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  :: Rassegna stampa - Documento

Un compromesso che rischia di aggravare il credit crunch
di Stefano Micossi
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 4 giugno 2012

Il Consiglio Ecofin ha raggiunto un compromesso sulla trasposizione nell'ordinamento dell'Unione delle nuove regole sul capitale delle banche note come Basilea III. Anche se restano divergenze di posizioni con il Parlamento europeo, il compromesso apre la strada a un'approvazione rapida delle nuove regole, forse già entro la fine di giugno. Il compromesso è stato raggiunto accrescendo la discrezionalità nazionale sia nella fissazione dei requisiti di capitale, sia nella definizione del capitale. Come già stabilito dai regolatori di Basilea, il coefficiente minimo per il capitale totale resta invariato all'8% delle attività "ponderate per il rischio" (risk-weighted assets), ma sale al 4,5% la componente di "common equity" (capitale e utili non distribuiti). E' poi previsto un ulteriore cuscinetto di common equity del 2,5% (capital conservation buffer), che fa salire il capitale di qualità primaria al 7% e il capitale totale al 10,5%. I paesi potranno decidere di aumentare ulteriormente il capitale minimo fino al 2,5% per ragioni di stabilizzazione anticiclica; ciascun gruppo bancario dovrà assicurare il rispetto dei (potenzialmente diversi) coefficienti di capitale anti-ciclici in ciascuna giurisdizione nella quale si trova ad operare. Le novità uscite dal Consiglio Ecofin sono essenzialmente tre. In primo luogo, gli stati membri potranno aggiungere un requisito di capitale di qualità primaria fino al 3% per l'esposizione totale e fino al 5% per l'esposizione domestica e verso paesi terzi (cioè, non appartenenti all'Unione europea), per il settore finanziario nel suo insieme, o parti di esso, come cuscinetto contro i rischi sistemici, senza bisogno di autorizzazione; oltre tali limiti con l'autorizzazione della Commissione (che deciderebbe con poteri delegati dal Consiglio). Gli stati membri potranno anche fissare autonomamente coefficienti di capitale più elevati per l'esposizione immobiliare, residenziale o commerciale: si è voluto in tale modo consentire ai singoli paesi di correggere il trattamento base ingiustificatamente favorevole assicurato dalle regole comuni a questa categoria di prestiti, che alcuni paesi hanno impedito di correggere. E' rimasta anche l'attribuzione di rischio zero ai titoli sovrani, una decisione quantomeno curiosa nelle circostanze attuali e che, per giunta, è in contrasto con i criteri utilizzati dall'Autorità bancaria europea (EBA) nei suoi stress test di solidità delle banche. La seconda novità riguarda la definizione del capitale, che include strumenti con dubbia capacità di assorbimento delle perdite, come le partecipazioni "silenti" delle banche tedesche e quelle di minoranza in società di assicurazione delle banche francesi (double gearing). La terza novità riguarda la decisione di inserire nella legislazione europea la previsione di un rapporto minimo di capitale ‘assoluto', cioè in rapporto all'attivo totale non ponderato, del quale peraltro non si indica la misura (è del 3% negli Accordi di Basilea), e dei nuovi standard di liquidità (a 30 giorni) e di funding (a 1 anno). L'entrata in vigore di questi requisiti sarà peraltro realizzata gradualmente nel corso del decennio e non è garantita. Questo compromesso pare nel complesso accettabile per il Parlamento europeo, che si contenterà probabilmente di qualche concessione marginale. Tutto bene dunque? Possiamo pensare che l'Unione si sia finalmente dotata di regole chiare per le banche, adeguate ad assicurare la stabilità finanziaria? Purtroppo, la risposta è negativa. Non è difficile vedere che il senso dell'accordo è di ratificare le differenze che si sono consolidate nel tempo nella definizione e nei coefficienti effettivi di capitale nei paesi membri, che riflettono in larga parte i diversi criteri di calcolo degli attivi rischiosi ponderati e che