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«I rating? Inutili e dannosi. Aboliamo la loro dittatura»
di Maria Teresa Cometto
Corriere della Sera
Martedì 27 settembre 2011

«Via l'obbligo di seguirli da parte degli investitori istituzionali. Meglio seguire i parametri di mercato».
Se il mercato finanziario funzionasse bene non presterebbe alcuna attenzione ai giudizi di Standard & Poor's, Moody's e Fitch. Ma con le regole attuali gli investitori istituzionali sono obbligati a dipendere dal rating delle agenzie, anche se spesso sbagliato. La soluzione non è un'agenzia europea «indipendente», ma norme diverse sul modo di misurare il rischio dei portafogli dei fondi e delle banche.
Lo sostiene uno dei massimi esperti mondiali di regolamentazione dei mercati finanziari, Frank Partnoy, professore di legge e finanza alla University of San Diego School of Law e autore di best seller su Wall Street come F.I.A.S.C.O. e Infectious Greed («Avidità contagiosa»). «Il problema è che negli ultimi 20 anni il ruolo delle agenzie di rating è cambiato radicalmente - spiega Partnoy a CorrierEconomia -: prima fornivano agli investitori informazioni sugli emittenti di obbligazioni; ora aiutano gli emittenti ad avere accesso ai mercati finanziari. Prima erano pagate dagli investitori e stavano attente alla reputazione degli emittenti, ora sono gli emittenti a pagarle e il focus è sulle norme da rispettare perché i bond emessi possano finire nei portafogli dei grandi investitori».
Il business è cambiato negli Anni '70 quando Standard & Poor's, Moody's e Fitch sono state designate negli Stati uniti come Nationally recognized statistical rating organization (Nrsro) e via via sono state emesse regole per cui i fondi comuni monetari, i fondi pensione e le banche non possono investire in titoli obbligazionari al di sotto di un certo rating, di solito la doppia A, che dovrebbe indicare un livello di rischio molto basso. «Queste regole si sono diffuse in tutto il mondo - continua Partnoy -: sono state adottate anche dal Comitato di Basilea sulla stabilità delle banche. Per questo il giudizio delle agenzie di rating è diventato sempre più influente, nonostante si sia dimostrato sbagliato in molte occasioni. Ma se un critico cinematografico costantemente sbaglia il suo giudizio sui film, dichiarando capolavori delle opere che fanno flop o viceversa, il pubblico smette di ascoltarlo - dice Partnoy -. Invece gran parte degli investitori istituzionali non può ignorare il rating. E così pur accumulando errori Moody's ha macinato profitti e raggiunto un valore di Borsa di 8 miliardi di dollari. Un paradosso».
Il professore rincara la dose: «In un mercato finanziario che funzionasse bene nessuno presterebbe attenzione al rating di queste agenzie, ma il mercato finanziario non funziona bene, perché è dominato da una cultura di dipendenza dal rating». Come uscirne? «Bisogna piuttosto abolire l'obbligo per gli investitori istituzionali di basarsi sul rating e far loro adottare criteri di mercato per capire il rischio di un titolo. Possono guardare allo spread (differenza di rendimento) di un bond rispetto a un titolo di Stato considerato solido, oppure alla quotazione dei Cds (credit-default swaps, derivati-scommessa sul rischio di default di un emittente)». Non importa che i cds siano anche uno strumento speculativo, secondo Partnoy: «Per capire le probabilità di un evento di qualsiasi tipo, dallo sport alla finanza, basta chiedere alla gente di scommetterci sopra. I cds sono anche un affidabile indice del rischio di un titolo e infatti avevano anticipato i problemi delle grandi banche all'inizio del 2007, ben prima dello scoppio della crisi finanziaria».
La riforma finanziaria Dood-Frank in America ha chiesto alla Sec, l'autorità di controllo dei mercati finanziari Usa, di eliminare i vincoli di rating per gli investitori istituzionali. «Ma ora la Sec sta facendo fatica a elaborare nuove regole - osserva Partnoy -. Le lobby bancarie preferiscono lasciare le cose come sono ed evitare nuove indagini sui loro portafogli. Purtroppo i piccoli investitori come noi non hanno una lobby. Ma quelli sofisticati da tempo non prestano orecchio alle agenzie di rating. Tutti gli investitori istituzionali dovrebbero comunque smettere di decidere che cosa comprare sulla base solo del rating di S&P e Moody's, e fare invece le proprie analisi».

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