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Ombra, balconi e bandiere: l'Italia nella rete del Fisco inutile
di Marco Ruffolo
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 10 luglio 2017

Aprire una tenda parasole per proteggere i prodotti alimentari esposti in vetrina. Scrivere sullo zerbino del negozio il logo dell'esercizio commerciale. Accedere a casa propria attraverso gli scalini che partono da una strada pubblica. Esporre il tricolore fuori dalla finestra. In un Paese normale nessuno sospetterebbe che su queste banali e innocue operazioni sia necessario pagare le tasse. In Italia, invece, venire a sapere che questi bizzarri obblighi fiscali esistono veramente, non sorprende più di tanto.
La Cgia di Mestre ha messo in fila, con una ricerca aggiornata al 2017, i cento tributi degli italiani, ma va subito detto che molti di essi contengono a loro volta numerose microtasse, fantasiose varianti della stessa imposta, cosicché alla fine l'elenco completo supera decisamente il centinaio. Con il risultato di caricare sui contribuenti insopportabili oneri burocratici, oltre ai costi finanziari. E con il risultato altrettanto negativo di ingolfare la nuova Agenzia delle Entrate-Riscossione con la massa di adempimenti necessari a gestire e a far pagare tutti quei tributi minori. Lavoro faticoso e ingrato per l'ente pubblico economico guidato dal neodirettore Ernesto Maria Ruffini. Lavoro che si aggiunge ai compiti principali dell'agenzia, tra i quali ci sono adesso anche i servizi di riscossione. Con il rischio sempre presente sullo sfondo di una riedizione del fisco surreale e impermeabile ai diritti dei contribuenti, come dimostra il caso del trattamento delle unioni gay denunciato su "Repubblica" da Sergio Rizzo.
Gradini, ombre e ballatoi. Balzelli sull'ombra, sugli zerbini, sugli scalini: tutti riconducibili alla Tosap, la tassa di occupazione del suolo pubblico, un tributo più che giusto quando marciapiedi, strade e piazze sono effettivamente occupati dai privati, e a volte lo sono in misura spropositata. Ma che diventano anacronistici quando non si tassano più le cose ma le loro ombre, quando si colpisce il passaggio obbligato che un cittadino deve fare per entrare e uscire da casa sua. O ancora quando i ballatoi della propria abitazione si affacciano sulla strada pubblica: è il caso della tassa introdotta dal Comune di Agrigento nel 2008. Difficile anche condividere la logica di chi vede nell'esposizione del tricolore alla finestra un'insegna pubblicitaria, meritevole dunque di essere tassata dall'imposta sulla pubblicità, introdotta con decreto nel '98. Si ricorda ancora il caso della società di riscossione della cittadina brianzola di Desio che qualche anno fa fece pagare 180 euro al proprietario di un hotel solo perché dai suoi balconi sventolavano cinque bandiere, tra cui quella italiana. Caso chiuso qualche mese più tardi con restituzione del balzello e tante scuse.
Ma chiuso un caso, se ne apre subito un altro, come sa bene Mathias Doimo, titolare di un alimentari di Conegliano, e con lui molti altri negozianti chiamati a pagare due anni fa la tassa di occupazione di suolo pubblico per aver aperto una tenda parasole che faceva ombra sul marciapiede antistante. «Dopo una protesta collettiva - ricorda oggi Doimo - il consiglio comunale fece marcia indietro. Non protestavamo per l'importo (30 euro l'anno non sono nulla) ma per l'assurdità di quel tributo». In altri casi, però, il lieto fine è mancato, e gli esercenti non si sono visti restituire neppure un euro. Come molti negozianti di Modena, rei di aver esposto zerbini con il nome del proprio esercizio.
I balzelli assurdi non sono ovviamente una esclusiva italiana: anche altri paesi ricorrono di tanto in tanto a stravaganze tributarie. Ma da noi quei tributi diventano troppo spesso la normalità (come le varianti della tassa di occupazione del suolo pubblico) mentre altrove restano iniziative per lo più estemporanee. Come la "tassa sulle streghe" introdotta per un certo periodo in Romania a partire dal 2011: il 16% sul ricavato di fattucchiere e indovini, contro cui i diretti interessati reagirono con incantesimi e pozioni malefiche. O come le bizzarre iniziative fiscali di diversi Stati americani: la tassa sul piercing dell'Arkansas, e quello sullo sciacquone del Maryland (per proteggere l'estuario della Chesapeake Bay dalle acque nere).
