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Stare insieme non è un tabù, avvocati e commercialisti puntano sulle aggregazioni
di Marco Frojo
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 24 luglio 2017

I grandi studi legali che si vedono nei film non sono di casa in Italia, così come non lo sono le società specializzate nella gestione delle buste paga che negli Stati Uniti sono addirittura quotate a Wall Street. La realtà italiana è fatta di studi professionali molto piccoli che, non a caso, guardano con grande interesse a operazioni di fusione e acquisizione per aumentare il proprio peso specifico e ampliare le competenze e il numero di servizi offerti. È questo il quadro che emerge dall'edizione 2016-2017 della ricerca "Osservatorio professionisti e innovazione digitale" della School of Management del Politecnico di Milano, che non fa altro che ribadire quanto già rilevato negli anni precedenti. Lo studio presentato quest'anno ha raccolto 63 casi che, sommati ai 145 delle due edizioni precedenti, portano a 208 le osservazioni empiriche. Il dato più rilevante contenuto nella ricerca è quello che evidenzia come più di uno studio su due — il 61% per la precisione — realizza un fatturato inferiore a 100 mila euro, con un portafoglio di circa 70 clienti. Per avvocati, commercialisti, consulenti del lavoro e studi multidisciplinari si tratta di un ben misero risultato, aggravato dal fatto che il fatturato per cliente è sceso sotto i 2mila euro. A bilanciare parzialmente questo andamento negativo c'è la crescita del portafoglio che ha visto, in media, l'arrivo di 20 nuovi nominativi. Altri dati contenuti nello studio dell'ateneo milanese confermano la necessità di crescere: la forma giuridica individuale è la più diffusa (73%), seguita a distanza dallo studio associato (14%); inoltre, in media, in uno studio lavorano tre professionisti, con due tra dipendenti e praticanti. «La ricerca rivela la dinamicità del quadro italiano degli studi professionali: quasi il 50% degli studi è interessato ad operazioni di M&A (merger&acquisition), sia nel ruolo di acquirente che come oggetto di acquisizione — afferma Claudio Rorato, direttore dell'Osservatorio professionisti e innovazione digitale —. Si delinea un mercato di compra-vendita per gli studi professionali che è forte e vivace; altro elemento significativo è rappresentato dall'obiettivo di queste operazioni di M&A: gli studi cercano soprattutto fusioni trasversali, per integrare professionalità diverse dalla propria e arricchire la propria offerta, mentre una minoranza punta ad acquisizioni di tipo verticale, per rafforzarsi all'interno della propria specializzazione». L'interesse verso operazioni di fusione/acquisizione è in aumento e viene espresso dal 48% degli studi professionali presi in esame dalla ricerca, con una percentuale più alta per le operazioni che potrebbero coinvolgere realtà di altre professioni (37%) rispetto a quelle con studi della stessa categoria (10%). L'8% degli studi ha già effettuato operazioni di M&A, mentre il 36% per ora non è interessato a operazioni di mercato perché vuole mantenere la propria indipendenza giuridica e l'8% non intende effettuarne, temendo problemi di coesistenza. La collaborazione con gli altri studi coinvolge il 33% del campione in forma stabile ma quasi sempre (30%) non formalizzata. Tra coloro che collaborano in modo stabile, il 68% ha instaurato la relazione da oltre cinque anni, il 17% tra i tre e i cinque anni, il 10% tra uno e tre anni e solamente il 5% nell'ultimo anno. È occasionale il 49% delle collaborazioni, il 12% ha interesse a collaborare ma ancora non lo fa. «Il modello organizzativo degli studi risulta profondamente modificato nel 2016, sia per il contesto macroeconomico che continua a essere incerto, sia per l'adozione di nuovi strumenti tecnologici, un'area in cui gli investimenti dei professionisti sono cresciuti l'anno scorso del 2,5% — si legge nell'Osservatorio —. Ogni realtà professionale ricerca una propria identità modellata sulle nuove condizioni del proprio business di riferimento, dove i clienti esprimono esigenze che i professionisti cercano di servire con soluzioni personalizzate e mirate». Gli studi professionali ritengono molto importante l'utilizzo di indicatori di prestazione (Kpi) per monitorare l'andamento dello studio (34%), le attività di analisi del mercato (33%), quelle di coaching (26%) e team building (25%). Sull'utilizzo degli strumenti digitali, il livello di competenze interno viene considerato avanzato per quel che riguarda la capacità di risolvere piccoli problemi legati agli strumenti informatici (56%), all'utilizzo di applicazioni per la produttività personale (43%) o per instant messaging e videoconferenza (23%), ma molti professionisti ammettono che le competenze attualmente a disposizione non sono sufficienti di fronte a strumenti informatici evoluti come intelligenza artificiale e business intelligence (lo afferma il 37% del campione) e nell'utilizzo dei social network (28%) e degli strumenti a supporto dei processi lavorativi (portali, Ged, workflow, 26%). Nonostante ciò, la formazione fa ancora fatica a puntare in modo deciso su temi diversi dal panorama giuridico. Per l'anno in corso i principali temi formativi ritenuti di maggior interesse riguardano, per i dipendenti, gli applicativi di studio (45%) e le materie giuridiche (25%); il 32% degli studi dichiara di non prevedere alcuna formazione per i dipendenti per l'anno in corso. I principali temi formativi per i professionisti sono materie giuridiche (70%), applicativi di studio (54%) e materie economico-aziendali (25%); solo il 6% degli studi prevede di non fare formazione ai suoi professionisti.

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