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  :: Rassegna stampa - Documento

Private equity, la ritirata degli speculatori
di Adriano Bonafede
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 30 gennaio 2017

Via "Fondi locusta", benvenuti "Fondi pazienti". Così è cambiato, forse per sempre, il private equity. «Ormai – dice Francesco Giordano, partner Pwc del Gruppo deals - gli operatori stanno dentro le imprese anche 7-8 anni». Mettono soldi per ricapitalizzare le imprese, ma «cercano anche di ricostituire la managerialità perduta, con un paziente lavoro pluriennale». Niente più scorrerie, quindi, sul territorio italiano alla ricerca di facili prede da far indebitare oltre misura per uscire dopo 2-3 anni con un lauto guadagno per gli investitori ma con un'impresa ridotta allo stremo e sensibile a ogni minimo calo dei livelli di produzione attesi. Leverage buyout, si chiama nel linguaggio cortese della finanza d'assalto questo meccanismo perverso di acquisto utilizzando gli stessi soldi dell'azienda acquisita. Adesso, però, i fondi di private equity hanno più tempo davanti a loro: entrano nel capitale delle medie imprese italiane per restarci. Inoltre, niente più indebitamento eccessivo, e questo è anche l'effetto della profonda crisi bancaria che ha cancellato l'epoca del denaro facile anche per i fondi di private equity. «Diciamo la verità – dice Paolo Mascaretti, partner Kpmg per il private equity e l'M&a – certi eccessi sono stati colpa anche degli istituti di credito: almeno la metà dei finanziamenti veniva da loro». Le cose sono cambiate, adesso, ma molte imprese che sono passate negli anni scorsi dalle forche caudine dei fondi più aggressivi hanno pagato cara questa esperienza. Nessuno può dimenticare il caso Seat Pagine Gialle, comprata e venduta più volte a colpi di centinaia di milioni senza che nessuno facesse caso al fatto che il suo business, quello di stampare e distribuire le Pagine Gialle, era già in declino a fine anni 90. Oggi Seat, il cui valore si è ridotto a zero, è coinvolta in procedure concorsuali. In Ferretti, storica azienda di produzione di yacht, dopo essere passata di mano da Permira a Candover, è infine approdata alla Shandong Heavy Industries di Hong Kong. C'è poi il caso Saeco, passata prima dal fondo francese Pai, nel 2004, e poi alla Philips nel 2009, ma la sua crisi è durata fino a giorni nostri. Nel 2016 Philips ha infatti chiuso un accordo preliminare per la vendita del ramo Saeco Vending, la società che produce macchine da caffè per uffici. L'acquirente, il gruppo N&W Global, è frutto della fusione avvenuta nel 2000 tra la Necta (ex gruppo Zanussi), e la Wittenborg, ed è in portafoglio al fondo di private equity Lone Star. Tra i casi infelici, anche quello delle Profumerie Limoni, sballottate da un fondo all'altro fino all'approdo nel 2014 a Orlando Italy che ha rilanciato l'impresa spostandola sull'alta gamma. E che dire di Technogym, valutata un miliardo dal fondo Candover, che però si rivelò un cattivo investimento e provocò la rivendita a circa 200 milioni a un gruppo di gestori dello stesso fondo. Questi sì che hanno poi fatto un ottimo affare, uscendo al momento della quotazione in Borsa di una brillante impresa. Comunque sia, anche considerando i casi più negativi (per gli investitori), il bilancio del private equity è complessivamente positivo in Italia e ha contribuito a far crescere imprese di piccola e media dimensione. Lo dimostrano i dati elaborati da varie fonti. La società di consulenza Pwc, nello studio "L'impatto economico del private equity e del venute capital in Italia", mostra che, nel lungo periodo, dal 2004 al 2014, le società partecipate da questi fondi, hanno avuto una crescita media annua del 7,9 per cento, contro l'1,1 per cento medio del pil italiano. Nello stesso lasso di tempo, l'aumento medio dei ricavi è stato del 7,9 per cento contro il 3,2 di altre aziende simili prese come benchmark. Persino il tasso di occupazione è salito del 5,2 per cento medio nelle imprese partecipate dal private equity, contro il meno 0,3 per cento dell'occupazione in Italia. Tra le success stories, oltre a Cerved, ci sono molti nomi importanti. Come Oviesse, acquistata a suo tempo da Bc Partners e poi quotata con successo in Borsa: oggi ha ancora tra gli azionisti operatori di private equity. O come Pirelli Cavi, poi tramutatasi in Prysmian al momento della quotazione con ritorni stellari da parte di Goldman Sachs. Oggi il principale azionista di Prysmian è Tamburi Investment partners (Tip), la holding di investimenti quotata in Borsa che adotta il metodo "paziente" e si tiene in pancia le partecipate senza un orizzonte predeterminato di uscita. «Noi – spiega Giovanni Tamburi, ad di Tip – decidemmo nel 2000 di utilizzare questo nuovo modello: non un fondo ma una società; no alla leva ma solo denaro degli investitori; nessuna partecipazione di maggioranza - salvo eccezioni - ma solo di minoranza e affiancamento dei manager. Oggi abbiamo una quindicina di partecipazioni e tutte, anche le più lontane nel tempo, danno ai nostri investitori guadagni interessanti: Interpump, ad esempio, ha reso circa il 20 per cento all'anno dal 2000 a oggi». Se le imprese italiane hanno in media guadagnato in possibilità di crescita e in capacità manageriale, certo gli investitori del private equity non si possono lamentare. Secondo una ricerca di Kpmg svolta appositamente per Affari & Finanza, su un orizzonte temporale di 10 anni (il più significativo dal punto di vista statistico ma che per contro comprende anche gli effetti della grande crisi finanziaria iniziata nel 2008), la redditività lorda si aggira intorno all'8,8 per cento all'anno. Più elevata se si considerano solo gli ultimi tre (23,9 per cento medio annuo) o cinque anni (12,2). Sono andati bene anche i gestori dei fondi di private equity, anche se gli eccessi del passato hanno fatto cambiare i contratti che gli investitori hanno stipulato con loro. «Gli investitori – spiega Mascaretti – pagano ai gestori una fee del 2-2,5 per cento all'anno più il cosiddetto "carried interest", ovvero un premio per ritorni molto elevati. Una volta c'era una fee per chi faceva più investimenti, ma poi è stata tolta perché incoraggiava a fare più investimenti senza guardare al rendimento. Inoltre, oggi gli investitori non pagano commissioni ordinarie se l'investimento va male».

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