50, 70%, a seconda della rischiosità dell'obbligazione)? Le solite domande senza risposta (salvo clamorosi ma improbabili colpi di scena in Commissione parlamentare dove i Torquemada del risparmio perduto, a destra e a sinistra, cercano faticosamente di rifarsi una verginità). Scordiamoci pure il passato: chi ha dato ha dato, chi ha avuto, ha avuto.
Il tema di oggi, per il governo e per il Paese, è il seguente: qual è il profilo più giusto per garantire alla Consob una guida capace di cancellare definitivamente la stagione infausta dei boiardi (vedi l'andreottiano Bruno Pazzi o il lettiano Lamberto Cardia) e rinverdire i pochi fasti del passato recente (vedi i compianti Tommaso Padoa-Schioppa e Luigi Spaventa)?
Dopo l'affondo su Banca d'Italia, tutti guardano alle prossime mosse di Renzi. Se ha violato il tempio della Banca d'Italia, farà anche peggio sulla già dissacrata Consob. E invece no. In queste ore, dal treno che attraversa la penisola in cerca della credibilità smarrita, il leader del Pd si è dato un imperativo: «Profilo basso sulle nomine, non metto bocca su Consob e sulle altre che verranno. Sto fuori da tutto, se la vede Gentiloni...». Ed è sincero, stavolta. Lo strappo con "l'amico Paolo" è già troppo profondo. A Palazzo Chigi non si registrano pressioni. Almeno non dal Pd. E dunque la scelta del successore di Vegas sta maturando tutta nel "triangolo istituzionale": Tesoro-Presidenza del Consiglio-Quirinale.
La "pratica Consob" è sul tavolo di Pier Carlo Padoan, che ha pronto un suo Mister Wolf: Roberto Garofoli, suo capo di Gabinetto. Una volta tanto sbaglia chi pensa a Catilina che nomina il suo cavallo senatore. Garofoli, curriculum alla mano, "risolve problemi". È stato capo dell'Ufficio Legislativo alla Farnesina con D'Alema, poi capo di Gabinetto alla Funzione Pubblica con Patroni Griffi nel governo Monti, sottosegretario a Palazzo Chigi con Letta premier. «Oggi come oggi - dice uno dei ministri che ha più voce in capitolo nel governo Gentiloni - è oggettivamente il candidato più forte».
Il dubbio di fondo è un altro. Garofoli è un magistrato. La Consob di oggi, e soprattutto quella di domani, ha ancora urgenza di "principi del foro", o non avrebbe più bisogno di persone che conoscono i mercati finanziari, italiani e internazionali? Con parole diverse, è il dilemma posto da Vegas. Che riguarda allo stesso modo anche gli altri nomi in lizza. Per esempio Giovanni Maria Berruti: proprio Renzi gli promise due anni fa il bastone del comando («Per ora lei diventa commissario, poi quando Vegas scade la faremo presidente...»). Per esempio Govanni Legnini: «Tra un anno scade da vicepresidente del Csm - si sussurra a Palazzo dei Marescialli - e lascerebbe volentieri in anticipo per trasferirsi in un'Authority importante...». Figure di prestigio. Ma giuristi, uomini di diritto. Un punto di forza che nel turbocapitalismo moderno potrebbe non bastare.
Francesco Greco, storico pm di Mani Pulite, lo ripete da tempo: «Ormai i reati finanziari sono talmente complessi da scoprire, che servirebbe un pool di magistrati specializzati in ogni procura». Appunto: parliamo di procure. La Consob è un'altra cosa. La Consob del futuro, che poi è già presente, deve affrontare sfide rivoluzionarie. Dal 2018 cambiano di nuove le regole dei mercati. Scattano cinque nuove normative europee. Dalla prestazione dei servizi di investimento (Mifid 2) all'offerta di prodotti finanziari pre-assemblati emessi da banche e assicurazioni (Priips). Dalla verifica sulle cosiddette "informazioni aggiuntive non finanziarie" (tutela dell'ambiente, sostenibilità sociale, lotta alla corruzione) alla nuova disciplina sui diritti degli azionisti (rapporti tra maggioranze e minoranze, voto di lista, deleghe).
Nella prospettiva di un rafforzamento dell'Unione finanziaria (connessa a quella bancaria) la Consob dovrà adeguarsi alle proposte della Commissione Ue sulla revisione delle tre istituzioni europee di vigilanza micro e macro-prudenziale (Eba, Esma, Eiopa). «L'orientamento prevalente - spiegano a Bruxelles - è quello di rafforzare i poteri dell'Esma, per esempio su materie come i prospetti e gli abusi di mercato». Servono know how e visione globale. E questi "requisiti necessari" fanno crescere le quotazioni di altri due candidati. Uno è "interno", gradito a Palazzo Chigi e nel solco della continuità: Carmine Di Noia, altro commissario Consob che studia da mesi questi dossier, e che li ha illustrati al gotha della finanza internazionale in una tavola rotonda a Milano il 10 ottobre. L'altro è esterno, sostenuto dal Pd e all'insegna della novità: Mario Nava, responsabile della Direzione Generale "Mercato interno e servizi" della Commissione Ue, bocconiano con dottorato alla London School of Economics, di stanza dal 1994 a Bruxelles, dove ha lavorato prima con Monti commissario alla concorrenza e poi con Prodi presidente della Commissione. Garofoli o Berruti, Di Noia o Nava. Il banchetto sulla Consob può cominciare. Speriamo solo che il controllore di Piazza Affari non finisca inghiottito nella "cerimonia cannibale" della campagna elettorale, com'è successo al plenipotenziario di Via Nazionale. Il mercato globale è un Far West. Senza sceriffi autorevoli gli unici che guadagnano sono i soliti cowboy.

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