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  :: Rassegna stampa - Documento

Pir, raccolta a valanga ma agevola chi è quotato
di Mariano Mangia
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 22 maggio 2017

Dati di raccolta ufficiali ancora non ci sono, ma i Pir, i piani individuali di risparmio che consentono di investire sul mercato finanziario italiano in esenzione dalla tassazione sui rendimenti e dalle imposte su successioni e donazioni, sembrano destinati a un grande successo, tanto che la previsione elaborata dal governo, una raccolta cumulata di 18 miliardi entro il 2021, potrebbe rivelarsi fin troppo conservativa. A beneficiare maggiormente di questi flussi dovrebbero essere le azioni a media e bassa capitalizzazione: tra i requisiti per usufruire dei benefici fiscali, oltre a un periodo minimo di investimento di cinque anni, c'è, infatti, l'obbligo di investire almeno il 21% del patrimonio in strumenti finanziari di imprese diverse da quelle incluse nell'indice Ftse Mib. L'istituzione dei Pir ha l'obiettivo dichiarato di indirizzare il risparmio delle famiglie verso gli strumenti di imprese industriali e commerciali «per le quali è maggiore il fabbisogno di risorse finanziarie e insufficiente è l'approvvigionamento mediante il canale bancario». La dipendenza delle imprese italiane dal credito bancario può definirsi cronica e ben superiore alla media europea; il capitale proprio contribuisce solo per il 15% del totale e l'apporto di titoli di debito è decisamente marginale. Per ora il denaro che sta affluendo sui Pir ha un impatto nullo sulla struttura finanziaria delle imprese e sull'economia reale; non c'è impatto, perché quello che avviene è un semplice scambio di azioni che passano da un investitore all'altro, nulla entra nelle casse aziendali. Scambi, peraltro, in deciso aumento: nei primi quattro mesi del 2017 i volumi trattati sul segmento Star - il comparto dedicato alle medie imprese con capitalizzazione compresa tra 40 milioni e un miliardo di euro e che si impegnano a rispettare requisiti di eccellenza in termini di trasparenza e comunicazione, liquidità e governo societario - sono aumentati del 57%; quelli dell'Aim, il comparto delle piccole e medie imprese che prevede requisiti di accesso semplificati, sono addirittura triplicati. Per avere effetti concreti, per supportare realmente l'economia e anche per evitare una potenziale bolla speculativa, è necessario che si avvii un processo virtuoso, che la presenza di investitori "pazienti", di medio termine, spinga le piccole e, soprattutto, le medie imprese a ricorrere alla quotazione in borsa per raccogliere nuovi capitali e/o a finanziarsi attraverso l'emissione di obbligazioni. Sinora il listino azionario non sembra aver esercitato un grande fascino sulle nostre imprese: quotarsi è costoso e impone obblighi, più di una volta la borsa è stata utilizzata come le porte girevoli di un grande albergo. Il numero di aziende italiane quotate al listino principale Mta di Borsaitaliana è in calo: erano 267 nel 2010, oggi siamo a quota 235; di queste, 71 società appartengono al segmento, ma sette anni fa erano 75. A crescere è solo l'Aim Italia, ma è difficile pensare che questi titoli possano essere oggetto di grandi flussi di investimento: delle 79 società quotate, più di 30 non raggiungono i 20 milioni di capitalizzazione e quella complessiva è di 3,6 miliardi che si raffronta con i 42 miliardi del segmento Star. Occorrerà anche che le imprese guardino al collocamento in Borsa in modo diverso. Una ricerca condotta da Intermonte con la collaborazione del Politecnico di Milano - School of Management evidenzia come le "matricole" italiane tendano a raccogliere poco capitale con l'Ipo, una tendenza che si è rafforzata negli ultimi anni. Dalla ricerca emerge anche le 26 società quotate dal 2009 al 2015 hanno realizzato performance mediamente positive e superiori all'indice di mercato. Il modo in cui viene impiegato il denaro raccolto in Borsa non sembra determinare differenze significative, chi lo ha utilizzato per incrementare l'attivo fisso va relativamente meglio nel breve termine, le società che lo hanno adoperato per ridurre il debito, performano meglio nel lungo periodo, ma emerge un dato molto interessante per quanto riguarda la diversificazione delle fonti di finanziamento. Le imprese che fanno affidamento in misura prevalente al capitale di rischio raccolto all'Ipo mostrano risultati deludenti rispetto al mercato, mentre viene premiato chi ha saputo "cofinanziare" gli impieghi, aggiungendo ai capitali raccolti in borsa altro debito finanziario.

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