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Quote Banca d'Italia, il mercato è pronto. Via alla compravendita
di Adriano Bonafede
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 22 giugno 2015

Tutto è pronto per la vendita delle "quote" azionarie della Banca d'Italia da parte degli istituti di credito, delle assicurazioni e degli altri enti. Ora è infatti in partenza anche il "mercato" in cui queste quote potranno essere scambiate, un'apposita sezione dell'e-Mid interbancario. Il valore complessivo delle azioni (ma non quello dell'istituto che, con le sue riserve patrimoniali, 23 miliardi, e aurifere vale molto di più, oltre i 60 miliardi), pari al 100 per cento del capitale, è stato fissato in 7,5 miliardi. Quindi ogni istituto o ente può fare facilmente i suoi conti.
Fretta di vendere, in questa fase, non ci sarebbe, anche perché il "rendimento" di queste quote è al momento piuttosto alto, ed è pari al valore del dividendo fissato dalla stessa Banca d'Italia in una forbice tra un minimo di 4,5 e un massimo del6 per cento. Un rendimento davvero appetibile in tempi in cui si fa fatica con i Btp decennali a superare l'1 per cento.
Però vendere è diventato un obbligo per tutte le banche e gli altri soggetti che si trovano per le mani (in genere a causa del processo di fusione avvenuto negli ultimi vent'anni), quote superiori al 3 per cento, che è il massimo consentito. Intesa San Paolo, ad esempio, si ritrova il 42,4 per cento delle quote della Banca d'Italia, Unicredit il 22,1 per cento, Generali il6,3.
Per tanti anni di fatto soltanto un onore, le quote in Bankitalia hanno fatto felici negli ultimi due anni gli istituti di credito, grazie alla loro rivalutazione, prima ferma a 156.000 euro per il 100 per del capitale. Ma poi le banche hanno provveduto alla rivalutazione, prima in modo sparso e incoerente, poi incanalato secondo i dettami della stessa Banca d'Italia. La quota rivalutata è stata inserita a partire dal 2014 nel Common equity tier 1 (Cet 1).
La legge dà tempo a banche ed enti vari (c'è anche l'Inps con il l5 per cento), di scendere al 3 massimo entro la fine del 2016. La Banca d'Italia, però, ha una certa fretta di arrivare il prima possibile a un assetto stabilizzato del proprio capitale azionario. Le sue preoccupazioni non riguardano le possibilità per gli istituti di credito di incidere sulla vigilanza - in questo caso la sola Intesa, con il suo 42,3 per cento, avrebbe la meglio! - poiché ciò non è possibile a norma di leggi europee e nazionali. Tuttavia la Banca si preoccupa dell'immagine che, con queste quote così elevate da parte di pochi soggetti, viene proiettata all'esterno, come ha osservato a un'audizione della 6a Commissione Finanze e Tesoro al Senato: «La percezione - erronea ma persistente - che la Banca d'Italia possa essere influenzata dai suoi quotisti nell'esercizio delle funzioni istituzionali è sbagliata: le leggi esistenti e lo Statuto circoscrivono nettamente i diritti dei partecipanti, stabilendo limiti ai loro diritti di voto e la non ingerenza degli organi da essi espressi nelle funzioni istituzionali della Banca. Resta però un problema di comunicazione e di immagine, la cui risoluzione va ricercata sotto il vincolo di mantenere una governance capace di assicurare nel tempo l'indipendenza dell'istituto».
Quando e come si creerà un vero e funzionante mercato degli scambi delle quote di Bankitalia? L'idea è quella che gli scambi passino dall'e-Mid, con una totale trasparenza sul loro valore. Si vuole in sostanza evitare che la compravendita avvenga al di fuori di questo mercato interbancario, quindi in condizioni di non perfetta chiarezza sul valore attribuito alle quote nel corso del tempo. Anche se non è detto che qualcuno non lo faccia in particolari casi.
Ma chi può essere interessato alle azioni della Banca d'Italia? Intanto devono essere operatori italiani o facenti parte dell'Unione Europea, a scelta tra altre banche, fondazioni, assicurazioni, enti previdenziali. Diciamo che l'interesse per questo strumento "ibrido" - si tratta di un'azione il cui possesso non dà la possibilità di partecipare alla governance ma soltanto il diritto a percepire un dividendo entro un range prefissato dallo stesso istituto guidato da Ignazio Visco - può arrivare solo da chi ha interesse a detenere quello che in effetti appare come un bond perpetuo. Teoricamente, gli investitori di lunghissimo termine, come i fondi pensione e le assicurazioni, dovrebbero essere interessati. Peccato, però, che soltanto a cose fatte ci si sia accorti che i fondi pensione non possono investire direttamente in strumenti di capitale. Possono farlo soltanto indirettamente attraverso mandati di gestione azionaria, che però sono mandati di trading e non di partecipazioni stabili. Per aprire le porte ai fondi pensione occorrerebbe mettere mano a una nuova legge, ma di questi tempi nessuno vuole cimentarsi con un'opera così ardua.
Per fortuna, almeno le casse professionali non hanno questi vincoli di legge. Mentre le assicurazioni dovrebbero avere interesse a questo tipo di prodotti. Le fondazioni, poi, sono un target primario per chi ha voluto queste norme.
Fissato il dividendo entro un range molto limitato indicato dalla Banca d'Italia, il valore della quota da scambiare all'e-Mid dovrebbe essere un gioco. In più, in questo momento, uno yeld dovrebbe attirare l'interesse di molti. Tuttavia, fanno notare alcuni analisti, non si può escludere che i tassi d'interesse possano alzarsi in circostanze particolari e nel lungo termine oltre il 4-5 per cento. Il che renderebbe questo strumento potenzialmente rischioso in quanto potrebbe produrre delle perdite in conto capitale: a tassi elevati, infatti, lo yeld predisposto dalla Banca d'Italia potrebbe non essere più appetibile e il prezzo della quota azionaria scenderebbe. Ma, certo, chi comprerà questi titoli non avrà alcuna fretta di vendere.

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