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Solo così l'Italia può uscire dalla trappola del credit crunch
di Massimo Riva
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 27 aprile 2015

Chi tardi arriva male alloggia. Negli anni acuti della crisi i governi delle altre economie europee sono volati al soccorso delle proprie banche in difficoltà con dovizia di risorse pubbliche, senza che alcuno a Bruxelles sollevasse un sopracciglio. Secondo Eurostat, la quantità di aiuti di Stato impiegati alla bisogna fra il 2008 e il 2014 fu impressionante: 167 miliardi nel Regno Unito, 144 in Germania, 90 in Spagna, 66 nella piccola Irlanda, 26 in Francia. Da noi un'inezia da neppure 8 miliardi. Ora però ci si sta accorgendo di aver forse perso un treno che potrebbe non transitare più, anche perché al pettine domestico stanno venendo nodi parecchio complicati: primo fra tutto quello delle crescenti sofferenze che pesano sui bilanci di larga parte dei nostri istituti con riflessi negativi sulla fluidità del mercato nazionale del credito.
Si ragiona in proposito sulla creazione di una cosiddetta "bad bank" nella quale concentrare gli asset più tossici in modo da alleggerire i conti delle banche e così liberare maggiori risorse per dare ossigeno finanziario a un sistema economico che comincia a intravvedere i primi, fragili, germogli di ripresa. Lo stesso governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco, è sceso ripetutamente in campo nelle ultime settimane per dichiarare lo strumento della "bad bank" necessario e urgente. Accade, però, che il vento a Bruxelles sia ora diventato più ostile a simili iniziative imponendo regole più stringenti in materia proprio a causa degli eccessi compiuti da alcuni dei paesi comunitari sopra citati. Né al momento la commissione Juncker sembra farsi impressionare dalla fondata obiezione italiana secondo cui non si capisce perché debba essere negata al nostro paese una soluzione che Irlanda e Spagna, per esempio, hanno adottato nel classico "benign neglect" di tutte le istituzioni comunitarie. Una tale disparità di trattamento appare così contraddittoria con lo spirito stesso dell'Unione Europea da far immaginare a molti che una qualche sorta di compromesso favorevole alle istanze italiane potrà alla fine essere raggiunto. Un punto da capire meglio, tuttavia, riguarda la compattezza del fronte nazionale nella battaglia di Bruxelles su questo punto. Il fatto è che gli ormai quasi 200 miliardi di crediti incagliati a casa nostra sono distribuiti in termini assai difformi nella rete creditizia domestica. Forti delle loro spalle grosse, per esempio, i vertici dei due colossi del sistema (Intesa e Unicredit) hanno detto che loro della "bad bank" potrebbero benissimo fare senza. Atteggiamento che fa riflettere perché, pur senza dirlo in modi espliciti, sembra evocare un argomento scomodo ovvero un monito contro iniziative che, aiutando alcuni più di altri, finirebbero per alterare i termini della concorrenza sul mercato interno. Argomento davvero scomodissimo anche perché potrebbe offrire ai settari liberisti di Bruxelles la sponda per rafforzare la loro opposizione alla "bad bank" italiana mettendo in campo anche il tema della parità di condizioni a tutela di una libera e corretta competizione mercantile. Sullo sfondo di questo complesso confronto in sede europea, frattanto, la situazione del mercato creditizio interno appare quanto mai stagnante a dispetto di un costo del denaro così calante come non si vedeva da lunga pezza. Incontrano meno difficoltà a ottenere finanziamenti le imprese che - grazie anche alla discesa dell'euro - stanno consolidando le loro radici sui mercati esteri: trovano banchieri più disponibili verso di loro e sono comunque in grado di cercare buone alternative di credito sul mercato obbligazionario. Il "credit crunch" risulta viceversa sempre stringente per le attività che hanno come principale sbocco i consumi interni. Qui la prolungata caduta della domanda ha avuto l'effetto di uno tsunami soprattutto nel vasto mondo delle medie e piccole imprese. Molte sono state spazzate via, altre languono, altre ancora resistono ma a colpi di continui ridimensionamenti. Grosso modo, il riflesso sul versante bancario è che le prime hanno dato luogo alla montagna delle sofferenze, le seconde non sanno fare di meglio che chiedere crediti sovente negati perché con finalità di stentata sopravvivenza, le terze - posto che ne abbiano - sono spesso renitenti all'idea di tirare fuori i loro progetti dal cassetto. La speranza che il giustamente celebrato "Quantitative easing" di Mario Draghi possa avere grandi effetti trainanti sull'economia nazionale viene così a sbattere contro la peggiore eredità lasciata in casa nostra dalla lunga crisi: lo spegnimento della propensione ai consumi che è diventata insieme effetto e causa di un vero e proprio crollo degli investimenti mettendo in moto una spirale regressiva di cui non è semplice individuare la via d'uscita. Magari non manca in banca la fila di chi abbia qualche proposito d'investimento da finanziare. Ma, alla banale domanda del banchiere su quanto di capitale proprio lo stesso imprenditore è disposto a rischiare nell'iniziativa, troppe volte la risposta è: niente o ben poco perché il mercato continua a essere incerto e fragile. Già quella della sottocapitalizzazione era una tara antica delle nostre medie e piccole imprese, la lunga crisi l'ha fatta diventare una malattia cronica. Bene, allora, che governo e Banca d'Italia facciano tutto il necessario affinché Bruxelles non neghi soltanto a noi di compiere i passi utili a cominciare dalla controversa "bad bank" - per rendere più fluido il mercato del credito interno in una fase di pur lenta ripresa dell'economia continentale. Ma attenzione a non immaginare che, rimosso anche questo ostacolo, la strada del rilancio potrà spalancarsi dinanzi a noi senza più problemi. L'unico vero vantaggio di un successo nel confronto europeo sarà piuttosto quello di portare finalmente in primo piano il nodo cruciale della bassa crescita italiana: il vuoto di una domanda interna in grado di riavvolgere verso l'alto la spirale consumi-investimenti.

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