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Re Sole a Silicon Valley: la monarchia assoluta dei Big di Internet
di Federico Rampini
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 18 settembre 2017

L'ultimo scandalo viene da Londra. La capitale britannica pratica quella moderna pirateria che consiste nell'attirare multinazionali offrendo condizioni fiscali di favore, come un paradiso offshore. La tentazione di proseguire c'è con Brexit. Ma perfino Londra si scandalizza di fronte ad Amazon che avrebbe "coperto" l'elusione fiscale di una miriade di aziende che fanno compravendite online in Gran Bretagna usando quella piattaforma digitale. Bella scoperta. L'Unione europea da tempo sta cercando di contrastare un comportamento che sottrae gettito e impoverisce tutti: dalle ultime stime di Bruxelles, Google e Facebook da sole avrebbero sottratto ai paesi dell'Unione europea almeno 5,4 miliardi di tasse. Il sistema è noto, i Padroni della Rete giostrano virtualmente come abili giocolieri sulle cifre di fatturati e utili, li fanno sparire dai paesi ad alta tassazione e riapparire nelle filiali di paesi esentasse o quasi (Irlanda).
Ma la pirateria fiscale non è l'unico problema. È l'intero modello di business dei giganti digitali ad avere una caratura etica quantomeno dubbia. I loro fondatori e padroni amano presentarsi come dei progressisti, alla nascita delle loro aziende vollero prometterci un mondo migliore: vuoi per l'accesso universale e gratuito alla conoscenza (Google), vuoi per la facilità di socializzare tra noi (Facebook), vuoi per la semplicità del consumo online (Amazon, eBay, Uber, Airbnb e tanti altri). Il loro successo è innegabile, tra gli esempi recenti c'è l'attenzione mondiale per il lancio dell'i-Phone X, ennesima meraviglia tecnologica dell'universo Apple; o la marcia trionfale di Amazon nella distribuzione alimentare con Whole Foods. Ma è un mondo migliore?

Il modello aziendale
In realtà il modello aziendale della Silicon Valley è perfino più spietato e ineguale rispetto al capitalismo tradizionale. Un esempio concreto lo illustra un reportage del New York Times , pubblicato il 3 settembre 2017, che mette a confronto due lavoratrici con mansioni iniziali identiche, due storie parallele in due epoche e mondi diversi. La prima si chiama Gail Evans, 35 anni fa era una donna delle pulizie negli uffici della Kodak (a Rochester nello Stato di New York). La seconda, Marta Ramos, fa lo stesso lavoro oggi negli uffici di Apple a Cupertino, uno dei "santuari" della Silicon Valley. I loro due salari sono pressoché identici, se si guarda al potere d'acquisto. La ricchissima Apple, che è la società numero uno al mondo per valore di Borsa, non ha fatto progredire di un centesimo in 35 anni la condizione degli addetti alle pulizie. Ma c'è di peggio. Ecco cosa rivelano le due storie parallele raccontate dal New York Times: "La Signora Evans era una dipendente della Kodak a tempo pieno. Aveva diritto a più di quattro settimane di vacanze retribuite all'anno, il rimborso parziale della retta universitaria per seguire un college part-time. E quando l'ufficio che lei puliva venne chiuso, l'azienda le trovò un altro lavoro nel reparto dove venivano tagliate le pellicole fotografiche. La Signora Ramos è dipendente di una ditta esterna a cui Apple appalta le pulizie. Non ha avuto una vacanza da anni, perché non verrebbe retribuita. Seguire un corso è fuori dalla sua portata. Non c'è la minima possibilità di essere trasferita in un altro lavoro alla Apple".
La storia si conclude con un happy ending per Gail Evans: iniziò come donna delle pulizie, ma grazie al corso d'informatica che seguì al college serale cambiò mestiere, oggi è manager di una piccola azienda. L'American Dream era più verosimile 35 anni fa col vecchio capitalismo della Kodak. Il destino dei lavoratori meno qualificati non interessa Apple neppure se li ha dentro il suo quartier generale. Li ha espulsi dal suo orizzonte, con una parola - "outsourcing" - di cui tutti conosciamo il significato. Nel momento in cui miriadi di funzioni vengono affidate in appalto e subappalto a ditte esterne, l'azienda-madre si disinteressa del trattamento di quei lavoratori. Non la riguardano. Non è colpa sua se vengono sfruttati e sottopagati. Il fondatore di Apple, Steve Jobs, diede il cattivo esempio personalmente: si rifiutò sempre di andare a visitare gli stabilimenti della Foxxcon a Shenzhen, come gli chiedevano diverse associazioni umanitarie. Le condizioni di lavoro e di vita degli operai cinesi che assemblavano l'iPhone non lo riguardavano. Tanto non erano dipendenti suoi, ma di un'azienda taiwanese con fabbriche in Cina.


