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Rating, il "calcio" di Greco a S&P rilancia la competizione nel settore
di Adriano Bonafede
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 23 febbraio 2015

L'inusuale, e per molti versi ardita, decisione di Mario Greco, ceo di Generali, di fare a meno dei servizi di Standard&Poor's, sarà l'inizio di un sommovimento in tutto il comparto del rating, almeno in Europa? È possibile: è infatti la prima volta che una grande multinazionale rinuncia al giudizio sul merito di credito effettuato da uno dei tre mostri sacri americani, ovvero Standard&Poor's, Moody's e Fitch, e questo potrebbe avere riflessi anche nei comportamenti di altri gruppi, scatenando una sorta di fuga dalle grandi agenzie. Se ciò sarà possibile, sarà perché la concorrenza nel settore sta crescendo. In Europa sono già 35 le agenzie di rating vigilate dall'Esma, l'organismo europeo di controllo, mentre è arrivato un colosso asiatico, Dagong (che ha uffici anche a Milano). E mentre è tornata a operare la canadese Dominion dopo essere passata sotto il controllo del fondo Carlyle. Inoltre, comincia a conquistare spazio la tedesca Scope, specializzata soprattutto in banche. Ma è tutto un pullulare di piccole agenzie locali, in genere specializzate nel paese in cui operano: in Italia, ad esempio, c'è Cerved Rating Agency, che nel 2014 ha dato il rating al 72% dei mini bond emessi dalle Pmi. Il caso Generali potrebbe essere quello che accelera un cambiamento. Il ceo Greco, non contento del troppo basso rating di S&P, dopo mesi di discussioni, ha fatto accomodare alla porta la società e ha lasciato il rating alle tre agenzie di cui già si serviva: Am Best, Moody's e Fitch. Il bello è che non è successo proprio niente, il titolo nei giorni successivi ha continuato a muoversi allo stesso modo di prima. Il che apre nuove prospettive a molte società italiane, ma anche spagnole o persino francesi, stanche di vedersi dare giudizi strettamente collegati con quelli del proprio paese. Generali, anzi, ha avuto – lo ha riconosciuto la stessa S&P nel suo comunicato - un rating di due gradini più favorevole di quello della Repubblica Italiana, e cioè BBB+ contro BBB-. Ma non è bastato, perché per Greco questo giudizio sul merito di credito non tiene conto del fatto che Generali è una multinazionale con soltanto il 27% dei propri asset in Italia. Del resto, a controprova che il Leone di Trieste qualche ragione ce l'ha, ci sono gli altri tre rating, quello di Moody's (Baa1), Fitch (A-) e Am Best (A). Il che dimostra indirettamente che la metodologia con cui si arriva a giudicare la capacità di una società a ripagare i propri debiti non è così univoca. «Credo che Generali abbia di fatto sollevato un problema importante - dice Marco Cecchi de' Rossi, economista indipendente e esperto del settore - le agenzie di rating tradizionali, così come sono strutturate oggi non riescono a dare il giusto giudizio sul merito di credito di una società che fa profitti in tutto il mondo. Generali è vista soprattutto come una società italiana, e quindi ha un rating simile a quello della Repubblica Italiana. Così funziona il meccanismo del sovereign cap (nessuna impresa può avere un rating superiore a quello dello Stato in cui risiede). Inoltre, i criteri utilizzati non hanno più molto senso oggi, almeno nell'area euro, dove esistono estesi meccanismi di supporto a banche, assicurazioni e industria». Dopo la crisi del 2008 molte fra le agenzie americane sono state messe sotto accusa (proprio in questi giorni S&P ha accettato di pagare una salata multa di 687,5 milioni di dollari per i rating errati sui prodotti strutturati con alla base mutui tra il 2004 e il 2007). In Europa si era ventilata l'ipotesi di creare una grande agenzia, ma poi non se n'è fatto nulla. «È vero – dice Mauro Alfonso, ad di Cerved Rating Agency - ma poi è cominciata una maggiore apertura alla competizione, uno degli effetti che le autorità europee volevano ottenere».

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