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Tamburi: banche troppo generose, gli Npl una lezione
di Adriano Bonafede
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 4 dicembre 2017

«Non c'è un problema di finanziamento per le imprese italiane, non per quelle sane, almeno. Del resto non è un male se in questi anni le banche, che hanno sofferto per la crisi finanziaria ed economica, hanno cominciato a distinguere di più fra le imprese che meritano il credito e quelle che invece non lo meritano». È diretto e senza mezzi termini Giovanni Tamburi, fondatore e presidente di Tip, la società quotata in Borsa che ha come mission quella di investire nelle migliori imprese italiane.
Lei è ottimista, dottor Tamburi.
«Perché non dovrei esserlo? Le imprese buone hanno vissuto la crisi soltanto per un anno e mezzo-due, fra il 2010 e il 2011. Poi si sono rimesse in carreggiata. L'onda lunga della crisi riguarda le società che non andavano bene».
Lei è anche darwiniano?
«Io direi soltanto che la selezione che c'è stata con la grande crisi è stata sana. Le aziende che hanno avuto il coraggio di investire e che sono state capaci di innovare, o avevano dei brand riconoscibili, si sono rialzate molto rapidamente. Quelle che invece sono rimaste indietro soffrono ancora, o hanno chiuso o sono state vendute. In quest'ultimo caso qualche famiglia imprenditoriale si è resa conto che era opportuno fare una svolta e finalmente parecchie hanno pensato o stanno pensando a modificare la struttura del proprio capitale».
A pesare c'è sempre l'eterna sottocapitalizzazione delle imprese italiane?
«Il problema di fondo è proprio questo. Si diceva degli imprenditori italiani che hanno "una casa ricca e un'impresa povera". L'Italia è indubbiamente il paese meno capitalizzato del mondo occidentale, con l'11 per cento dei mezzi propri sugli attivi di bilancio, secondo una ricerca internazionale di un paio di anni fa. Perché le banche, come oggi è evidentissimo, sono state troppo generose con molte imprese. Ma per fortuna la situazione si sta riequilibrando».
In che modo?
«Ha ripreso a funzionare il circuito virtuoso risparmio-mercati-imprese. L'Italia ha uno stock di risparmio enorme, fino a ieri eccessivamente investito in titoli di stato, obbligazioni e immobili. Tutte cose che ormai rendono tra lo zero e il pochissimo. La Borsa per contro va bene, anche perché di ottime imprese quotate ne abbiamo moltissime, il segmento Star è il best performer in Europa, l'Aim - dedicato alle Pmi - sta portando nuove società in Borsa e in questo modo la raccolta dei fondi, anche tramite i Pir, finanzia l'economia reale».
Quali sono stati i settori che sono andati meglio in questi anni?
«Più che sul settore io fisserei l'attenzione sugli investimenti in tecnologia. Le imprese che hanno puntato di più sulla tecnologia e sui nuovi prodotti e processi hanno avuto successo. Ma non parlo di un investimento una tantum: non bisogna mai fermarsi, avere il coraggio e la forza di continuare a crescere. Inoltre, sono andate bene quelle imprese – penso a Brembo, Interpump, Prysmian, Amplifon, per citarne alcune – che hanno avuto il coraggio di andare all'estero a fare shopping. Come vede, le società che hanno avuto successo sono soprattutto tecnologiche ed esportatrici».
E i brand del lusso?
«Anche queste società sono andate benissimo, anzi hanno avuto uno sprint inaspettato e fuori linea rispetto a quello che gli analisti si attendevano. La capacità di imporre la manifattura italiana nel mondo è stata davvero fantastica, con tassi di crescita elevatissimi. Prendiamo ad esempio Moncler o La Furla: ogni tre mesi i loro conti sorprendono il mercato. Anche in questo campo gli italiani dimostrano che in un mondo ipercompettivo continuano a vincere, perché sono bravi, in alcuni settori, i più bravi».
Quali sono invece i settori che hanno avuto maggiori problemi?
«Mi pare che nel settore dei grandi lavori e delle costruzioni sia emersa qualche difficoltà, laddove troppe famiglie imprenditoriali hanno le spalle troppo strette».
È soddisfatto di come va Tip, la sua azienda?
«I risultati sono sotto gli occhi di tutti e sono molto positivi: il total return, a partire dal 2012, è stato del 60 per cento medio all'anno. A fronte di questi fatti, moltissimi grandi investitori internazionali – dagli Usa al Giappone, al Sud America – entrano ed escono continuamente dall'azionariato. Ma la maggior parte resta. Alla nostra ultima assemblea l'elenco degli investitori internazionali occupava 5-6 pagine fitte».
Da più parti si segnala che l'economia potrebbe rallentare dopo il rally di questi anni. Lei che ne pensa?
«Sono i soliti gufi, quelli che da anni preconizzano guai, problemi, crolli. Io invece resto ottimista. All'orizzonte non vedo grosse nubi. I paesi emergenti continuano a crescere, l'Asia avanza a una tasso tra il 4 e il 7 per cento, gli Stati Uniti a un tasso del 2,5-3 per cento».
Ma non c'è il fatto che presto diminuiranno gli stimoli all'economia da parte delle banche centrali?
«Quest'onda lunga non si può né si vuole fermare. I governi e le banche centrali hanno di fatto steso in questi anni una grande rete di protezione, che nell'ignoranza generale si va allargando ed inspessendo ogni giorno. Ed in caso di scivolamento dell'economia in territorio negativo, sono certo che non esiterebbero a riaccendere gli stimoli monetari e fiscali».
E i tassi di interesse? Tutti sanno che stanno ricominciando a salire.
«È vero, ma per quei pochi che leggono bene le dichiarazioni di Draghi o della Yellen, è chiaro che li alzeranno nella misura minima necessaria per non spaventare nessuno, dicendo anche esplicitamente di essere pronti a congelarli o riabbassarli qualora fosse opportuno».
E l'Italia?
«L'economia del nostro paese va bene, le imprese tirano, l'export vola, il turismo aumenta e anche l'occupazione ha ripreso a crescere. Con gli ultimi due governi, che hanno fatto senz'altro cose positive, il quadro è nettamente migliorato. Certo, permane l'incertezza per le prossime elezioni. Comunque non diamo troppa importanza alla politica: in economia e nella finanza conta pochissimo, sempre meno».

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