Diseguaglianze e utopie
Non solo le diseguaglianze abnormi all'interno della Silicon Valley californiana, ma l'intera Utopia di una società globale resa migliore da Internet, viene smontata in modo implacabile dallo storico dell'economia Niall Ferguson. Reso celebre dai suoi studi sull'impero britannico e sulle crisi finanziarie, Ferguson insegna all'università di Harvard ma è anche ricercatore presso la Hoover Institution di Stanford, nel cuore della Silicon Valley, a poche miglia dai quartieri generali di Apple, Facebook, Google. Sta lavorando a un libro che ricostruirà la storia di tutti i "network di potere" dalla massoneria... a Facebook. Da questo saggio ancora in fieri ha anticipato, sulla rivista Foreign Affairs, una requisitoria contro "la falsa profezia dell'iperconnessione". Prende di mira il buonismo interessato di Zuckerberg, citando i proclami messianici del fondatore di Facebook che sostiene di voler connettere il mondo nell'interesse di tutti.

Lo speech di Zuckerberg
In un celebre discorso alla cerimonia di consegna dei diplomi di laurea dell'università di Harvard nel maggio 2017, Zuckerberg ha detto di voler contribuire ad affrontare le grandi sfide del nostro tempo, tra cui «l'automazione che elimina milioni di posti di lavoro, l'ascesa di autoritarismi e nazionalismi». Ferguson obietta: «Ha dimenticato di menzionare che la sua azienda e le consorelle della Silicon Valley hanno peggiorato tutti questi problemi. Nessuno più dei giganti tecnologici californiani sta sforzandosi di eliminare posti di lavoro umani. Nessun individuo incarna la spettacolare concentrazione di ricchezza al vertice dello 0,01% più dei padroni della Silicon Valley. E nessun'altra azienda ha contribuito più di Facebook ad aiutare i populisti nelle vittorie elettorali del 2016, sia pure involontariamente. Senza la massa di dati che Facebook ha sui suoi utenti le campagne a basso costo di Brexit e Trump non avrebbero vinto. E il social media ha contribuito suo malgrado all'epidemia di falsità, fake news».

L'illusione open-source
Ripercorrendo la storia di Internet, Ferguson ricorda che anche in un'epoca relativamente recente - l'anno 2001 - esistevano utopisti come il creatore di software Eric Raymond che teorizzava la vittoria del movimento "open-source", cioè quello che promuove la gratuità dei programmi informatici. «Il sogno open-source - scrive Ferguson - è morto con l'ascesa di monopoli e duopoli che hanno ostacolato i controlli pubblici. Apple e Microsoft hanno imposto una sorta di duopolio nel software. Amazon, che era partita dalla vendita dei libri, è ormai dominante in tutto il commercio online. Google ha un semimonopolio nel motore di ricerca. E Facebook ovviamente ha vinto la gara per il dominio dei social media». Lo storico britannico sostiene che l'impatto globale di Internet è paragonabile a quello che ebbe l'invenzione della stampa da parte di Gutenberg nell'Europa del XVI secolo. «Ma le conseguenze sulla distribuzione della ricchezza e dei redditi sono molto diverse. L'invenzione della tipografia non creò alcun miliardario e Johannes Gutenberg nel 1456 fece bancarotta». Alla diagnosi spietata di Ferguson vanno aggiunte due osservazioni. Primo, bisogna smontare il mito secondo cui Apple, Google, Facebook, Amazon e compagnia devono tutto il loro successo al fatto che sono dei campioni dell'innovazione. In realtà hanno innovato molto, ma una volta costruito un oligopolio erigono robuste barriere che scoraggiano altri innovatori potenziali.

Guerra di brevetti
È la logica della "guerra dei brevetti" con cui si accaparrano migliaia di licenze e copyright come una sorta di "deterrente nucleare" che intimidisce le piccole startup qualora vogliano invadere i loro mestieri. La seconda osservazione è la conseguenza della prima. Ormai i veri ricchi nella Silicon Valley non sono gli inventori. Gli ingegneri sono pagati bene, certo, ma le grandi ricchezze si creano con la finanza, al momento della quotazione in Borsa, nel connubio con Wall Street. Dietro i capitalisti si arricchiscono gli avvocati, i mega-studi legali; e i lobbisti che difendono i privilegi dei Padroni della Rete a Washington o a Bruxelles. Tutta gente che con l'innovazione non ha nulla a che vedere.

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