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Una chance per risollevarsi dalle crisi, le aziende chiedono regole che funzionino
di Marco Frojo
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 11 dicembre 2017

La crisi economica ha colpito in maniera particolarmente dura l'Italia non solo per la struttura del suo tessuto produttivo, fatto di tante piccole e medie imprese le cui spalle non sono così larghe come quelle delle multinazionali, ma anche perché la disciplina sulle crisi d'impresa ha introdotto solo di recente procedure in grado di aiutare le società che sono in una difficoltà finanziaria temporanea, superabile con un adeguato processo di ristrutturazione. Fino al 2005 esisteva infatti solo il fallimento. Successivamente sono state varate numerose riforme che hanno riguardato sia l'ambito fallimentare sia il concordato preventivo che, fino a poco più di un decennio fa, aveva una finalità essenzialmente liquidatoria in alternativa al fallimento vero e proprio. I numerosi cambiamenti che si sono susseguiti non hanno però avuto l'efficacia del Chapter 11 statunitense, il modello preso a riferimento per i numerosi successi conseguiti. Grazie al congelamento dei debiti, lo strumento statunitense ha infatti permesso a molte società di salvare le parti sane, tutelando così occupazione, attività economica, quote di mercato all'estero e know-how. In Italia questo non è avvenuto, se non in rari casi: solo il 4,5% delle aziende che hanno fatto ricorso al concordato preventivo sopravvive dopo la procedura. Come sottolinea la Banca d'Italia la funzione principale del concordato è dunque "rimasta quella di fornire uno strumento liquidatorio di tipo negoziale, alternativo al fallimento che vede un maggior ruolo degli organi giudiziari". E questo nonostante il governo Monti, nel settembre del 2012, abbia introdotto il cosiddetto concordato "in bianco", che prevede che l'azienda in crisi possa fare domanda di concordato senza presentare il piano (appunto, "in bianco"), pur beneficiando da subito della sospensione delle azioni esecutive da parte dei creditori. Per illustrare la strategia per uscire dalla crisi il management ha quindi tempo 120 giorni, prorogabili fino a 180, periodo durante il quale può anche contrarre nuovi finanziamenti.
Queste possibilità hanno però spinto molte aziende ad utilizzare il concordato a fini opportunistici, cioè per dilazionare il rimborso dei debiti, una situazione che ha costretto il governo Letta, che è succeduto a quello di Mario Monti nel 2013, a cambiare ulteriormente la legge, dando ai tribunali la possibilità di nominare un commissario per monitorare la condotta del debitore nella fase precedente alla presentazione del piano. Nonostante questo cambiamento, quello che doveva essere lo strumento per salvare il maggior numero possibile di aziende ha finito per metterne in crisi molte che non erano ancora in difficoltà conclamata. La sospensione dei pagamenti da parte delle società che hanno aderito al concordato preventivo "in bianco" ha infatti penalizzato i fornitori, peraltro costretti a proseguire nei rapporti contrattuali con imprese che già non erano in condizioni di adempiere ai propri impegni o di competere sul mercato. L'effetto combinato di questa dilazione dei pagamenti con il ritardo cronico del maggiore pagatore in Italia, la Pubblica amministrazione, ha creato una miscela esplosiva per i conti di molte società. Dal punto di vista normativo, una delle principali falle di questo sistema va ricercata nella scelta, fatta nel 2005, di abbandonare il modello francese della "procedure d'alerte", che aveva il compito di oggettivizzare la crisi, attraverso l'emersione di sintomi evidenti (ripetuti ritardi nei versamenti di Iva, contributi, azioni di recupero crediti, etc.). Questo sistema avrebbe determinato automaticamente lo stato di crisi e consentito a terzi di intervenire in favore dell'impresa, proponendo soluzioni alternative ai creditori quando la crisi era ancora reversibile. Un meccanismo peraltro presente anche nel Chapter 11 statunitense. In assenza di questo campanello d'allarme, la maggior parte delle aziende ha proseguito nella propria gestione deficitaria, rivolgendosi alle procedure di salvataggio quando la situazione era ormai già compromessa. «Nel complesso, tenendo conto degli effetti della crisi economica, troviamo che le riforme hanno nettamente favorito l'utilizzo del concordato preventivo e che siano anche associate a lievi miglioramenti nella probabilità di sopravvivenza delle aziende che ne fanno uso — scrivono gli esperti della Banca d'Italia nel documento "Il concordato preventivo in Italia: una valutazione delle riforme e del suo utilizzo" —. L'istituto continua però a caratterizzarsi prevalentemente come una modalità di uscita dal mercato alternativa al fallimento, cui si ricorre soprattutto laddove la durata delle procedure fallimentari è più elevata. Quanto al concordato in bianco, le nostre analisi suggeriscono che al più frequente ricorso allo strumento non si sia associata una maggiore incidenza dell'utilizzo finalizzato alla mera dilazione dei pagamenti, pure con la cautela dovuta alla difficoltà di trovare inequivocabili misure dell'uso opportunistico». Un'analisi analoga arriva da Antonio Tullio, professore di Istituzioni di Diritto privato presso l'Università di Modena e Reggio Emilia: «Il legislatore italiano, recependo le indicazioni della Raccomandazione della Commissione UE del 12 marzo 2014, ha cercato di privilegiare strumenti di gestione della crisi che consentano la salvaguardia delle unità produttive e dei livelli occupazionali. Sennonché la prassi segnala come siano davvero pochi i concordati in continuità che hanno avuto successo. Ciò credo sia dovuto ad una molteplicità di fattori. Innanzitutto occorre che l'imprenditore si renda tempestivamente conto della situazione di crisi e sia reattivo nell'affrontarla prima che diventi irreversibile». Tullio indica poi come fattore determinante l'accesso alla liquidità: «La riuscita di qualsiasi efficace programma di ristrutturazione del debito e di risanamento aziendale necessita di risorse finanziarie adeguate e conseguentemente dell'appoggio di finanziatori in grado di immettere liquidità nelle casse dell'impresa in crisi. In questo contesto, malgrado gli interventi legislativi, si è registrato un vero e proprio "credit crunch concorsuale" dovuto anche ai limiti imposti dalle banche dalle regole e dai parametri del Regolatore Europeo». La strada da fare per il Sistema Italia è dunque ancora molto lunga e basta un solo dato a spiegare quanto. Negli Stati Uniti i due terzi delle aziende che avviano il Chapter 11 convertono poi la procedura in liquidazione ai sensi del Chapter 7; ben un terzo però, ovvero il 33%, rimane sul mercato perché la cura ha sortito l'effetto sperato. Fra il dato italiano (4,5%) e quello statunitense (33%) ci sono quasi trenta punti percentuali di differenza, un valore enorme in termine di prodotto interno lordo. Per capirne la portata è sufficiente ricordare che General Motors ha fatto uso del Chapter 11 nel 2009, all'apice della crisi per il settore automobilistico statunitense. Oggi Gm è ancora il terzo produttore di auto al mondo, ha un fatturato di 166 miliardi di dollari e dà impiego a 181mila persone in tutto il mondo.

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Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.


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