Farraginosità burocratica. Ma a giustificare l'abolizione di alcune delle decine di microgabelle, per lo più volute dai Comuni italiani alla disperata ricerca di soldi, non è solo l'assurdità di talune di esse, è spesso anche la farraginosità burocratica che impongono sia a chi le deve pagare sia a chi le deve far pagare. Quando fu chiesto all'ex responsabile dell'Agenzia delle Entrate, Rossella Orlandi, poco prima della sua sostituzione, cosa avrebbe fatto se fosse stata ministro delle Finanze, la sua risposta fu immediata e perentoria: «Partirei eliminando una serie di tasse minori ormai desuete, come quella di concessione governativa sugli abbonamenti telefonici, tassa per noi complicatissima da gestire. E metterei mano anche all'imposta di registro, rimasta ancora agli anni Settanta». Quanto sia irrazionale il quadro complessivo delle imposte in Italia, lo dimostra del resto la stessa ricerca della Cgia, realizzata per "Affari e Finanza", quando ci dice che le prime dieci imposte italiane sono in grado di coprire l'85,3 per cento del gettito tributario: 421 miliardi su 493. Il che significa che le restanti 90 tasse forniscono solo il 14,7 per cento, lo 0,16 a testa. In molti casi qualche decina di euro.
Bonifiche e Abissinia. Insomma, al di là di pochi grandi tributi, il fisco è frastagliato in una congerie di balzelli tra il grottesco e l'anacronistico, che richiederebbero un deciso sfoltimento da parte della politica. Soprattutto quelli palesemente ingiustificati, moltissimi dei quali affondano le loro radici nel passato più remoto. Nel 1904 un regio decreto crea la tassa sulle paludi: è un contributo per la loro bonifica, che però continua ad essere richiesto anche quando su quelle terre ormai bonificate vengono costruite intere città. Ed è tuttora in vita. È ormai di comune dominio il fatto che le accise sulla benzina incorporino aumenti che si sono stratificati via via nel tempo (senza essere mai cancellati), e che ci offrono uno straordinario spaccato della storia di Italia dalla guerra di Etiopia - primo rincaro tuttora in vigore - ad oggi.
I tributi plurimi. Dalle gabelle storiche ai tributi plurimi. Ce li spiega la Confesercenti nella sua ultima ricerca. Sulle invenzioni gravano tre tasse diverse: una per la domanda, una per il mantenimento in vigore del diritto e una terza per la pubblicazione a stampa di disegni e descrizioni. Anche sui decessi si diversificano i balzelli a seconda delle necessità comunali: la tassa per il rilascio del certificato di constatazione di morte, il diritto fisso sul trasporto dei defunti, la tassa per la manutenzione dei cimiteri, e per chi opta per la cremazione l'imposta di bollo sulla domanda di affido personale delle ceneri e sulla loro dispersione. In altri casi la diversificazione avviene tra residenti e non: sposarsi in Campidoglio a Roma per chi non ci abita costa 150 euro nei giorni feriali e 200 nel weekend. In un primo momento si pensò anche a un contributo di 100 euro per i residenti, proposta poi ritirata.
In questo caleidoscopio di gabelle, non c'è momento della giornata o operazione quotidiana che sfugga alla inventiva fiscale dei Comuni e in misura minore dello Stato. E così fioriscono tributi sulle immagini (pubblicità), sulla memoria (diritti d'autore), sugli hobby (caccia, pesca e funghi), sugli spettacoli (cinema e teatro). È più che un sospetto che a fare esplodere in questo modo la fantasia tributaria sia stata in parte quella ondata pseudofederalista che si è imposta in Italia a partire dal nuovo millennio. E che invece di avvicinare le tasse ai servizi attesi dai cittadini, invece di semplificare loro la vita, ha tolto certezza di diritto e ha aggiunto lacci del tutto inutili all'attività economica.
Le partite Iva. Una buona parte di queste gabelle colpiscono infatti commercianti e artigiani, proprio quelle partite Iva che diversamente da altre categorie - dice la Cgia - non hanno goduto dei recenti sgravi tributari: «La stragrande maggioranza dei benefici introdotti dal governo Renzi con la riduzione del prelievo fiscale - spiega Paolo Zabeo, coordinatore dell'ufficio studi Cgia - non ha interessato 2,5 milioni di partite Iva. Ancora una volta l'insensibilità della classe politica di questo paese ha prevalso sugli interessi dei piccoli produttori senza dipendenti. Un mondo, quest'ultimo, costituito in particolar modo da ex operai, da giovani free lance e da liberi professionisti che, inspiegabilmente, continuano a non ricevere alcuna attenzione ai loro problemi».
Se al mancato abbassamento dei grandi tributi si aggiungono poi i fastidi e le assurdità delle microtasse, ecco allora che il quadro per le partite Iva, ovviamente quelle oneste, si fa ancora più fosco. Ma come abbiamo visto, i bersagli delle gabelle minori non riguardano solo questa o quella categoria. Ad essere invasa da ciò che Confesercenti chiama "bestiario fiscale" è in realtà la vita di ciascuno di noi quasi in ogni momento. Con il risultato di aumentare non tanto il gettito quanto il rischio di arbitrii e il caos interpretativo.

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Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.


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