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Unicorni, le start-up che valgono 647 miliardi
di Eugenio Montesano
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 13 marzo 2017

Non solo orsi e tori, nello zoo della finanza da qualche anno ci sono anche gli unicorni. Si tratta delle start-up non quotate e valutate almeno un miliardo di dollari, società rare come le creature mitologiche dalle quali prendono il nome. Il termine è stato usato per la prima volta da Aileen Lee, fondatrice della società di venture capital Cowboy Ventures, in un articolo del novembre 2013 su TechCrunch, rivista online specializzata in start-up tecnologiche. Per queste società, le possibilità di assurgere al rango di unicorno sono molto scarse. «Il tipico venture capitalist incontra mille start-up all'anno e ne finanzia solo due», spiega Peter Cohan, presidente del fondo di venture capital Cohan Associates. «Per ogni diecimila società che ottengono i finanziamenti, solo una diventa unicorno». Le società-unicorno attualmente in circolazione sono 186, per una valutazione complessiva di 647 miliardi di dollari secondo i dati di CB Insights, società di ricerca specializzata nel monitoraggio delle start-up tramite un database aggiornato quotidianamente. Il 53% degli unicorni è americano, il 23% cinese. In Europa esistono 18 unicorni, ma nessuno è italiano. A investire in queste società sono soprattutto fondi di private equity come Sequoia Capital (24 unicorni in portafoglio), Tiger Global Management e SV Angel (23 unicorni ciascuna), sempre a caccia di marchi di cui si parla poco e compagnie che possono crescere a gran velocità come nel caso di Xiaomi, il quarto produttore di smartphone del mondo. Fondata nell'aprile 2010, la sua valutazione di 46 miliardi ne fa il secondo maggior unicorno dopo Uber (68 miliardi). Ma l'Ipo, secondo il fondatore Lei Jun, non avverrà prima del 2025. Al terzo posto Didi Chuxing, l'Uber cinese che raggiunge 400 milioni di utenti in 300 città. Valutata 33,8 miliardi, ha ricevuto finanziamenti dai tre colossi digitali cinesi Alibaba, Tencent e Baidu (ma ci investono anche Apple e BlackRock). Nell'agosto 2016 Didi ha rilevato la divisione cinese di Uber diventando la più grande azienda di ride-sharing in Cina. E poi c'è WeWork, unicorno americano da 16,9 miliardi che offre uffici in worksharing. Nel Fintech si distinguono Stripe, società statunitense valutata 9,2 miliardi che ha brevettato una piattaforma per pagamenti online con carta di credito (in cui hanno investito American Express e Barclays) e la britannica Transfer-Wise, che trasferisce denaro tramite un modello peer-to-peer che applica l'ultimo tasso di cambio disponibile, con commissioni più basse di quelle bancarie. Ogni mese nuove aziende entrano nel club. A marzo sono diventate unicorni l'americana C3 IoT (l'acronimo sta per "Internet of Things"), che realizza dispositivi di analisi dei big data da integrare in apparecchi abilitati al cloud computing, e la cinese Ofo, che offre un servizio di bike sharing on-demand tramite app. Attenzione, però: un unicorno non è per sempre. Lo sbocco auspicato dai venture capitalist è quello di un'uscita dal ricco pascolo dei mercati privati verso l'arena di Wall Street, tramite offerte pubbliche iniziali o acquisizioni. E le prospettive di prese di profitto attirano anche i grandi investitori globali, che tendono a investire nelle fasi finali precedenti allo sbarco in Borsa: la fotografia scattata da CB Insights mostra che cinque investitori su 10 sono società di asset management o banche d'affari (T. Rowe Price, Fidelity Investments e Goldman Sachs sono tra i finanziatori più attivi, con 17 unicorni in portafoglio), e che 70 investitori istituzionali hanno partecipato a un round di finanziamento di almeno cinque unicorni.

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