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Regole e capitale, così il credito si allontana dalle Pmi. Anche quelle sane
di Marco Ferrando
Il Sole 24 Ore
Mercoledì 1 novembre 2017

Tanto, troppo credito a poche e grandi imprese che spesso non ne hanno neanche bisogno. Poco, e carissimo, a chi invece non può farne a meno. Se è vero, come ha detto ieri il ministro Padoan all'Angelicum, che «il sistema bancario sta riprendendo a finanziare l'economia», dietro ai flussi in crescita (l'Abi segnala che a settembre i prestiti a famiglie e imprese sono cresciuti dell'1,4% su base annua) c'è una divaricazione buoni-cattivi sempre più marcata. Che non fa bene nè alle imprese nè alle banche, e ora rischia di acuirsi se, come probabile, la Bce introdurrà regole ancora più severe in fatto di non performing loans.
Per ora i dati dicono che a essere innaffiate (con il credito) sono sempre le stesse piante, mentre quelle - vive - che avrebbero bisogno di essere irrigate restano all'asciutto. Basta guardare ai tassi applicati dalle banche, a livelli «infimi», come ha detto ieri il presidente Abi, Antonio Patuelli: segno che si finanzia soprattutto chi costa poco.
Il credito manicheo
Ma la conferma di quanto oggi sia manicheo il mercato del credito arriva da un'elaborazione effettuata dal Cerved per Il Sole 24 Ore, incrociando flussi, tassi e rating delle imprese finanziate. Anzitutto, emerge che la crescita degli impieghi per ora ha coinvolto solo le imprese medio-grandi (+0,6% i crediti a marzo 2017 su marzo 2016), mentre per le piccole siamo ancora al profondo rosso: -1,8% a marzo, poco meglio del -2,1% di tutto il 2016. I tassi applicati svelano una realtà ancora più amara (e inefficiente): suddivise le circa 600mila società di capitali non finanziarie italiane per le dieci classi di rating di Cerved, si scopre che oggi una grande impresa "rischiosa" (classi di rating da 6 a 10) ottiene mediamente credito a breve al 3%, esattamente la metà di quello che deve pagare una microimpresa sana. «È un'evidente imperfezione del mercato», osserva il ceo di Cerved group, Marco Nespolo. Un'imperfezione che penalizza le imprese, poco finanziate e a caro prezzo, ma pure le banche,«che faticano a scovare e affidare un asset class molto remunerativa e consistente, visto che stiamo parlando di oltre 260mila aziende».
L'equity gap
Parte dell'imperfezione si spiega con la storica difficoltà di dialogo tra banche e imprese. Ma la distanza si crea con le regole e il capitale. Su quest'ultimo versante, le banche italiane - ha ricordato ieri Patuelli - si sono ricapitalizzate per 70 miliardi negli ultimi dieci anni. Per le imprese, invece, è più dura: Vincenzo Tortorici, senior partner e managing director di The Boston Consulting Group, ha calcolato che in Italia «manca equity per un ammontare da 600 miliardi di euro in su per avere un sistema paese con struttura del capitale equilibrata e in condizioni congrue per poter accedere sistematicamente a finanza creditizia, di funzionamento e per la crescita». Una provocazione? Può essere, ma dopo le banche la via del capitale, o della «basileizzazione», è lunga e imprescindibile anche per le imprese.
La battagli sugli Npl
A tenere sempre più lontane banche e imprese sono poi le regole. E l'addendum sulle linee guida della Bce sulla gestione degli Npl non lascia presagire alcun allentamento. Il documento prevede accantonamenti automatici per i nuovi crediti deteriorati, ma la Vigilanza ha preannunciato nuovi interventi regolatori nei primi tre mesi del 2018: i più pessimisti temono l'introduzione delle svalutazioni obbligatorie anche sullo stock delle sofferenze (per l'Italia sarebbe una mannaia da decine di miliardi), i più ottimisti ritengono che la Vigilanza si riserverà di chiederle solo ad alcuni istituti. Cambia poco. Perché dietro resta una «filosofia dei controlli», l'ha definita ieri il presidente Acri, Giuseppe Guzzetti, «che presenta aspetti assai discutibili» e che soprattutto «trascura l'impatto che può avere sulle quantità di prestiti erogabili».
La questione va ben oltre l'ambito bancario, attiene alla crescita e al dibattito politico sulle regole, su cui «l'Italia è meno silente di quanto si creda», ha detto ieri Padoan e che rappresenta forse la principale sfida, vecchia e nuova, del governatore Visco.

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