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  :: Rassegna stampa - Documento

Piccole imprese, si riaprono i rubinetti del credito
di Giovanni Ajassa (Responsabile Servizio Studi BNL Gruppo BNP Paribas)
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 8 novembre 2010

Il cavallo ancora non corre, ma lentamente riprende a bere. Così, guardando i dati del Bollettino economico della Banca d'Italia, si potrebbe riassumere la congiuntura del credito in Italia. Se il 2009 era finito con un calo di circa l'1%, ad agosto 2010 la variazione annua del credito torna ad un aumento dell'1,2%. Dentro al totale, tiene la crescita dei prestiti alle famiglie "consumatrici", mai scesa sotto lo zero dalla recessione ad oggi.
Si riduce il calo annuo accusato dal credito bancario alle imprese. Dal meno 3% di fine 2009 si risale al meno 1% della scorsa estate. I prestiti alle imprese mediograndi - quelle con 20 o più addetti - sono più lenti a riprendersi. Più tonica risulta la dinamica del credito alle piccole imprese e, soprattutto, la crescita del credito alle cosiddette "famiglie produttrici", le unità fino a 5 addetti composte per lo più di artigiani.
Il lento recupero del credito accompagna un altrettanto graduale ripresa dell'economia. Il motore ha cominciato a dare qualche segno di risveglio, anche se marcia a giri ridotti. La produzione industriale è salita in agosto del 13% al di sopra dei minimi toccati nella fase più critica della recessione. Rimane di un sesto più bassa dei livelli antecrisi. Conteggi simili valgono per fatturato e ordinativi. Nei primi otto mesi del 2010 le esportazioni hanno segnato una crescita del 14%. Erano calate del 21% nel 2009. Il grado di utilizzo della capacità produttiva nell'industria è risalito in Italia intorno al 70%: è 5 punti al di sopra dei minimi del 2009, ma ancora 5 punti al di sotto dei livelli precrisi e oltre 10 punti meno che in Germania. Gli investimenti delle imprese hanno registrato alcuni importanti rialzi: si attende di vedere come il ciclo di accumulazione proseguirà anche dopo il venir meno delle agevolazioni fiscali occorso a metà anno. E' in questo contesto ancora fragile che il lento recupero della dinamica dei prestiti bancari "in bonis" si accompagna, inevitabilmente, ad una perdurante condizione di attenzione sul fronte della qualità del credito. A metà del 2010 il flusso di nuove sofferenze bancarie si attesta all'1,7% dei prestiti. C'è una riduzione rispetto al primo trimestre, ma si rimane nettamente al di sopra dei valori medi del biennio 200708 pari all'1,1%.
Se la domanda di credito delle aziende mediograndi sente molto la gradualità della ripresa economica, la migliore performance dei prestiti alle piccole imprese è anche il frutto di una essenziale opera di sostegno attuata dal lato dell'offerta. Un concerto tra strumenti già esistenti e nuove azioni ha impedito alla recessione di tradursi in una contrazione massiccia dei finanziamenti rivolti alla parte numericamente più consistente del tessuto produttivo del paese. Tra i nuovi interventi messi in campo vanno ricordati l'ampliamento delle risorse e l'estensione delle garanzie pubbliche fornite dal Fondo Centrale di Garanzia per le Pmi attivo presso il ministero dello Sviluppo Economico, i nuovi finanziamenti da parte della Cassa Depositi e Prestiti, l'accordo siglato dall'Abi e dalle associazioni imprenditoriali per la moratoria sul rimborso del capitale di prestiti ricevuti. Nello strumentario già esistente, un sostegno importante viene dall'intervento dei confidi. Già alla fine del 2009 i prestiti a imprese garantite da confidi il 13% del totale dei prestiti concessi alle imprese con meno di 20 addetti, pari a una consistenza di circa 19 miliardi di euro, crescevano del 2,1%.
Il sostegno del credito alle Pmi c'è e continuerà ad esserci, in Italia come in Europa. Ma, accanto al credito, occorre rafforzare il capitale delle imprese, se si vuole realizzare un rilancio compatibile con il nuovo paradigma di sviluppo delle imprese caratterizzato da internazionalizzazione, esternalizzazione e innovazione. Le imprese italiane, soprattutto le piccole, sono chiamate a recuperare il gap di patrimonializzazione che soffrono nei confronti delle consorelle europee.
Un'analisi di Prometeia di qualche tempo fa dice che le imprese italiane con un fatturato fino a 2,5 milioni di euro hanno una capitalizzazione del 30% inferiore rispetto ai concorrenti internazionali. Un'indagine compiuta dalla Banca d'Italia su un ampio campione di operazioni di ristrutturazione del debito delle imprese mostra come il 70% dei piani prevede un allungamento delle scadenze contrattuali o una temporanea sospensione dei pagamenti, ma solo il 14% delle ristrutturazioni comporta un concomitante aumento di capitale da parte dei soci. Dopo la crisi, la risorsa patrimoniale torna ad essere centrale come condizione di stabilità e fattore di crescita. Se per le banche maggiore patrimonio significa soprattutto accresciuta stabilità, per le piccole imprese maggiore capitale vuol dire investimenti, innovazione, sviluppo. Agevolare fiscalmente gli aumenti di capitale potrebbe essere un'opportunità da cogliere, estendendo per durata e aumentando per importi gli interventi temporanei adottati nei pacchetti anticrisi del 2009. Fiscalità, capitale e credito possono lavorare insieme per dare alle 200mila piccole imprese italiane che hanno fino a 50 addetti una prospettiva più solida di rilancio.

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Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.


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