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Tutte le lauree che fanno trovare lavoro
di Catia Barone
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 2 ottobre 2017

Studiare ingegneria, infermieristica, fisioterapia, tecniche di radiologia medica, ostetricia è diventato un investimento sicuro per il futuro: si trova lavoro e si guadagna di più. Il tasso di occupazione è superiore al 90% e le retribuzioni vanno dai 1.717 euro per gli ingegneri ai 1.509 euro per le professioni sanitarie. Li seguono, a breve distanza, i laureati in ambito economico-statistico, scientifico, chimico e architettura. Maglia nera, invece, per gli psicologi, i letterati e gli insegnanti che oltre ad avere più difficoltà a trovare un impiego, non raggiungono neanche i 1.200 euro al mese. La fotografia scattata da AlmaLaurea è chiara, eppure la scelta degli studenti va spesso in un'altra direzione: nell'anno accademico 2015/2016 (dati Ministero Istruzione) il 52,8% delle nuove matricole si è concentrato proprio nelle macro-aree disciplinari che faticano a offrire opportunità di lavoro adeguate: l'ambito sociale (33,8%) e umanistico (19%). Che cosa non funziona? Secondo gli esperti del settore manca un percorso ragionato che aiuti i ragazzi a identificare l'università più idonea nell'ottica di trovare un impiego: «L'orientamento è diventato "il problema" dell'Italia: gli studenti non scelgono consapevolmente, le famiglie spendono soldi e il Paese si indebolisce», dice l'ex rettore bolognese Ivano Dionigi, oggi presidente di AlmaLaurea. Per giunta i giovani non sanno più a chi rivolgersi, come spiega conferma Giammarco Manfreda, portavoce nazionale della Rete degli studenti medi: «Chiedono aiuto ai fratelli maggiori o agli amici che studiano fuori sede, e mentre schizzano da un open day all'altro si affidano spesso ai ranking degli atenei sull'occupazione dei laureati». È l'Italia dei disorientati, il Paese che si distingue per l'alto tasso di abbandono universitario (pari al 38,7%, rapporto Anvur 2016) ed è penultimo in Europa per il numero di laureati (il 18% nella fascia 25-64 anni e il 26% tra i 25 e i 34 anni, rapporto Ocse Education at a glance 2017). «L'orientamento universitario in Italia è inesistente, sono pochi gli atenei che mettono in campo competenze scientifiche per poter fare un lavoro di qualità», aggiunge Elisabetta Camussi, presidente della Rete servizi di orientamento dell'Università Bicocca di Milano.
«Tra i delegati all'orientamento delle accademie italiane ci sono biologi, storici del diritto, ingegneri – sottolinea Camussi - tutti colleghi con una visione strategica, a cui però va affiancata una competenza specialistica: la psicologia dell'orientamento è una disciplina scientifica a livello internazionale, ed abbiamo figure formate». Nel nostro Paese ci sono atenei che lavorano bene, ma è il quadro nel suo complesso a preoccupare: «Le operazioni di orientamento universitario sfociano nella migliore delle ipotesi in un buon marketing, nella peggiore delle ipotesi in un "ti dico e poi deciderai", ma tutto questo non basta, manca una vera progettualità di Life Design». La nostra progettualità assente, che aggrava l'ingresso nel mondo del lavoro, all'estero è una prassi. Gli inglesi hanno dei centri servizi di orientamento che partono prima dell'entrata all'università. Sui siti delle principali scuole del Paese c'è un assessment center, la struttura che prende in carico tutti i potenziali aspiranti: «La loro filosofia è mettere risorse per tutti. Un mio collega inglese, che è stato consulente del lavoro del governo Blair, diceva sempre "noi non potremo mai salvare tutti ma potremo sempre fare moltissimo per moltissimi"», ricorda Elisabetta Camussi. «In Germania sono addirittura gli insegnanti stessi a scegliere quale studio secondario far intraprendere agli alunni - aggiunge Attilio Oliva, presidente dell'Associazione TreeLLLe – il consiglio di classe si riunisce e decide». Dulcis in fundo, alla Nelson Mandela Metropolitan University (Sudafrica) si sta sperimentando lo sviluppo di carriera dei bambini: che non significa far fare test di medicina a 4 anni, ma partire da una idea e ragionare su un percorso possibile. E in Italia? Ivano Dionigi, presidente di AlmaLaurea, sostiene che in questi anni le università hanno svolto un'opera di supplenza, ma non basta: «In Italia manca una vera politica di orientamento, che significa anche stabilire il numero esatto di medici, laureati in lettere e in ingegneria necessari alle nostre esigenze. Le istituzioni cominciano a sentire il problema, ma si dovrebbe fare molto di più». Sulla stessa linea si posiziona la professoressa Elisabetta Camussi: «A parte una generica declaratoria dove si dice che bisogna fare orientamento, non c'è un mandato ministeriale su questo, un modello di riflessione. Lo dimostra l'incongruenza assoluta tra l'aumentare del numero chiuso, legato alle risorse dell'università, e il fatto che ci chiedano di crescere come numero di laureati». Spesso, infatti, in Italia si pensa che dare informazioni significhi fare orientamento.«Ma non è così, è solo la parte di un processo molto più ampio - mette in luce Stefania Milani, capo settore Orientamento, Comunicazione ed Eventi dell'Università Milano- Bicocca - noi, ad esempio, abbiamo educatori, formatori, psicologi per accompagnare gli studenti non solo nel momento della scelta ma durante tutto il percorso di studi». E poi ci sono gli open day, ma anche le giornate in cui gli studenti delle scuole superiori possono vivere come una matricola dell'Ateneo, i laboratori dedicati solo ai genitori, i tutor per i nuovi iscritti. «Tutti fanno informazione, ognuno si occupa del suo pezzo di orientamento: nelle migliori delle esperienze si fa anche un po' di rete, il problema è che non è ancora un sistema consolidato – conclude Stefania Milani - probabilmente anche questo ha un peso».

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