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Un milione per il capo azienda. Il rebus delle politiche retributive
di Adriano Bonafede
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 20 febbraio 2017

Essere quotati in Borsa fa bene alle imprese ma anche ai portafogli dei membri del consiglio d'amministrazione. In media ogni amministratore ha preso, nel 2016 , 244 mila euro, secondo il rapporto "La corporate governance in Italia" di Assonime, l'associazione delle società quotate al listino. Ma questa è, appunto, una media e se distinguiamo le società per segmento, troviamo che per le quotate al Ftse Mib è di 405 mila, contro i 303 delle mid cap e le 140 mila delle small cap. Un'altra distinzione riguarda le finanziarie, che pagano di più (263 mila) rispetto alle non finanziarie (240 mila). Se poi passiamo alla funzione svolta, vediamo che - inevitabilmente - a guadagnare di più sono le figure-chiave delle imprese, quelle che possono determinare il successo o l'insuccesso di una strategia aziendale e dunque i guadagni o le perdite, ovvero gli amministratori delegati. In media ciascuno di loro ha guadagnato lo scorso anno poco meno di un milione di euro, 979 mila euro per l'esattezza (il tutto senza considerare eventuali stock option). Da notare che le remunerazioni degli ad sono cresciute riprendendo, sempre in media, tutto quello che avevano perso nel trinennio precedente (il 30 per cento circa). Via via che si scende nella scala gerarchica i compensi calano: 623 mila euro in media per i presidenti esecutivi, 259 per quelli non esecutivi fino a 55 mila per i consiglieri indipendenti non esecutivi. È interessante notare che solo il 46 per cento delle imprese del listino principale prevede clausole di claw-back (retituzione di componenti variabili delle remunerazioni) o di malus (trattenuta di somme oggetto di differimento) in caso di dati contabili manifestamente errati. «L'assenza di clausole di questo tipo in oltre la metà delle società - si legge nel rapporto - e la frequente mancata indicazione degli eventi che ne determinano l'applicazione mostrano che la nuova raccomandazione del Codice di autodisciplina di Assonime ha trovato finora un'applicazione ancora parziale». C'è poi la spinosa questione delle indennità di fine carica. Spesso, in passato, si è assistito a buonuscite milionarie senza alcun riferimento a norme codificate in precedenza e dando quindi l'impressione di "regali" elargiti dal consiglio d'amministrazione a manager che abbandonano per qualsiasi motivo (volontariamente o no) la società in cui lavorano. E tutto questo a spese degli azionisti. Adesso, l'85 per cento delle imprese quotate contempla la possibilità di future erogazioni. «Ma soltanto il 30 per cento di questo 85 per cento - spiega Marcello Bianchi , direttore generale di Assonime - afferma che ci sono accordi precisi, mentre tutte le altre hanno politiche estremenete vaghe. Eppure, anticipare e codificare questi compensi, fissando anche un cap (ovvero un limite massimo, Ndr) può essere nell'interesse della società anche per evitare futuri danni reputazionali». Infatti, a volte di fronte a buonuscite gigantesche e senza una specifica e chiara ragione, è stata la stessa impresa a perdere credibilità. Fra le varie incompiute delle politiche di remunerazione c'è anche il fatto che nel 20 per cento dei casi non è chiara quale sia la distinzione tra retribuzione fissa e variabile, ma per fortuna nella stragrande maggioranza dei casi (80 per cento) viene dichiarata. Inoltre, nell'84 per cento delle società sono stati fissati anche dei limiti alla retribuzione variabile, limiti che perlopiù sono collegati a parametri contabili. Infine, resta stabile il numero delle società della Borsa che hanno creato uno specifico 2Comitato per le Remunerazioni" come consigliato da Assinime: si oscilla dal 2013 a oggi intorno all'89 per cento. Le spiegazioni che da quell'11 per cento che manca all'appello vanno dalle "limitate dimensioni della società" a esigenze di "semplificazione della struttura sociale". Ma in un quinto dei casi semplicemente non c'è alcuna spiegazione.

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