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Troppi lacci frenano il credito in Europa
di Rainer Masera
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 27 novembre 2017

La congiuntura economica dell'Euroarea è nel complesso soddisfacente. Il tasso di crescita del Pil è stato 1,7% nel 2016, potrebbe essere lievemente superiore quest'anno. Il tasso di disoccupazione scende. Lo scenario di continua deflazione, che molti avevano accreditato, non è più realistico e l'inflazione si avvicina al 2%: pesano fattori contingenti, ma la core inflation è comunque intorno all'1%. Gli interessi scendono e sollecitano le spese di investimento, anche nella prospettiva di un seppur graduale abbandono del quantitative easing della Bce. La ripresa economica è sostenuta da flussi creditizi finalmente in crescita. L'analisi macroprudenziale suggerisce di muovere con cautela verso un diverso mix di politiche economiche in grado di consolidare la ripresa. Alla politica monetaria meno espansiva non si dovrebbero affiancare impulsi fiscali troppo restrittivi. Gli obiettivi rigorosi di orientamento a bilanci in pareggio restano il punto di riferimento, ma si dovrebbero rinvenire opportuni spazi per gli investimenti, soprattutto in ricerca e sviluppo, innovazione e capitale umano.
La sfida di Industry 4.0 deve essere affrontata dalle imprese sul mercato, ma richiede interventi complementari dei governi.
Semmai in molti Paesi e segnatamente in Italia si fa pressante l'esigenza di controllo delle spese correnti improduttive, connesse anche al sovrapporsi delle diverse forme di governo locale. Permane la necessità di idonee politiche strutturali per sostenere la crescita della produttività. In questa "traversata" occorre guardare al medio termine, evitare di sprecare gli spazi di manovra consentiti anche dai tassi di interesse negativi procrastinando gli opportuni aggiustamenti. Ma sarebbe sbagliato non tener conto del fatto che il necessario riorientamento della politica monetaria richiede politiche complessive volte a evitare rimbalzi negativi: l'Europa non può permettersi una terza ricaduta. I rischi diventano rilevanti se si dovesse insistere con ulteriori irrigidimenti e vincoli microprudenziali sui flussi creditizi delle banche, non solo con costi crescenti in termini di assorbimento di capitale, ma con pesanti oneri connessi alle regole di risoluzione e di bail in, comunque da rivedere. Manca nell'Eurozona una visione olistica, anche sotto il profilo del timing. Si stanno proponendo ipotesi e soluzioni controproducenti, addirittura pericolose. Oltre all'immanenza ancora indefinita di Basilea 4, l'intonazione complessiva degli impulsi monetari si irrigidisce. Ulteriori obblighi per le banche sono proposti da parte di taluni policy maker. Ma il paradigma macroprudenziale mostra la possibilità che azioni desiderabili dal punto di vista micro possano rivelarsi inopportune, anzi pericolose, a livello di sistema.
Molto è stato fatto per consolidare il sistema bancario in Europa. Non tutte le banche sono ancora fuori dal guado: su queste occorre concentrare l'attenzione, identificando e prevenendo possibili focolai di crisi, ma occorre evitare in questa fase delicata oneri aggiuntivi per tutte le banche. Chiedere che i titoli di stato all'attivo delle banche commerciali debbano essere immediatamente garantiti da capitale dedicato è denso di pericoli. Le singole banche centrali dovranno tra l'altro gestire nei propri bilanci la politica di rientro dal quantitative easing. Se si aggiunge la richiesta che le banche commerciali procedano o a pieni accantonamenti o a immediate vendite sul mercato degli Npl, non si tiene conto del rischio di coartare nuovamente la capacità di credito del sistema, si trascurano i rischi di fallimento di mercato. Oltretutto il supervisore non può creare nuove regole, un principio generale opportunamente sottolineato dal presidente del Parlamento europeo. Il processo è avviato e sta portando in tutti i Paesi a risultati concreti e importanti. Improvvide accelerazioni avrebbero effetti di retroazione fortemente negativi. Negli Stati Uniti i processi in questione sono stati accompagnati da idonee forme di cartolarizzazione, sia dei crediti in bonis sia dei deteriorati, con garanzie pubbliche. In Europa si è molto parlato, anche da parte della Bce, dell'opportunità di analoghi schemi. Nulla è stato fatto. Non solo, la considerazione che viene fatta è che la creazione di un sistema comune europeo di assicurazione dei depositi - il terzo pilastro dell'Unione Bancaria - non è possibile, perché occorre prioritariamente procedere all'immediata soluzione dei due problemi sopra indicati. Addirittura si propone di tornare indietro sul principio dell'assicurazione dei depositi entro il limite dei 100.000 euro. In condizioni di difficoltà le autorità competenti potrebbero disporre la sospensione dei pagamenti, ponendo limitazioni quantitative e temporali. Si rimetterebbe in gioco la fiducia del risparmiatore retail nei depositi bancari con il rischio di corse agli sportelli. Negli Stati Uniti il limite di assicurazione dei depositi è stato portato a 250.000 dollari, con piena garanzia del Fdic e totale controgaranzia del governo americano. Il sistema del bail in è stato introdotto nell'Euroarea in maniera improvvida. È criticabile sotto molti punti di vista, come per primo aveva osservato il Governatore Visco. A questa revisione complessa occorre porre mano, altro che mettere in discussione l'assicurazione dei depositi a livello europeo. C'è una contraddizione nella contraddizione: la disciplina europea del bail in ha posto in evidenza incoerenze con ruolo e funzioni dei fondi interbancari di garanzia. Il caso Tercas e le opinabili decisioni DgComp non sono in linea con le disposizioni dell'articolo 11/3 dell'attuale sistema di garanzia dei depositi in Europa. Anche la questione dei fondi istituzionali delle piccole banche in Germania richiede coerenti chiarimenti. Nel complesso passaggio verso politiche monetarie "normali", i tassi sono destinati a crescere. La corrispondente asset class dei titoli di credito sul mercato non potrà non risentirne. Sostenere la crescita è fondamentale per evitare che l'altra principale asset class - le azioni - venga attratta da una correlazione che risulterebbe perversa a livello sistemico. Creare dubbi e incertezze sulle banche, sui depositi e sul risparmio in questa fase è inopportuno. Non si tratta di contrasto fra rigore e lassismo. Si tratta viceversa di tener conto del paradigma macroprudenziale nel definire i sentieri temporali del processo di aggiustamento economico e finanziario dell'Euroarea, per favorire crescita e stabilità.

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Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.


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