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Vacchi: «Il distretto alla bolognese un modello di filiera utile per il governo»
di Luciano Nigro
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 3 aprile 2017

«Le nostre imprese manifatturiere sono costrette a lavorare in un contesto a dir poco complicato, ma hanno potenzialità enormi. Hanno molti difetti, però ce la possono fare, nonostante tutto. Possono competere e perfino vincere la sfida con i tedeschi, se lo Stato ci dà una mano». Alberto Vacchi è un ottimista. Forse dipende dal fatto che la sua Ima, un gioiello della meccanica avanzata della via Emilia che produce macchine per il confezionamento di thè, farmaci e alimenti e che ha comprato stabilimenti anche in Germania, non ha mai smesso di crescere a ritmi "cinesi": dalla quotazione a Piazza Affari nel 1995 è passata da 140 milioni di fatturato a 1,4 miliardi, da mille a 5.200 dipendenti, mentre il titolo in Borsa è balzato da 3,2 a 76 euro. O forse la sua fiducia nel futuro nasce dal fatto che alla guida degli industriali bolognesi ha creato un'associazione con Modena e Ferrara che, grazie anche alla spinta delle Ferrari e delle Lamborghini, raggiunge fatturati manifatturieri pari a quelli del distretto di Milano. O forse, semplicemente, Vacchi ha «toccato con mano le possibilità dell'industria made in Italy incontrando centinaia di imprenditori» quando un anno fa sfidò Vincenzo Boccia nella corsa alla presidenza di Confindustria. Perse per un pugno di voti, ma quell'esperienza fu un tuffo nella ricchezza produttiva del Belpaese.
Che cosa la induce a scommettere sul futuro industriale dell'Italia?
«Una cosa soprattutto: il fatto che le nostre imprese, pur polverizzate, concentrate specie al Nord e costrette ad arrangiarsi in un contesto complicato come quello italiano, continuano tuttavia a stare su mercati internazionali molto competitivi. Senza questa spinta all'export e senza il contributo decisivo al Pil dell'industria non so come il nostro Paese avrebbe potuto affrontare la crisi del 2008».
La recessione ha messo al tappeto le costruzioni e interi settori, ma le nostre fabbriche hanno retto meglio. Da che cosa dipende?
«Un contributo importante è venuto da una piccola rivoluzione che avvenuta nei nostri distretti industriali. La crisi ha spinto molte piccole imprese a cambiare dal basso, a fare rete con le medie e a cercare insieme soluzioni».
È quello che lei un tempo chiamava il "distretto alla bolognese"?
«Sì, anche se poi esempi simili si sono diffusi in altre aree del Paese».
In che cosa consiste questa trasformazione?
«Le faccio l'esempio di ciò che è avvenuto attorno alla mia azienda. La crisi rischiava di far scomparire molti nostri subfornitori, artigiani e piccole imprese. Quello che abbiamo fatto è stato creare una rete, dove l'Ima funzionava da hub. Ai fornitori abbiamo chiesto di ridurre il costo dei prodotti e di accrescere il livello tecnologico. In qualche caso abbiamo realizzato scambi azionari. Fatto questo, li abbiamo aiutati a cercare clienti anche all'estero».
Ha funzionato?
«Non speravo in risultati migliori. Quelle che all'inizio erano una decina di aziende in rete sono oggi diventate 40. Il fatturato estero complessivo da 17-18 milioni iniziali è salito fino a 200 con ricadute positive anche in termini di occupazione: quelle aziende, che rischiavano di morire dissipando un patrimonio di competenze, hanno oggi un migliaio di dipendenti».
Una rarità bolognese?
«Tutt'altro. Sistemi analoghi sono stati adottati in altri settori industriali dell'Emilia, in Piemonte, in Lombardia... E credo che si estenderanno perché danno un futuro a esperienze che rischierebbero di sparire a causa del ritardo tecnologico o dell'uscita dei loro fondatori».
Le imprese del cosiddetto quarto capitalismo, però, lamentano troppe tasse e scarso aiuto da parte dello Stato.
«Certo, l'Italia è un paese complicato. Ma basterebbe poco per far correre tante imprese piccole o medie».
Come è riuscita l'Ima a crescere a ritmi del 10% all'anno per un quarto di secolo?
«Abbiamo avuto fortuna con i prodotti e anche con un mercato favorevole. Ma abbiamo puntato a una crescita costante con una campagna di acquisizioni all'estero e investito in tecnologie e ricerca. L'Emilia, però, è un po' meno difficile del resto del Paese. Le istituzioni qui non ostacolano le imprese. Le aziende riescono a collaborare tra di loro e con le università. C'è dialogo con i sindacati».
Perfino con la Fiom lei ha sempre tenuto la porta aperta.
«Sindacati forti non devono spaventare. Il dialogo è utile: lo è perfino il conflitto se non è ideologico o pregiudiziale. Ora nelle fabbriche sta per arrivare una nuova rivoluzione digitale che cambierà il modo di produrre. È importante discuterne subito, cercando soluzioni condivise: non dobbiamo perdere competitività né distruggere posti di lavoro».
L'Italia non è l'Emilia, però. Le imprese chiedono un disegno di politica industriale e meno tasse.
«In Germania lo Stato e i Länder hanno un atteggiamento diverso. Non è così difficile ricorrere al credito, dialogare con i sindacati, affacciarsi all'estero. Ma la nostra flessibilità può rivelarsi un'arma formidabile. A patto che chi vuole investire riesca a trovare le risorse, che chi vuole crescere non sia ostacolato ma facilitato».
Che cosa dovrebbe fare il governo?
«La prima cosa? Favorire anche fiscalmente accorpamenti e fusioni tra le imprese».
Come fecero Ciampi e Amato con le banche?
«Una soluzione del genere favorirebbe aggregazioni e stabilizzerebbe il sistema manifatturiero».
La convince il progetto industria 4.0 del governo?
«L'impostazione del ministro Carlo Calenda è del tutto condivisibile. Servirebbero però risorse adeguate per sostenere l'investimento in tecnologie».
Solo questo?
«Non possiamo chiedere quello che l'Italia con un debito pubblico astronomico non può dare. Ma una buona politica industriale e pochi interventi metterebbero le nostre industrie nelle condizioni non dico di vincere la sfida con la Germania, ma certo di giocare la partita alla pari».

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