erano state fonte di grossi guai nella crisi finanziaria dopo il 2007. Come in passato ho sostenuto anche su queste colonne, il peso sul totale degli attivi che assorbono capitale dei maggiori gruppi bancari varia da valori inferiori al 20% a valori superiori al 50% - come avviene per le banche italiane e spagnole, che veramente appaiono penalizzate nel confronto con quelle dei paesi centrali dell'eurozona. Infatti, le grandi banche francesi e tedesche si collocano piuttosto verso il limite inferiore: non a caso il Commissario Barnier ha tentato, per loro conto, di impedire che negli altri paesi dell'Unione, leggi Regno Unito, si adottassero politiche di capitale più rigorose, stabilendo per tutti anche limiti massimi di capitale. Naturalmente, l'idea di impedire alle banche più solide di detenere più capitale non è passata. Il risultato è il pasticcio che ho appena descritto: non solo non si è rimediato alla eccessiva variazione degli attivi rischiosi; non solo non si sono corretti i difetti dei metodi di valutazione dei rischi, del tutto inaffidabili; ma i margini di discrezionalità nazionale nella fissazione dei coefficienti minimi di capitale sono aumentati. I francesi e i tedeschi restano liberi di mantenere le loro banche meno capitalizzate, con la protezione implicita dello stato in caso di difficoltà. La lettura dei coefficienti di capitale regolamentare continuerà a costituire una disciplina esoterica, riservata a supertecnici, invece che un semplice standard di forza o debolezza della banca, immediatamente comprensibile per investitori e depositanti. L'opacità del sistema lascia libere le autorità regolamentari di "competere verso il basso" attraverso i requisiti di capitale per favorire i propri campioni nazionali. Francamente, un risultato veramente scoraggiante, peggio della peggiore previsione. I supervisori del Comitato di Basilea e il Commissario Barnier hanno veramente realizzato un capolavoro, mantenendo in piedi un sistema già fallito una volta e accrescendo lo spazio per manipolarne le regole a livello nazionale. Resta da spiegare come si concilia il giudizio secondo il quale servirebbe più capitale di buona qualità nelle banche - sul quale convergono il Fondo monetario, la BCE e anche il Governatore della Banca d'Italia, nelle sue Considerazioni Finali - con la situazione corrente di forte restrizione del credito, che i nuovi requisiti di capitale potrebbero aggravare. E' importante, qui, non dimenticare la distinzione tra congiuntura e struttura. Una struttura solida richiede banche ben capitalizzate; ma la congiuntura attuale, particolarmente nell'eurozona, vede un quasi completo prosciugamento del mercato interbancario wholesale (all'ingrosso), che costituisce una fonte significativa di fondi per le banche, particolarmente nell'eurozona. Nascono qui il razionamento del credito e la riduzione accelerata della leva (deleveraging) che stiamo osservando in molti paesi della periferia dell'eurozona. La situazione è peggiorata per la forte esposizione delle banche verso i propri governi, cresciuta grazie alle operazioni di carry-trade con la liquidità erogata dalla BCE attraverso la nuova facility di finanziamento a tre anni (LTRO). Questa situazione non è risolvibile attenuando i requisiti di capitale, perché i mercati, già preoccupati per la fragilità delle banche, particolarmente nell'eurozona, potrebbero accelerare i disinvestimenti. Proprio al contrario, laddove vi siano difficoltà di funding e rischi maggiori, il capitale deve essere aumentato - ad esempio, certamente in Spagna - con dovizia di mezzi: ma occorre farlo con risorse pubbliche, a basso costo e senza molte condizioni né molte distinzioni, come fece Paulson con le banche americane nel 2008. Se necessario, attivando il famoso Fondo salva-stati istituito dall'Unione europea, il quale però per ora non è abilitato a intervenire direttamente in operazioni di ricapitalizzazione delle banche. Sembra che la Commissione ci stia pensando.

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