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  :: Rassegna stampa - Documento

«Sgravi e incentivi ai manager per entrare nel capitale delle Pmi»
di Adriano Bonafede
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 17 luglio 2017

«I dirigenti italiani vogliono tornare protagonisti nel dibattito sociale, politico ed economico. In Italia ci sono 397 mila manager che finora non si sono mossi come classe dirigente del paese e che ora vogliono cominciare a farlo». È bellicoso Giorgio Ambrogioni, presidente della Cida, la confederazione dei dirigenti d'impresa che raggruppa e rappresenta le due federazioni, Federmanager (dirigenti industriali) e Manageritalia (terziario e pubblica amministrazione).
Avete sempre avuto la possibilità di entrare nel dibattito. Che cosa cambia adesso?
«Vogliamo cercare di dare voce a questo pezzo di classe dirigente del paese perché pensiamo che sia sostenuta da vero senso di responsabilità e che possa dare un contributo reale nel campo delle politiche economiche e fiscali del paese. Da settembre apriremo un confronto con la politica e poiché saremo vicini alle elezioni contiamo di ottenere maggiore ascolto».
Diciamo la verità: voi dirigenti non siete così simpatici in questo momento di crisi. L'opinione pubblica si è rivoltata contro gli stipendi d'oro, e anche le pensioni d'oro...
«Questa demagogia delle pensioni d'oro la respingiamo in toto. Le pensioni d'oro sono quelle che non sono sostenute da contributi versati tutta la vita. Le nostre derivano dai rendimenti dei nostri contributi, che peraltro sono decrescenti al salire del reddito. Poi i nostri pensionati hanno dovuto sopportare cinque blocchi della perequazione automatica e svariati contributi di solidarietà».
La crisi ha fatto calare il numero dei dirigenti: siete 100 mila in meno rispetto al 2008. E ora molte imprese preferiscono usare i quadri al vostro posto.
«Quello che lei dice delle imprese è vero, ma è anche vero che stiamo tornando a una concezione più elitaria, nel senso nobile del termine, del dirigente».
I dirigenti calano ma le piccole e medie imprese avrebbero bisogno di iniezioni di managerialità. Perché questi due mondi non riescono a incontrarsi?
«Lei ha ragione, ma noi stiamo facendo il possibile e faremo sempre di più per convincere i piccoli imprenditori ad aprirsi ai manager esterni. C'è ancora una ritrosia da parte delle Pmi, e quindi la nostra è prima di tutto una battaglia culturale. Alcuni semplici dati, elaborati da Federmanager, dimostrano del resto che le Pmi che hanno resistito meglio alla crisi sono quelle che avevano un manager».
C'è qualcosa su questo fronte che chiedete e che il governo potrebbe fare per aiutare le Pmi a utilizzare di più i manager esterni?
«Sì, si potrebbe intervenire sotto il profilo fiscale».
Come?
«Tramite uno sgravio tributario a chi vuole investire risorse per entrare nel capitale di un'impresa. I manager dovrebbero essere incoraggiati ad acquisire quote affiancando le famiglie imprenditoriali e infine trasformandosi essi stessi in imprenditori quando necessario. Questo potrebbe essere un valido modo per contrastare i cosiddetti "fondi avvoltoio", ovvero il private equity che fa shopping non per investire nelle imprese ma solo per impossessarsi di quote di mercato che poi cederanno ad altri».
Fra i vostri associati ci sono anche i dirigenti pubblici. Nei mesi passati sono nate molte polemiche sugli stipendi d'oro di molti di loro, tanto che il governo ha stabilito un tetto di 240 mila euro. Vengono pagati troppo?
«Non è così, se non per alcune funzioni apicali. Più in generale, gli stipendi dei dirigenti pubblici di prima fascia sembrano più alti di quelli dei manager dell'industria e del commercio, ma non è così. Perché i dirigenti privati hanno una serie di benefit che quelli pubblici non hanno. Inoltre, se mi permette, vorrei segnalare l'esiguità delle retribuzioni dei manager della scuola, ovvero dei presidi. Si tratta del valore più basso tra tutti i dirigenti, e ciò stride di fronte alle loro enormi responsabilità».
Però diciamo una cosa: non è che l'amministrazione pubblica brilli per efficienza. Non è colpa anche dei dirigenti questo stato di cose?
« Non è colpa loro. I dirigenti pubblici chiedono alla politica obiettivi sfidanti, controllabili e trasparenti. E vogliono avere una maggiore autonomia dalla politica per raggiungerli».
Se ne parla da anni ma i risultati non sono finora stati così brillanti...
«I dirigenti pubblici chiedono di essere responsabilizzati. L'idea invece di essere colpevolizzati non l'accettano più. Ci sono fermenti, soprattutto fra i manager più giovani, che noi vogliamo assecondare, ma la politica deve fare un passo indietro».
Parliamo dei manager donna: sono sempre sottopagate?
«Intanto diciamo che sono sempre di più e che sono brave e motivate. Sottopagate un tempo sì ma oggi sempre meno, almeno nel settore privato, dove viene sempre più premiato il merito e l'efficienza».
Dica una cosa buona che è stata fatta in questi ultimi anni dai governi.
«Incentivare il welfare aziendale è stata una buona cosa, una mossa azzeccata. Per uno come me che negli anni Settanta contribuì a fondare il Fasi, il nostro fondo sanitario, è un bel riconoscimento».

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Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.


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