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Scambi fra colleghi e idee per i capi: il boom delle community aziendali
di Patrizia Capua
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 25 gennaio 2016

Chiamatela come volete, il succo è un clic per accorciare le distanze tra persone che lavorano insieme, per metterle in contatto tra loro in un luogo virtuale dove scambiare idee, proposte, consigli. Quella di Fastweb si chiama Agorà, nel mondo social di Mark Zuckerberg è nato Facebook at work, per dirne due. Cresce la community aziendale, quella che un tempo si chiamava semplicemente intranet. Aiuta a sviluppare la condivisione dei progetti e il livello di business di un'impresa. Scogli non ne mancano, sperimentazioni ancora in corso o performance deludenti, persino nelle società che vivono di comunicazione. «Lentamente stiamo definendo il profilo della vera e propria community», spiega Luciana De Laurentiis, internal communication manager di Fastweb. «Di solito una community è legata a un argomento in particolare e al suo interno non ci sono tutti i dipendenti, ma solo le persone interessate a quel topic. Questo processo in fase molto iniziale si chiama innovation lab. Noi diamo un supporto metodologico». La intranet social di Fastweb, ora anche mobile, Agorà, è riuscita ad anteporre alla voce del padrone quella dei dipendenti. «Abbiamo creato la piazza: siamo 2500 e in un anno abbiamo ricevuto 1500 commenti, anche polemici. Qualcuno poteva pensare: li censureranno. Tutt'altro. Nella nostra community on line si parla di ciò che accade in azienda, non dall'alto verso il basso, tutto il personale vi ha accesso da ogni parte del mondo a prescindere dalla funzione». Una "redazione" policentrica che si nutre di occasioni di incontro e di scambio di saperi. Il management raccoglie spunti, suggerimenti e proposte. «Ciò alimenta l'efficienza dello smart working: abbiamo 1500 persone che possono lavorare da remoto per quattro giorni la settimana. È una questione culturale, la gente deve sapere di essere ascoltata». Se una community è online deve essere anche live. «Organizziamo vision meeting una volta all'anno per incontrarci tutti secondo il piano della progettazione partecipata». La community come metafora della famiglia? «No, spazio per anime ed esperienze diverse, per far circolare idee e soluzioni, un ambiente in cui non esiste il biasimo», spiega Fabio Salvi, responsabile per le risorse umane di Contact lab, azienda specializzata in digital direct marketing con 150 dipendenti. L'obiettivo è liberare energie e competenze: «All'inizio, la nostra community è stata una versione fai-da-te: venti pionieri hanno investito pause pranzo e tempo libero per creare una club house, uno spazio in wordpress con piattaforma blogging per condividere contenuti». Per la verità, «il numero delle persone che partecipa "postando" i suoi contributi è ancora scarso». «La nostra idea è di portare la community su piattaforme più adatte alla collaborazione sociale». Dopo l'autarchia, una delle ipotesi è Yammer, social network di Microsoft già molto diffuso con quasi 500mila aziende aderenti. «Vogliamo smitizzare il concetto di vertice per valorizzare le individualità. La tecnologia può far emergere la parte sommersa dell'iceberg». Forum, wiki, micro-blogging: il panorama dell'intranet social è multiforme. «Il lancio di una community - dice Alessandro Donadio, autore del blog Metaloghi organizzativi 2.0 e esperto di trasformazione digitale - segue le logiche del change management: le persone vanno accompagnate con informazione e training, creando interesse e spiegando i vantaggi. Il consiglio che do è di farle partecipare alla costruzione: nessuno converserà in una community se gli viene imposta». Anche per le aziende, il percorso non è scontato: «Tendono a resistere per due ragioni: poca chiarezza sui vantaggi e percezione della perdita di controllo. Sul primo si agisce definendo obiettivi coerenti con il business, sul secondo comprendendo che il governo lo si può avere pur rinunciando al comando e al controllo». Quello che tutti vogliono è un modo più veloce o semplice per lavorare insieme e per scambiarsi informazioni. «Facebook at work è la comunicazione all'interno dei nostri uffici, naturale evoluzione della nostra cultura aziendale», dice Luca Colombo, capo per l'Italia di Facebook. «Il nostro un progetto pilota che nasce con l'intento di rendere le dinamiche interne di un'azienda più efficienti e aiutare i colleghi a connettersi più facilmente. Facebook at work è la piattaforma su cui chattare, creare, modificare e scambiare documenti. La nostra filosofia è costruita intorno ai concetti di piattaforma e community: i nostri 11.996 dipendenti hanno, infatti, più di 20mila gruppi interni con una media di 41 messaggi interni scambiati tra persone collegate a Facebook Messenger ogni giorno, con connessioni protette per mantenere tutti i dati al sicuro. Solo i lavoratori all'interno dell'azienda possono vedere le informazioni condivise». Facebook at work finora è stato testato da 300 società internazionali di diversi settori: una delle ultime partnership è quella con Royal Bank of Scotland che ha deciso di lanciare il progetto per i suoi 30mila dipendenti nei prossimi mesi. Le parole d'ordine sono "veloci, audaci, aperti".

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Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.


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