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Consulenze d'oro: «Molto clientelismo poca professionalità»
di Daniele Autieri
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 14 maggio 2012

«Questi signori e faccendieri nel giro del management consulting nessuno li ha mai visti né sentiti nominare. Sono soggetti che si fanno pagare con un contratto di consulenza, ma che non hanno niente a che fare con le aziende che in modo sano e professionale svolgono il loro lavoro». Spara a zero contro le consulenze facili, il clientelismo e gli incarichi affidati agli amici della politica Ezio Lattanzio, il presidente di Assoconsult, l'Associazione confindustriale che rappresenta le società di management consulting italiane.
Nell'ultima settimana siete finiti nell'occhio del ciclone: da un lato il governo, che ha pubblicato i dati e ha annunciato un taglio del 20% alla spesa pubblica sulle consulenze, e dall'altro i cittadini, che identificano l'affidamento esterno di servizi come uno degli sprechi più gravi della Pubblica Amministrazione italiana...
«Ad essere finiti nell'occhio del ciclone non siamo noi. Leggendo con attenzione i dati del ministero risulta evidente che l'85% della spesa in consulenze finisce nelle tasche di persone fisiche e solo una percentuale esigua, il 15%, in quelle di aziende specializzate che ottengono le commesse vincendo gare trasparenti. Non bisogna fare di tutta l'erba un fascio: i clientelismi ci sono e gli sprechi anche, e siamo proprio noi a chiedere che vengano combattuti perché rappresentano una concorrenza sleale verso i professionisti del settore. E la cosa ancora più grave è che lo Stato sia pienamente responsabile di questo sistema».
Che intende dire?
«Nei numeri pubblicati dal ministero della Funzione Pubblica c'è una voce che viene omessa, quella dei cosiddetti "enti in house" (ad esempio Formez, Sogei, Invitalia, Lombardia Informatica, n.d.r.), società controllate al 100% dagli enti pubblici che svolgono a tutti gli effetti attività di consulenza allo stato o agli enti locali, con costi gravosi e personale spesso in eccesso. Alcuni di questi enti, alla guida dei quali vengono chiamati in molti casi ex-politici, rappresentano un costo fisso per lo Stato (a differenza del management consulting che è un costo variabile) e distribuiscono prebende e clientelismi. E' un circolo vizioso per cui la PA compra consulenze da se stessa smistandole a migliaia di piccoli enti e società a capitale pubblico. Questa sarebbe la prima voce da tagliare».
Questo non risolve il problema: lo Stato spende troppo e deve correre ai ripari. Non crede?
«Certo, ma deve farlo nella direzione giusta. La percentuale della spesa pubblica che finisce alle aziende di consulenza organizzata è pari a un terzo di quanto avviene in Francia, e alla metà della media europea. In rapporto al Pil, il management consulting rappresenta in Italia lo 0,2%, contro lo 0,6% di Francia e l'1% della Germania. Se considera invece le gare pubbliche, solo il 10% della spesa italiana viene affidata in questo modo e finisce quasi tutta per la gestione dei fondi europei; tutto il resto è assegnato attraverso affidamenti diretti, generalmente ad personam. Nel 2011 la PA ha firmato 350mila contratti per incarichi inferiori a 5mila euro, e solo 327 per incarichi tra i 100 e i 500mila euro. Molto spesso si tratta anche di contratti di lavoro mascherati sotto il paravento della consulenza. Invece di assumere una persona, cosa che avrebbe un costo elevato, le viene fatto un contratto temporaneo di tipo consulenziale. Siamo quindi molto avanti negli sprechi e nei clientelismi, ma molto indietro nel ricorso sano alla consulenza».
La parola d'ordine del governo è spending review, individuare le spese per tagliare. Da dove dovremmo partire?
«Bisogna ribaltare l'assioma: ad oggi il management consulting è stato penalizzato più del clientelismo, in una fase dove il contributo esterno è funzionale per ridurre la spesa. Cos'è il commissario Enrico Bondi se non un super-consulente? Lo Stato, del resto, ha bisogno delle società di consulenza per individuare gli sprechi e tagliare le spese in eccesso in maniera selettiva e non lineare come è stato fatto in passato dal ministro Tremonti. Per farlo, è necessaria una profonda ristrutturazione dei processi interni alla PA e delle competenze, oltre a una riorganizzazione dei modelli gestionali. Se non si vogliono toccare i servizi essenziali, come la sanità, o imporre nuove tasse, bisogna fare di più che tagliare con il bisturi o cancellare con la matita rossa. Non ci sono scorciatoie nella riduzione delle inefficienze se non la riorganizzazione dei processi. E in questo l'apporto del management consulting è fondamentale».
Voi siete disposti a fare una spending review anche sulla consulenza?
«Certo, anzi facciamo una proposta al governo: tagli la spesa della PA di oltre il 20%, eliminando i migliaia di microincarichi frammentati che favoriscono i soliti noti, e indica gare a evidenza pubblica trasparenti e utili per lo Stato. Noi saremo i primi a partecipare ».
Per questa ragione avete inviato una lettera al presidente del Consiglio Mario Monti?
«In realtà l'abbiamo fatto prima che scoppiasse questa polemica con l'intento di sottolineare il valore strategico della consulenza come moltiplicatore di Pil e fattore di crescita, tanto nel pubblico, quanto nel privato, e soprattutto nel rapporto con le piccole imprese italiane, che in una congiuntura come questa rischiano di non farcela da sole».

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